IL DOPOGUERRA IN ITALIA E L’AVVENTO DEL FASCISMO

Crisi economica e sociale
L’Italia era uscita vittoriosa dalla prima guerra mondiale, ma il paese emergeva dal conflitto abbattuto economicamente e moralmente. Così la società italiana visse un periodo di forti tensioni sociali e politiche.
Alcuni elementi di questa crisi furono comuni a tutta l’Europa postbellica.
Le industri dovevano riconvertirsi ad una produzione per i tempi di pace, poiché era stata trasforma-ta in industria bellica, ma il mercato interno non era in grado di stimolare la crescita dei consumi. Aumentò così la disoccupazione e successivamente, tra il giugno e luglio del 1919, l’inflazione, che scatenò molte proteste e una serie di tumulti non sempre controllati. La guerra aveva causato anche una diminuzione della produzione agricola ed infine il deficit dello stato salì a dismisura.
Altri elementi della crisi postbellica furono la conflittualità permanente delle campagne. Nel centro-sud si ebbe nell’autunno del 1919 un assalto al latifondo che portò all’occupazione delle terre incolte da parte dei contadini poveri, ex-combattenti a cui era stato promessa la concessione del suolo nel momento di massimo sforzo bellico. Il movimento da un lato animò le forze democratiche e radicali, dall’altro il movimento fascista.

Al centro-nord la struttura economico-produttiva del mondo agricolo era da tempo incentrata sulla mezzadria e sulla piccola proprietà. Queste forme di conduzione agricola trovavano la loro rappresentanza sindacale soprattutto nelle organizzazioni cattoliche, le cosiddette leghe bianche. Nella bassa Padana prevaleva invece il bracciantato del grande affitto capitalistico, e dominavano le leghe rosse, organizzazioni sindacali socialiste. I cattolici avevano come obiettivo quello di dare terra ai contadini, favorendo la distribuzione dell’azienda a coltivazione diretta, per i socialisti l’obiettivo era la socializzazione della terra, che i contadini avrebbero gestito in comune.
Tra il 1919 e 1920, campagne e città furono attraversate da uno scontro sociale tanto intenso che questo periodo fu chiamato biennio rosso.
Dal 1913 a 1919 vi furono più di un milione di scioperi e quasi 2 milioni l’anno successivo. Culmine di questa sequenza di scioperi fu l’occupazione delle fabbriche nel settembre del 1920, promossa dalla Fiom( federazione degli operai metallurgici). Fu allora che sorsero i Consigli di fabbrica, organismi interni eletti dai lavoratori e modellati sull’esempio sovietico, che trovarono ispirazione nel gruppo torinese Ordine Nuovo, periodico marxista fondato da Gramsci, Tasca, Togliatti. Essi animavano l’ala rivoluzionaria del Partito socialista.
Al governo vi era Giovanni Giolitti dal giugno del 1920, ed egli operò come ai tempi dello sciopero del 1904, facendo non intervenire l’esercito. Gli industriali vedevano con grande preoccupazione il governo piegarsi alle richieste popolari e temevano che il movimento socialista potesse trovare uno sbocco rivoluzionario.

Crisi istituzionale: partiti di massa e governabilità
Sotto il profilo politico-istituzionale furono due i fattori che portarono alla crisi del sistema liberale:
• l’affermazione dei partiti di massa
• l’introduzione del sistema elettorale proporzionale
Agli operai mandati sul fronte erano state fatte larghe promesse. La piccola e media borghesia aveva visto incrementare il proprio status e lottava per difendere i propri interessi. Le donne, che avevano sostituito gli uomini in fabbrica durante la guerra, erano state promosse socialmente e non accettavano il rientro nelle mura domestiche. Tutto ciò determinò il declino dei singoli uomini politici e l’affermazione dei moderni partiti di massa.
Venne poi abbandonato il sistema elettorale maggioritario, sostituito da un sistema proporzionale, fondato sul voto di lista.
Le elezioni del 16 novembre 1919 si svolsero con il sistema proporzionale. Trionfarono il Partito Socialista Italiano e il Partito Popolare Italiano, fondato da Luigi Sturzo nel gennaio 1919. Quest’ultimo difendeva i ceti deboli e l centro del suo programma vi erano la riforma agraria, la riforma fiscale e la legislazione sociale.
I partiti emergenti diventavano decisivi per costruire possibili alleanze di governo, ma i loro pro-grammi erano inconciliabili. Nessun partito deteneva la maggioranza poiché i socialisti non erano disponibili ad alcun accordo con altri partiti.

