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Storia contemporanea


Il grande balzo economico

Con gli anni cinquanta si verifica un’intensa ripresa della crescita della popolazione.
Infatti nel 1950 il prodotto lordo mondiale cominciò a crescere a ritmi sempre più sostenuti; in Italia e in Germania questa crescita fu ancora più marcata: un vero e proprio “boom economico”.
Questa situazione fu resa possibile grazie ad una serie di fattori.

Il primo fattore fu la crescita della popolazione.
L’aumento della popolazione significò, infatti, sia un incremento dei consumatori, sia una crescita della disponibilità di lavoratori in tutti i settori produttivi.

Il secondo fattore fu la creazione di un mercato su scala mondiale.
L’integrazione del mercato internazionale era stata ostacolata dalle rigide misure protezionistiche adottate dai vari stati. Dopo la guerra, gli Stati Uniti si fecero promotori di un ritorno al libero scambio: caddero le barriere doganali e il commercio mondiale si moltiplicò di cinque volte tra il 1950 e il 1970.

Il terzo fattore fu la rivoluzione tecnologica.
Infatti si aprì una nuova stagione di innovazioni tecnologiche caratterizzata da un progresso nell’automazione dei processi di produzione, che consentì di abbassare i costi. Le automobili e gli elettrodomestici divennero beni di consumo di massa: si affermò, cioè, la società dei consumi.
Inoltre, il ventennio 1950-70 fu legato alla scoperta e all’utilizzazione di una nuova fonte di energia, l’energia atomica.

Il quarto fattore fu il basso prezzo delle materie prime.
Fino agli inizi degli anni settanta i prezzi delle materie prime, e soprattutto del petrolio, prodotte dai paesi asiatici e africani rimasero molto bassi.

L’insieme di tutti questi fattori avviò una nuova fase di sviluppo economico, legato all’aumento qualitativo e quantitativo dei consumi.

La decolonizzazione

La formazione di due blocchi contrapposti si intrecciò strettamente al processo di decolonizzazione, cioè l’acquisizione dell’indipendenza da parte di quegli stati che erano stati ridotti a colonia dalle potenze europee.
La decolonizzazione conobbe il periodo di maggiore intensità tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta e già alla fine del decennio successivo si concluse. Questo processo si verificò perché con la fine della seconda guerra mondiale si era definitivamente compiuto il declino dell’Europa a favore di Usa e Urss.

L’emancipazione delle aree coloniali avvenne secondo modalità e empi differenti.

Il continente asiatico fu il primo ad affrancarsi: in India, il movimento nazionalista in crescita vantò un prestigioso leader, Mohandas Gandhi (il Mahatma), che guidò nel 1947 l’India all’indipendenza con il metodo della non violenza.
In Cina, invece, il Partito Comunista riuscì a trasformare la guerra di liberazione contro l’occupazione giapponese in una grande rivoluzione socialista. Nel 1949 nasceva la Repubblica popolare cinese.
L’indipendenza della Malesia e del Vietnam fu ottenuta da entrambi dopo anni di violenta guerriglia contro i rispettivi dominatori, Olanda e Francia. Inoltre a questa situazione si aggiunse la difficile convivenza con il nuovo stato d’Israele; drammatica divenne la rivalità che dal 1948 oppose ebrei e palestinesi, di fatto espulsi dalle terre abitate da secoli.

In Africa il processo di emancipazione delle colonie fu reso più difficile sia dalla resistenza opposta dalle potenze europee in declino, sia dai contrasti tribali, sia dalla difficoltà di formazione di classi dirigenti locali.
Per esempio, la Francia si impegnò contro le forze di liberazione in Marocco, Tunisia e Algeria; in questa ultima il governo francese dette vita ad una guerra che si concluse con la vittoria del movimento di liberazione e la nascita della Repubblica popolare algerina.
Assai sanguinose furono le guerre per l’indipendenza del Congo e del Kenya.
La decolonizzazione si svolse invece in maniera più indolore in Ghana, in Senegal e in Tanzania; ciò è dovuto al maggior prestigio dei capi di movimento di liberazione e alla minore intensità dei conflitti interni.

