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L’economia curtense e il ritorno a un’agricoltura organizzata

L’insediamento in Occidente dei popoli di cultura non romana accelerò il processo di cambiamento: alla progressiva regressione delle colture, che portò all’impaludamento di vaste zone, corrispose un aumentato sfruttamento di foreste e pascoli, anche per il regime alimentare dei nuovi popoli, maggiormente basato sulla carne.
Devastazione, carestie, calo demografico comportarono una regressione generalizzata delle tecniche e della resa agricola: il rapporto tra seminato e raccolto scese a 2/5. La malaria, diffondendosi per l’aumento delle aree paludose, divenne endemica in molte zone d’Europa e costituì per secoli il più terribile nemico delle popolazioni contadine.

Nella società antica la proprietà terriera era estremamente diversificata: accanto alle tenute più grandi, controllate dai duchi, si affermarono piccole e medie proprietà, affidate a guerrieri liberi, nelle quali si praticava anche la pastorizia. Nell’VIII secolo il processo di riorganizzazione politica del territorio si assestò, permettendo la formazione della cosiddetta “economia curtense” (ovvero un economia chiusa).


L’aristocrazia militare che reggeva i nuovi regni controllava le campagne, dove emerse la divisione fra terre gestite direttamente dal signore (pars dominicia), che i contadini avevano i compito e l’obbligo di coltivare, e terre concesse a fittavoli in via ereditaria (pars massaricia o manso).

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