Le vecchie formazioni liberali si trovarono così in mano il governo del paese. Dimessosi Vittorio Emanuele Orlando, fu presidente del consiglio Nitti che mantenne il governo fino al giugno 1920 e fu seguito da Giovanni Giolitti che rimase in carica fino al luglio 1921.

I fasci italiani di combattimento.
Nell’autunno del 1920 il riflusso del movimento operaio si accompagnò a una controffensiva della classe imprenditoriale che voleva porre fino al lungo periodo di instabilità sociale. Lo stesso avvenne nelle campagne dove i proprietari agrari intendevano arginare le invasioni di terre
Il movimento dei Fasci italiani di combattimento nacque il 23 marzo 1919 a Milano, fondato da Benito Mussolini, che pensava di tradurre in movimento politico l’esperienza interventista. Da principio il movimento fu composto in prevalenza da ex-combattenti e basò il suo consenso sul risentimento di questi per il difficile reinserimento nella vita civile e sul diffuso disagio dei ceti medi, che non trovavano nelle forze presenti in Parlamento rappresentanti adeguati.
Il programma dei Fasci era un programma eterogeneo, che mirava all’interclassismo teso a drenare l’insoddisfazione sociale e trasformala in voto.
I fasci italiani di combattimento parteciparono con scarsissimo successo alle elezioni del 1919. Mussolini decise dunque di orientare la propria formazione politica a destra, in senso antisocialista e antipopolare. Operò sul piano legale della politica parlamentare e su quello illegale della violenza extraparlamentare, sfruttando le debolezze di un sistema e si un ceto politico in crisi profonda. I fasci italiani di combattimento si organizzarono secondo una struttura paramilitare, sotto la guida di capi chiamati ras. Praticarono la strada dell’azione violenta contro sinistra e opposizioni. Si salda-rono l’ambizione politica di Mussolini e la paura rivoluzionaria della borghesia urbana e dei proprietari rurali che trovò sfogo e protezione presso le camicie nere. E i Fasci nel 1920 tornarono ala ribalta.

Si consolidò presto anche la pratica dello squadrismo: gruppi di fascisti armati che compivano spedizioni punitive nelle città. Questi gruppi trovarono appoggio nella magistratura e nelle forze dell’ordine e trovarono sostegno economico negli industriali e proprietari rurali.
Il fascismo acquistò presto una forte connotazione agraria, conquistandosi l’adesione anche di chi trovava il mercato monopolizzato dalle leghe socialiste. Ad esse si rispose con l’intimidazione e la violenza.

1921-1922: da Giolitti a Facta
Fu Giovanni Giolitti a cercare di strumentalizzare la violenza fascista, al fine di indebolire l’opposizione socialista e cattolica. Lo scopo era garantire la stabilità mancata ai ministeri degli ultimi anni e la governabilità del paese.
Nelle elezioni del maggio 1921 per la nuova Camera dei deputati, sciolta in precedenza su iniziativa dello stesso Giolitti nella speranza di ottenere una maggioranza parlamentare più forte, il blocco nazionale, formato da liberali e i loro alleati, ebbe 275 seggi (che comprendevano anche i 10 dei nazionalisti e i 35 fascisti, che erano stati legittimati dalla classe dirigente al potere). Questo tuttavia non bastò a Giolitti per avere pieno controllo del Parlamento e così si dimise.
Le elezioni del maggio videro anche l’esordio del Partito comunista d’Italia(Pcdi), nato dal Psi a seguito della scissione filo bolscevica di Antonio Gramsci e Amedeo Bordiga. Dopo il fallimento del’’occupazione delle fabbriche e fedele alle condizioni dettate da Lenin per l’adesione alla Terza Internazionale, la sinistra del Psi chiedeva l’espulsione dei riformisti dal partito, l’assunzione della denominazione «comunista» e la preparazione allo scontro contro il sistema capitalistico. L’ala comunista si trovava però in posizione minoritaria, contrastata non solo dai Riformisti di Filippo Turati ma anche dai massimalisti di Giacinto Menotti Serrati.