Anche all’interno dei movimenti di liberazione, però, c’erano dei contrasti.
I “moderati” ritenevano opportuno mantenere stretti rapporti politici ed economici con le potenze ex coloniali, i “rivoluzionari”, invece, pensavano che l’Africa dovesse contare solo su se stessa.


La guerra fredda

Tra il 1947 e il 1949 la formazione di due blocchi contrapposti sulla scena mondiale si stabilizzò definitivamente. Da una parte gli Stati Uniti consolidarono i legami politici con i paesi dell’Europa occidentale e il Giappone (attraverso aiuti economici tra i quali il piano Marshall), mentre dall’altra l’Urss impose in tutta l’Europa orientale governi autoritari guidati dai partiti comunisti locali e avviò la riorganizzazione del sistema economico sul modello sovietico.
I due blocchi diedero vita a organismi politico-militari. Nel settembre 1947 a Mosca fu fondato il Cominform, centro di coordinamento dei partiti comunisti di tutto il mondo, al quale seguì il Patto di Varsavia, un organismo di intervento militare che legava i paesi del blocco comunista.
A loro volta, nell’aprile 1949, gli Stati Uniti si fecero promotori di una nuova alleanza militare, il Patto Atlantico, sottoscritto da dodici stati, che aveva come strumento d’intervento la NATO (North Atlantic Trade Organization).

La competizione tra i due blocchi degenerò ben presto in una “guerra fredda”, chiamata così perché non sfociò mai in un vero e proprio conflitto tra le due superpotenze. Infatti, i due blocchi diedero origine a due fronti che si combattevano ideologicamente in ogni angolo del mondo: guerra economica, guerra ideologica, guerra spionistica si combinarono in una miscela che condizionò anche la politica interna dei singoli stati.

In Unione Sovietica ogni dissenso interno venne qualificato come sabotaggio a favore degli Stati Uniti e ogni tentativo di autonomia degli stati satelliti (stati che gravitavano intorno all’Urss e che dipendevano da essa) venne bloccato con le armi. Violenti episodi di repressione si svolsero nel 1956 in Ungheria e in Polonia, e anche nel 1968 in Cecoslovacchia.

Nei paesi occidentali si diffusero campagne di intolleranza ideologica verso gli intellettuali comunisti e i partiti comunisti vennero emarginati: nella Repubblica Federale Tedesca il partito comunista venne messo fuori legge, in Italia e in Francia ai partiti comunisti fu negato l’accesso al governo.

Il confronto tra le due grandi potenze sfociò in una serie di guerre locali.
La prima si verificò in Corea: essa era stata divisa in due stati: nella Corea del Nord si impose un governo comunista, in quella del Sud uno filo-occidentale. Nel 1950 la Corea del Nord cercò di invadere quella del Sud: ne scaturì una guerra nella quale le due superpotenze si schierarono a fianco dei rispettivi alleati e che si concluse con un nulla di fatto.

Anche il Sudest asiatico fu teatro di scontro militare tra Usa e Urss: esso aveva per oggetto la divisione del Vietnam in due stati. Il Nord comunista propose l’unificazione dell’intero paese, scontrandosi con il governo del Sud, sostenuto dagli Stati Uniti. Negli anni sessanta il conflitto degenerò in una guerra dalla quale gli Usa uscirono sconfitti.
In America Latina, gli Usa si posero a difesa dei governi dittatoriali, impedendo per decenni l’evoluzione democratica di quel subcontinente.
Inoltre, in Medio Oriente, a causa del difficile rapporto tra i paesi arabi, vicini all’Urss, e lo Stato d’Israele, che godeva della protezione statunitense, si generò una guerra per il possesso del petrolio.
Il conflitto non è ancora concluso.


