A partire dagli anni Ottanta si verificano delle trasformazioni che riguardano le strutture delle famiglie. Negli ultimi trent'anni (e con maggiore evidenza negli ultimi vent'anni) sono immersi tra i nuovi tipi di famiglie: le "famiglie ricostituite", cioè quelle nelle quali almeno una persona viene da un matrimonio precedente, spezzato da un divorzio. Si tratta di famiglie che possono avere un grado di complessità piuttosto vario. La forma più semplice è data dalla famiglia ricostituita nella quale solo uno degli sposi è divorziato e non ha avuto figli dal precedente matrimonio. La più complessa è data dalla famiglia ricostituita composta da due divorziati, che hanno avuto figli dai precedenti matrimoni e che ne fanno ancora dopo il nuovo matrimonio. Si tratta di una forma di famiglia che fa esplodere le strutture parentali tradizionali, per questo non ancora trovato il suo lessico (i bambini coinvolti in queste strutture parentali non hanno termini di vocabolario perché amare il nuovo marito della madre o la nuova moglie del padre o i figli e le figlie che nascono nei nuovi matrimoni dei genitori divorziati), né ha trovato ancora leggi stabili e definitive che regolino la selva dei nuovi rapporti di quasi-parentela che ne derivano.

Dagli anni Ottanta poi, si sono largamente diffuse anche le convivenze di fatto cioè le unioni stabili di persone che non vogliono sposarsi. Queste famiglie possono formarsi perché una coppia decide di rimandare per un po' il matrimonio o perché non desidera sposarsi affatto. La prima soluzione (la convivenza prematrimoniale) si diffonde soprattutto negli anni Settanta e Ottanta: è una convivenza temporanea, una specie di matrimonio di prova che poi, non di rado, sfocia nella celebrazione di un matrimonio vero e proprio. La seconda, cioè la convivenza stabile di due persone che non si sposeranno mai, è molto cresciuta negli anni Novanta. Marzio Barbagli e David Kertzer spiegano così questa nuova forma di famiglia: i motivi di questo orientamento sono diversi. Vi è chi teme che le nozze, istituzionalizzando il rapporto di coppia, lo impoveriscano e lo distruggano con il grigiore e la monotonia della quotidianità. Vi è invece chi, reagendo all'aumento dell'instabilità coniugale, vuole assicurarsi che anche il proprio matrimonio non finisca in pezzi come quelli dei conoscenti oppure degli amici. Vi è infine chi (e sono soprattutto le donne con un alto livello di istruzione) preferisce le famiglie di fatto perché ritiene che essendo queste più fluide e flessibili di quelle tradizionali, offrono loro più spazio per dedicarsi all'attività professionale. Queste unioni sono maggiormente diffuse nell'Europa centro-settentrionale e sono favorite da una legislazione che, nella maggior parte dei paesi europei, ha equiparato i figli nati fuori dal matrimonio (un tempo definiti illegittimi) ai figli nati all'interno di un matrimonio.
Il terzo tipo di famiglia che si è diffuso o è diventato più evidente negli ultimi anni è costituita dalle unioni permanenti di coppia di omosessuali, maschi oppure femmine. La pratica deriva da un profondo mutamento nella considerazione dell'omosessualità che, come si è osservata in precedenza, è ora largamente accettata. In diversi paesi europei sono stati approvate leggi che introducono il matrimonio sessuale in altri le unioni omosessuale; in altri le unioni omosessuali vengono regolarizzate davanti allo Stato, ciò che ne fa sostanzialmente dei matrimoni civili.
Le strutture familiari sono state poi rese più complesse dalle possibilità offerte dalle nuove tecniche di fecondazione. Nel 1978 in Inghilterra per la prima volta una bambina, Louise Brown, viene concepita attraverso la fertilizzazione in vitro (l'ovulo materno fertilizzato dallo sperma paterno in laboratorio viene poi impiantato nell'utero della madre). La tecnica offre nuove possibilità e combinazioni sia alle coppie eterosessuali sterili sia alle coppie naturalmente sterili omosessuali. Si tratta di tecniche che hanno suscitato dibattiti pubblici molto accesi, relativi soprattutto a quale sia il limite che può essere raggiunto dal livello di manipolazione artificiale di un processo naturale fondamentale come la riproduzione.

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