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La vittoria mutilata e la questione di Fiume

In Italia si era diffuso un senso di frustrazione e di delusione riguardante l’esito della guerra. Il Paese non era riuscito a ottenere gli ampliamenti territoriali previsti dal patto di Londra. L’Italia aveva trovato un ostacolo insormontabile nel presidente americano Wilson, deciso a difendere il principio di nazionalità, in virtù del quale gli Slavi dovevano riunirsi sotto un unico stato: perciò egli non volle riconoscere l’annessione all’Italia della Dalmazia, dove la popolazione era quasi tutta slava. I rappresentanti italiani Orlando e Sonnino sostenevano che il patto di Londra dovesse essere rispettato e quindi Dalmazia e Istria dovevano passare all’Italia come la città di Fiume. Anche Francia ed Inghilterra si opposero a tali richieste, dal momento che non vedevano di buon occhio un aumento del’influenza italiana sull’Adriatico. Orlando e Sonnino abbandonarono i lavori, ma tale gesto comportò l’esclusione dell’Italia dalla spartizione delle colonie tedesche. Si diffuse, così, il mito della “vittoria mutilata”. Cadde il governo Sonnino e il suo posto fu sostituito da Francesco Saverio Nitti, il quale raggiunse con le potenze vincitrici un accordo in base al quale Fiume sarebbe stata evacuata dalle truppe italiane. La decisione irritò i nazionalisti, tra cui Gabriele D’Annunzio, il quale occupò Fiume e vi instaurò un governo provvisorio sotto il nome di reggenza del Carnaro proclamando contemporaneamente l’annessione della città all’Italia. Nitti fece approvare dal Parlamento il sistema elettorale proporzionale (o scrutinio di lista). Era convinto che per avviare l’Italia verso un concreto progresso fosse indispensabile eliminare le coalizioni liberali e moderate, basate soprattutto sulla corruzione elettorale. La riforma elettorale favorì l’estensione del suffragio universale maschile a tutti i cittadini dai ventuno anni in poi. I risultati elettorali confermarono la crisi del liberalismo a vantaggio dei socialisti. Nitti si rese conto dell’impossibilità di una collaborazione con i socialisti o con i cattolici e perciò si dimise. Salì nuovamente al governo Giolitti, che dovette affrontare le tensioni sociali tra i lavoratori, che chiedevano la riduzione della giornata lavorativa e l’aumento dei salari mentre gli industriali rifiutavano ogni concessione. Si scatenarono una lunga serie di scioperi a catena e manifestazioni che culminarono in quello che viene detto il biennio rosso (1919-1920). Di fronte alla decisione degli industriali di non concedere gli aumenti dei salari, i sindacati indissero uno sciopero bianco a cui la controparte rispose con la serrata, cioè la chiusura degli stabilimenti. I lavoratori metalmeccanici della Fiom (Federazione impiegati operai metallurgici) occuparono oltre seicento fabbriche, e a ciò si aggiunse la protesta dei contadini del Centro-Nord, i quali con l’appoggio della Federazione dei lavoratori della terra, chiedevano un aumento dei salari e una maggiore stabilità occupazionale. Giolitti decise di tenere lo Stato fuori dal conflitto e riuscì a raggiungere un accordo con i sindacati, ma la tensione si concluse con insoddisfazione di tutti, in quanto non riuscì a risolvere le agitazioni sociali nel Paese e, in particolare nelle campagne. Giolitti ottenne un successo nella risoluzione della questione di Fiume: nel 1920 l’Italia firmò con la Iugoslavia il trattato di Rapallo, nel quale Fiume veniva dichiarata “città libera”, mentre D’Annunzio e il suo esercito vennero allontanati dalla città.
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