La lenta rinascita dell’Europa

In un mondo diviso politicamente ed economicamente, l’Europa rimaneva il principale scenario dello scontro, dove già dalla fine degli anni cinquanta cominciarono a delinearsi alcune novità.
La prima novità si realizzò in Gran Bretagna e riguardò la creazione di nuove forme di intervento dello Stato nelle questioni sociali. Infatti i laburisti, nel 1945, diedero vita al welfare state, cioè allo “stato del benessere” o “stato sociale”.
Questo sistema consiste nell’edificare una struttura di assistenza pubblica diretta a proteggere i cittadini dalla “culla alla tomba”, tramite la gratuità delle cure mediche e ospedaliere, l’indennità di disoccupazione, l’aumento delle pensioni, il miglioramento dell’insegnamento pubblico e l’estensione dell’edilizia popolare.
Il welfare state uno dei caratteri più importanti della cultura economica europea.

L’altra novità è rappresentata dalla volontà di creare un’Europa unita, motivata da ragioni ideali volte a superare l’ideologia nazionalista, responsabile degli orrori della guerra. Vi erano anche ragioni pratiche: lo sviluppo scientifico e tecnologico richiedeva enormi sforzi economici che i singoli paesi non erano i grado di sostenere. Inoltre giocò un ruolo fondamentale la consapevolezza dell’inferiorità continentale di fronte al capitalismo americano e al blocco sovietico.
Gli obiettivi principali dell’unità erano due: la costituzione di una solida entità politica e la creazione di un’area europea di libero mercato.
Nel 1957 il trattato di Roma sancì la costituzione della Comunità economica europea (Cee), con sede a Bruxelles. Essa riuniva Belgio, Francia, Repubblica federale tedesca, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca, Grecia, Spagna e Portogallo.
Il più importante obiettivo della Cee fu la costituzione del Mercato comune europeo (Mec), che abolì le dogane tra gli stati membri.

Negli anni sessanta e settanta, l’integrazione europea cominciò a determinare l’impegno per una politica di distensione con i paesi europei del blocco comunista e l’affermazione della democrazia in Spagna (1975) e in Portogallo (1974).

Sviluppo e sottosviluppo

Il grande ciclo di espansione economica coincise con il processo di decolonizzazione.
Tuttavia, ciò non significò acquistare benessere, anzi, cominciò a emergere il divario sociale ed economico tra i paesi di recente indipendenza e l’Occidente.
Infatti, per buona parte degli anni cinquanta il reddito medio di ogni abitante dei paesi ex coloniali era meno di un terzo rispetto a quello di ogni cittadino degli Stati Uniti.

I paesi dai bassi redditi individuali vennero chiamati “paesi in via di sviluppo”, perché si pensava che avrebbero ancora potuto raggiungere il livello economico degli altri paesi.
Tuttavia il divario si accentuò, e infine si affermò l’espressione “Terzo mondo”, per definire quei paesi che non facevano parte né dell’area capitalistica, né di quella sovietica, e nei quali era concentrata la povertà nel mondo. La povertà era costituita da scarsità alimentare, analfabetismo, rare opportunità di lavoro, malattie e un economia che dipendeva dagli investimenti dei paesi ricchi.

Una delle cause di questo sottosviluppo fu l’aumento eccezionale della popolazione: con una riduzione molto forte della mortalità, i paesi del Terzo mondo hanno dovuto far fronte ad una pressione umana sulle risorse disponibili superiore a quanto era mai accaduto.
Un’altra causa fu che l’integrazione del mercato mondiale ha fatto saltare gli equilibri economici tradizionali delle società arretrate del Terzo mondo, ma non le ha sostituiti con nuovi meccanismi di accumulazione e di crescita.

Tra il 1950 e il 1970 il mondo, dunque, non è solo diviso dalla cortina economica tra Occidente capitalista e Oriente comunista, esso appare solcato da una divisione tra i paesi sviluppati e i paesi sottosviluppati.