Il gruppo di Gramsci e Bordiga decise allora di uscire dal partito. Conseguenza immediata fu l’indebolimento della sinistra italiana.
Nel frattempo il movimento di Mussolini guadagnava consensi fino a rivaleggiare apertamente con il Psi, contando per di più un seguito interclassista in cui prevalevano piccola e media borghesia e le generazioni più giovani.
A Giolitti, dopo che si fu dimesso, seguì Ivanoe Bonomi, che mediò tra il Psi, in difficoltà, e il fa-scismo in crescita. Venne così firmato il 3 agosto un patto di pacificazione tra socialisti, Cgdl e fa-scisti. Il patto mise però Mussolini in difficoltà presso l’estate intransigente del fascismo capeggiata da ras come Farinacci e Grandi. Per evitare una spaccatura interna Mussolini affidò la decisione di applicare il patto ai singoli Fasci locali e propose ai suoi avversari di archiviare il patto se avessero riconosciuto il movimento dei Fasci italiani di combattimento in un vero e proprio partito. Così a Roma nel novembre 1921 i fasci italiani di combattimento si trasformarono nel Partito nazionale fascista di cui Mussolini era il leader indiscusso.
Nel febbraio del 1922 cadde anche il governo Bonomi e ad esso subentrò Luigi Facta. Nell’intento fascista di subentrare al potere la violenza squadrista aumentò. In tale situazione la proclamazione di uno sciopero generale legalitario promosso dai socialisti riformisti, conferì al fascismo una nuova spinta e il ruolo di garante dell’ordine. Lo sciopero fallì e il Psi si lacerò ulteriormente e così i primi di ottobre del 1922 l’ala riformista guidata da Turati e Matteotti costituì il Partito socialista unita-rio (Psu).

La marcia su Roma e il «governo autoritario»
La classe dirigente chiedeva la formazione di un governo autorevole e Mussolini seppe presentarsi come l’uomo giusto. Sul fine di agosto il Pnf si dotò di un programma economico-finanziario di impronta liberista. Le camicie nere vennero presentate come alleati dei militari e l’antica preferenza repubblicana fu allontanata per evitare ogni dissidio con il re e i sostenitori della monarchia.
Mussolini affidò ad un quadrunvirato un’azione di forza dimostrativa. Essa prevedeva per il 28 ottobre la mobilitazione e l’accentramento verso Roma di numerose squadre fasciste provenienti da varie parti d’Italia. Tutto faceva temere un colpo di stato mail vero obiettivo della marcia su Roma vide infine l’azione risolversi in uno strumento di pressione su Vittorio Emanuele III, perché desse a Mussolini l’incarico di formare il governo.
Facta, benché dimissionario, fece affiggere sui muri di Roma la proclama di stato d’assedio, che conferiva pieni poteri all’esercito. Ma era necessaria la firma da parte del re.
Vittorio Emanuele III si rifiutò poiché era convinto che non vi fossero alternative valide all’ipotesi di un nuovo governo guidato da Mussolini.
Mussolini il 30 ottobre lasciò Milano e si recò a Roma dove il re gli conferì di formare un nuovo governo di coalizione. Della nuova compagine di governo facevano parte i fascisti ma anche nazionalisti, liberali e popolari. Vi furono anche dei tecnici: Armando Diaz (alla Guerra), Paolo Thaon de Revel (alla Marina), Giovanni Gentile all’Istruzione. Quest’ultimo si iscriveva al Pnf diventando uno dei maggiori ideologi del nascente regime.
Dopo aver ottenuto la fiducia del parlamento Mussolini poteva affermare di aver realizzato il proprio obiettivo: la conquista del potere.
Cominciò così quel mutamento delle istituzioni che entro il 1926 avrebbe trasformato l’Italia in una dittatura. Il governo di Mussolini godeva di un’ampia maggioranza parlamentare e poteva dedicarsi a ristabilire la pace sociale e l’autorità dello Stato. Fu approvata una serie di modifiche legislative che apriva la strada alla monopolizzazione del potere dal parte del partito di Mussolini.
Nel dicembre del 1922 nacque il Gran Consiglio del fascismo che avrebbe dovuto stabilire un più stretto nesso operativo tra partito e governo e che in realtà limitava l’autonomia di quest’ultimo e del Parlamento. Nel gennaio del 1923 sorse la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn), destinata ad inquadrare tutte le forze paramilitari che avevano composto lo squadrismo fascista. Le creazione della Mvsn rappresentava un passo decisivo verso la legalizzazione dell’esercito privato del partito.
Infine venne affidata a Giacomo Acerbo la riforma del sistema elettorale. Tale legge prevedeva l’introduzione di un forte premio di maggioranza: la lista che avesse ottenuto almeno il 25% dei voti otteneva i due tersi dei seggi alla Camera dei Deputati. La legge fu approvata nel novembre 1923.

