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È una fase di crisi politica di fine secolo. Va dal 1901 al 1914. Essa corrisponde al tentativo di una parte del sistema politico italiano di chiudere il periodo caratterizzato con l’interpretazione parlamentare che Cavour aveva fatto dello statuto albertino. Quest’ultimo prevedeva una rigida separazione dei poteri.

Quest’epoca prende il nome dall’attività di Giuseppe Giolitti, che aveva già avuto un’esperienza come presidente del consiglio fino allo scandalo della Banca Romana. Il governo Crispi aveva compresso una serie di libertà civili (sciopero, associazione, manifestare il proprio pensiero, libertà sindacali ecc.) nell’ottica di un progetto più ampio di eliminare l’impronta dello statuto albertino data da Cavour. Il potere esecutivo faceva capo al re e nella monarchia costituzionale secondo lo statuto albertino il governo dipendeva dal re. In Inghilterra il governo dipendeva da una maggioranza parlamentare che lo sostiene. Ogni gruppo parlamentare deve dire perché vota a favore o contro il governo e ogni parlamentare si presenta sotto il banco della presidenza e dice il suo voto. Questa crisi di fine secolo fallisce perché il tentativo reazionario di restringere i diritti si scontra contro un’opposizione fortissima guidata da Giovanni Giolitti. I governi avevano emesso una serie di decreti-legge (atti del governo aventi forza di legge; qui il governo scrive le leggi, le quali hanno immediata applicazione ma devono essere approvate dal parlamento entro 60 giorni). I requisiti per avere questi decreti-legge sono necessità e urgenza. Questi decadono per l’ostruzionismo del parlamento.

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