Il mondo nella crisi

Agli inizi degli anni settanta il ciclo economico positivo s’interruppe bruscamente e l’economia mondiale fu travolta da una nuova crisi generale, a causa della combinazione tra la recessione (ristagno delle attività economiche generali) e il considerevole aumento dei prezzi.
Infatti l’inflazione crebbe ogni anno di oltre il 10%, raddoppiando i prezzi dei beni di consumo e del petrolio, materia prima indispensabile per l’industria e i trasporti.

L’altra causa della crisi u il progressivo indebolimento del dollaro: esso era diventato un mezzo di pagamento internazionale, utilizzato anche dagli altri stati.
Il sistema si manteneva in equilibrio perché la forma dell’economia americana dava stabilità al dollaro e perché la Banca centrale degli Usa ( Federal Reserve) controllava rigorosamente l’emissione della propria moneta.
Ma con la guerra del Vietnam una di queste due condizione venne meno. I costi della guerra furono ben maggiori di quelli che l’economia americana era in grado di sopportare. Per fare fronte alle spese la Banca centrale mise in circolazione un’enorme quantità di dollari, con l’effetto di far svalutare la moneta americana.
La svalutazione del dollaro determinò una generale instabilità nei cambi tra le monete e accentuò le spinte al rialzo dei prezzi.


Questa crisi, però, si differenziò dalle precedenti per un fatto nuovo: i sindacati dei lavoratori riuscirono a impedire che essa venisse risolta attraverso una distribuzione delle risorse meno favorevole al lavoro salariato.
La forza dei lavoratori industriali dipendeva dal fatto che nei paesi industrializzati la disoccupazione si era ridotta ai minimi termini. Inoltre, il welfare state garantiva altre protezioni ai lavoratori che non potevano essere abolite: le pensione di vecchiaia, i sussidi di disoccupazione, le prestazioni sanitarie gratuite.


La fine del sistema fordista

Dopo la crisi generale, lo Stato doveva ridurre le proprie spese e tenere sotto controllo l’inflazione, anche a costo di ridimensionare lo stato sociale. Questa scelta avrebbe favorito il ritorno a un’economia di mercato dove avrebbe predominato la libera concorrenza.

La grande fabbrica meccanizzata produttrice dei beni di consumo di massa fu smantellata, perché c’era la necessità di creare un sistema produttivo più flessibile e di ridurre i costi di produzione.
Infatti la grande fabbrica basata sulla catena di montaggio e sul sistema fordista era molto rigida ed era diventata troppo costosa.
Perciò, per rispondere a queste esigenze, furono avviati due processi. Il primo è stato un massiccio trasferimento delle attività produttive e di lavorazioni nei paesi del Terzo mondo, dove il lavoro costa meno ed è meno tutelato, ovvero un “decentramento produttivo”.
Il secondo processo è consistito nello spostamento del centro dell’economia dall’industria al settore terziario, quello dei servizi. I paesi industrializzati si sono avviati, cioè, a diventare paesi postindustriali.
Questo secondo fenomeno è stato chiamato “deindustrializzazione”.

Il decentramento produttivo e la deindustrializzazione hanno consentito di ridurre la classe operaia, che era diventata una minoranza.
Inoltre, il nuovo modello di sviluppo affermatosi dopo la crisi si è rivelato meno dinamico di quello precedente. Si sono quindi verificati ritmi di espansione economici più lenti e limitati di quelli che si erano manifestati tra il 1950 e il 1970; ciò ha determinato una situazione di disoccupazione cronica, senza che le politiche sociali siano state in grado di farvi fronte efficacemente.

La rivoluzione informatica

La crisi degli anni ’70 accelerò l’innovazione tecnologica. Si promossero l’utilizzazione di fonti di energia alternativa e la ricerca di nuove tecniche e di nuovi prodotti a basso consumo energetico: il riscaldamento nelle case viene effettuato con il metano, molte imprese investono nella produzione di energie alternative, come quella solare e quella eolica.