Dall’assassinio di Matteotti alle «leggi fascistissime»
La campagna elettorale fu segnata da intimidazioni e violenze contro tutti gli oppositori. Numerosi furono i brogli segnalati nel giorno del voto. Il 6 aprile 1924 il partito di Mussolini ottenne il 65% dei voti e 374 seggi. Durante la ratifica parlamentare del voto, il segretario del Psu, Giacomo Matteotti, denunciò con un discorso alla camera il clima di violenza instaurato dal fascismo prima e durante le elezione e ne contestò l’esito. Pochi giorni dopo. Il 10 giugno 1924 il parlamentare socialista venne rapito e assassinato. Dell’omicidio venne accusata una squadra di fascisti convinti di interpretare la volontà di Mussolini. Il corpo della vittima fu ritrovato solo il 16 agosto alle porte di Roma, ma già all’indomani del rapimento il governo fu sottoposto a dure critiche e deplorazioni.
Dopo il rapimento di Matteotti gli alleati isolarono Mussolini le opposizioni decisero di non rientrare in Parlamento per protesta finché non fosse stata ripristinata la legalità e sciolta la Milizia e ri-chiamandosi alla secessione dei plebei sul colle Aventino nell’antica Roma. I mesi passarono e Vittorio Emanuele III non intervenne e la protesta istituzionale nei confronti del fascismo di spense.
Intanto nel pese si erano riaccesi gli scontri tra gli squadristi e le superstiti formazioni antifasciste. Proprio dai ranghi della Milizia venne il sostegno extraparlamentare che dette a Mussolini la forza di presentarsi alla Camera alla ripresa dei lavori il 3 gennaio 1925 e assumersi la responsabilità morale e politica dell’assassinio di Matteotti.
Si trattava di una dichiarazione di guerra alle opposizioni. Nei giorni successivi al discorso, i circoli e le sedi dei partiti di opposizione furono attaccati e ogni dissenso represso. Vennero seguite da nuove dimissioni di liberali e il loro posto fu occupato uomini di sicura fede fascista. Il lavoro di smantellamento di Stato liberale andò avanti parallelamente al consolidamento del regini fascista.
Il 2 ottobre del 1925 un accordo fra Confindustria e la Confederazione fascista delle corporazioni fece divenire il quello fascista l’unico sindacato autorizzato dagli industriali e la Cgdl venne sciolta.
Il 20 novembre il Senato approvò una legge contro le associazioni segrete e venne inoltre introdotto in tutti gli uffici il saluto romano fascista.
Il 24 dicembre fu approvata una modifica allo Statuto Albertino in cui il presidente del consiglio si trasformava i «capo di governo» con capacità di controllo sui ministri, la cui nomina e revoca restava prerogativa regia, ma su proposta del capo di governo. Nelle mani di quest’ultimo passava anche l’iniziativa legislativa; il Parlamento aveva sempre meno compiti.
Entrò poi in vigore la riforma delle amministrazioni locali, che sostituiva il sindaco con la figura del podestà, la cui nomina proveniva dalle autorità centrali dello Stato ed infine il 12 ottobre 1926 Mussolini assunse il comando della Mvsn.
Tra il 1925 e il 1926 vennero orditi quattro attentati alla vita di Mussolini, tutti falliti e che causarono l’indurimento delle norme di sicurezza pubblica e della politica giudiziaria. Il consiglio dei mini-stri approvò una serie di provvedimenti per la sicurezza del regime fascista e per la «difesa dello Stato». Venne stabilito lo scioglimento di tutti i partiti, associazioni e organizzazioni in opposizione al fascismo. I passaporti vennero revisionati e quelli rilasciati di recente annullati. La stampa fu posta sotto controllo con la chiusura di parecchie testate. Fu istituito il confino di polizia e introdotta la pena di morte. Fu creata una potente polizia polita denominata Ovra. Venne istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, con il compito di giudicare i reati di spionaggio. I fuoriusciti del partito fascista vennero colpiti con al confisca dei beni e la perdita della nazionalità.
Questi provvedimenti rimasero noto come «leggi fascistissime».

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