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La strategia di Giolitti

Giolitti, al contrario del liberalismo - che possiamo considerare conservatore - di Sonnino, aveva in mente un liberalismo riformista. Attraverso questo, si poteva essere in grado di stabilizzare il Paese, sviluppando economia e libertà politica. Per realizzare questo obiettivo, Giolitti riteneva che si dovesse riaffermare la centralità del Parlamento - seguendo il modello inglese-francese - (mentre l'idea di Sonnino era ispirata in un certo senso al modello prussiano) utilizzando la maggioranza del Parlamento - che doveva restare saldamente in mano ai liberali - come strumento per integrare nelle istituzioni il Partito socialista e i ceti proletari che esso rappresentava. Si trattava, in sostanza, di un "compromesso" fra la borghesia liberale e il socialismo nella sua variante riformista. A tal fine, erano necessari una politica di riforme e un atteggiamento non di scontro, ma di accordo con le rappresentanze sindacali e politiche del movimento operaio. Era una novità per il sistema politico italiano: novità che impauriva la parte più retriva della classe dirigente, ma che ebbe per un certo tempo l'appoggio della parte più avanzata della borghesia industriale. Anche il Partito socialista, nel quale all'inizio del secolo prevaleva l'ala riformista, non era contrario a un'alleanza fra le forze più moderne del paese - industriali e classe operaia - per sconfiggere "il Medioevo economico e morale", come disse il leader socialista Filippo Turati. Perciò i socialisti diedero a più riprese il loro appoggio parlamentare alla linea giolittiana,a cominciare dalla fiducia votata nel 1901 al governo Zanardelli.

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