In ogni caso, la tecnologia che ha favorito il superamento della crisi è stata l’informatica. I caratteri di questa nuova tecnologia sono stati talmente innovativi da definire questa trasformazione una vera e propria rivoluzione, perché in pochi decenni la tecnologia informatica si è evoluta a ritmi vertiginosi.
Il personal computer è entrato anche nelle case.

L’informatica ha consentito innanzitutto di riorganizzare complessivamente la circolazione delle informazioni a livello planetario: grazie alla telematica è possibile trasmettere in pochi secondi informazioni e dati di qualsiasi tipo in ogni parte del mondo.
L’applicazione al processo produttivo di questa nuova tecnologia si è tradotta in minori costi di produzione e nella sostituzione dei computer al lavoro umano in molti campi.

Nella fabbrica automatizzata il lavoro dell’operaio tende quindi a ridursi sempre più. Rimangono indispensabili al ciclo produttivo i tecnici e i manager.

La società dell’informazione

Una migliore gestione delle informazioni significa oggi più produttività, più capacità di concorrenza, più forza sul mercato.
L’introduzione dell’informatica ha determinato un alto livello di circolazione delle informazioni, favorendo una diversa organizzazione aziendale. L’automazione dei processi di produzione gestiti dalle macchine elettroniche ha avuto come effetto quello di rendere meno faticoso e più interessante il lavoro. Ne è scaturita un’organizzazione del lavoro nelle fabbriche e negli uffici meno gerarchizzata, nella quale il patrimonio delle informazioni è strumento indispensabile per ottimizzare (ottenere i massimi risultati coi mezzi disponibili) la produzione e ridurre i costi.

Il cambiamento nel modo di lavorare introdotto dall’informatica ha reso possibile la cooperazione anche tra persone che non lavorano nello stesso luogo. Il computer ha favorito e stimolato il decentramento delle attività e della distribuzione dei beni. Al lavoro concentrato nelle grandi fabbriche si è sostituita una miriade di attività disgregate.
L’informatica, infine, è diventata a sua volta un gigantesco settore produttivo. Esso è concentrato soprattutto negli Stati Uniti e in Giappone, ma anche in Europa: infatti, la domanda dei prodotti informatici è cresciuta a ritmi vertiginosi.

La rivoluzione informatica ha consentito di lavorare meglio, di ridurre la fatica e l’alienazione del lavoro di fabbrica e di ridurre i tempi di lavoro.
Tuttavia la nuova tecnologia ha permesso di produrre di più impiegando sempre meno lavoro umano, provocando una disoccupazione che in Europa supera i trenta milioni di individui.
Oggi né gli esperti né i governi sono in grado di risolvere questa contraddizione.

Nord e Sud del mondo

La complessa serie di interventi messi in atto dai governi per sconfiggere la crisi economica ebbe indubbiamente effetti positivi. Agli inizi degli anni ottanta l’inflazione si era notevolmente ridotta, favorendo la riduzione del prezzo del petrolio e di altre materie prime.
Perciò, dopo il 1985, lo sviluppo economico nei paesi avanzati si rimise in moto.

Questa ripresa, però, è avvenuta a scapito dei paesi del Terzo mondo. In altre parole, il lento superamento della crisi da parte delle economie industriali avanzate si tradusse in un ulteriore aggravamento delle condizioni di sottosviluppo delle economie povere. Questo a causa dell’indebitamento che i paesi del Terzo mondo avevano con il Fondo monetario internazionale, che in alcuni stati (soprattutto in America latina) superava la stessa ricchezza nazionale annualmente prodotta.

Questa situazione divenne insostenibile a tal punto che nel 1983 fu avanzata ufficialmente la proposta di azzerare quei debiti e di impegnare i governi occidentali al risarcimento delle banche creditrici. Ma la proposta non venne accolta dal Fondo monetario internazionale, che alla fine imprigionò quei paesi sempre più gravemente nel sottosviluppo.

Per tutti gli anni ottanta il problema del debito del Terzo mondo rimase irrisolto, e in parte lo è tuttora.
Il decentramento produttivo, infatti, in molti casi non ha favorito la diffusione di autonome capacità di sviluppo dei paesi coinvolti: ha diffuso il lavoro dei bambini e delle donne, fuori da ogni controllo igienico e sanitario.
Solo in alcuni casi il decentramento ha dato un contributo decisivo, soprattutto in Asia (Taiwan, Corea del Sud, Singapore) e in America latina (Messico e Brasile).

Il crollo dell’impero sovietico

La perestrojka nei paesi del patto di Varsavia fece passi da gigante che, alla fine del 1989, il blocco sovietico non esisteva più.
In Polonia, il libero sindacato, capeggiato dal minatore Lech Walesa, raccolse progressivamente tutta l’opposizione popolare e civile e seppe resistere al colpo di stato militare del 1981. Successivamente costrinse il Partito comunista al potere ad accettare le elezioni, nelle quali non riuscì ad eleggere nemmeno un deputato, e tra il 1989 e il 1993 si venivano costruendo le nuove istituzioni democratiche.

In Ungheria le forze riformatrici ebbero il sopravvento nei confronti di un regime che si era retto solo grazie al sostegno militare ed economico dell’Urss. Quando Gorbaciov interruppe gli aiuti, esso si dissolse senza nessuna resistenza, e le nuove forze politiche democratiche e socialdemocratiche ridisegnarono l’assetto costituzionale dello Stato.
Un processo analogo si verificò in Cecoslovacchia dove un’ondata di proteste senza precedenti guidata dallo scrittore Waclav Havel provocò in pochi giorni il crollo del potere comunista.

In Germania si svolse il fatto più significativo: tra il 7 e il 9 novembre i berlinesi abbatterono il muro di Berlino, il simbolo stesso della guerra fredda e della cortina di ferro. Questo evento fece crollare un sistema politico in apparenza solidissimo; il presidente della Repubblica fu deposto e fu subito varato un governo aperto alle forze dell’opposizione.
Nel marzo 1990 vennero indette le prime elezioni libere, nelle quali il Partito democratico cristiano ottenne una vittoria schiacciante. La riunificazione della Germania venne proclamata il 3 ottobre ed Helmuth Kohl divenne il primo capo della Germania unita.

In Romania, invece, ci fu una vera e propria rivoluzione popolare: Nicolae Ceausescu aveva costruito un’intollerabile dittatura.
Alla fine del dicembre 1989 il popolo rumeno si ribellò a Ceausescu, che reagì con durissime repressioni. Tuttavia, con l’appoggio dell’esercito, la rivoluzione rumena vinse la sua battaglia: Ceausescu fu giustiziato con la moglie Elena; la guida politica fu assunta dal Fronte di salvezza nazionale il cui rappresentante, Ilion Iliescu, venne eletto presidente della Repubblica.
La conclusione delle guerra fredda

La guerra fredda tra le due superpotenze sembrava irreversibile e gli sforzi per il dialogo sembravano inconcludenti.
Nella seconda metà degli anni ottanta, però, emerse una variabile imprevedibile che aprì una fase nuova: Michail Sergeevic Gorbaciov, il dirigente comunista che l’11 marzo 1985 assunse la carica di segretario generale del Pcus. Nel giro di pochi mesi Gorbaciov mutò profondamente la politica estera sovietica, e inaugurò una stagione di disarmo ritirando le truppe sovietiche dall’Afghanistan e distruggendo dei sistemi missilistici.
Con gli accordi Salt del 1987, per la prima volta, le due superpotenze stabilirono di ridurre gli arsenali militari.

Quindi, con il 1987, l’epoca della guerra fredda poteva dirsi conclusa; sembrava delinearsi una nuova era, nella quale la cooperazione internazionale diventava lo strumento principale per affrontare le controversie e i conflitti.

Questa repentina e straordinaria mutazione aveva profonde ragioni interne. Dopo decenni di aumenti vertiginosi delle spese militari, l’economia sovietica era al collasso: emergeva chiaramente che i costi sociali ed economici per garantire all’Urss lo stato di grande potenza planetaria erano insostenibili.
Per salvare il paese dal collasso bisognava dirottare le risorse dalle spese militari ai consumi interni. Era in sostanza una dichiarazione di resa: l’Urss doveva dichiararsi sconfitta.
Questo rinnovamento profondo del modello di sviluppo sovietico, che venne detto perestrojka (ristrutturazione), presupponeva però la creazione di un contesto internazionale pacificato: ciò avrebbe garantito l’afflusso di capitali e di tecnologie occidentali, indispensabili per il rilancio dell’economia sovietica.

Gorbaciov capì anche che la riorganizzazione del sistema economico era indissolubilmente legata a una profonda trasformazione del sistema politico. Perciò ridefinì il sistema politico lungo due linee: da un alto garantendo il rispetto delle libertà civili ai cittadini; dall’altro, smantellando la sovrapposizione del partito sullo Stato e ridando a quest’ultimo l’autonomia.

In ogni caso i conservatori furono in grado di condizionare lo svolgimento delle prime elezioni semilibere nel 1988. Si apriva così un conflitto istituzionale tra il presidente e il Parlamento che avrebbe segnato la vita politica dell’Urss fino al suo definitivo crollo nel 1991: ciò era aggravato dalle forti spinte indipendentiste dei paesi satelliti che provocarono rivolte nazionalistiche.
La difficile costruzione di un nuovo ordine

La crisi jugoslava ha messo in evidenza i limiti degli organismi internazionali. Un nuovo ordine mondiale stentava a decollare. Anche l’Unione Europea, alla quale ormai aderiscono anche Grecia, Spagna, Portogallo, Svezia, Finlandia e Austria, non riesce a definire un proprio ruolo di soggetto politico in grado di intervenire nelle crisi che colpiscono il continente. Nonostante il trattato di Maastricht abbia stabilito nel febbraio 1992 la creazione di una moneta unica e la totale liberalizzazione degli scambi interni, la Ue non riesce a diventare un’effettiva “unione politica”.

In Medio Oriente, l’Onu non riesce a trovare una soluzione al lungo conflitto arabo-israeliano: nonostante il riconoscimento da parte dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) dello stato di Israele, il conflitto resta aperto.
Gravano infatti sulle trattative la presenza di insediamenti israeliani nei territori destinati all’autorità politica palestinese e l’azione di gruppi terroristi arabi.
Nel mondo arabo, inoltre, si è sviluppata l’azione di forze musulmane che hanno cercato di utilizzare l’identità religiosa per una lotta contro l’Occidente, accusato di voler imporre il proprio dominio. Prima l’Iran, poi la Libia, infine l’Iraq hanno cercato di aumentare la propria influenza e di imporre all’Occidente costi sempre più elevati del petrolio. Proprio il prezzo del petrolio ha reso possibile l’intervento di un corpo di spedizione militare multinazionale, per ripristinare la sovranità del Kuwait, annesso con un atto di forza dall’Iraq nell’agosto del 1990, noto come “guerra del Golfo”, che ha sconvolto gli equilibri dell’area.

Perciò, dopo la fine del bipolarismo, non si è ancora definito un nuovo ordine internazionale.
Gli Usa non sono stati in grado di imporre la loro egemonia: infatti, Europa, Russia, Giappone, Cina, India sono realtà troppo forti per accettarono un ruolo subalterno.
Nonostante questo, gli Stati Uniti rimangono la più grande potenza militare del mondo e si sono sostituiti spesso all’Onu per far rispettare la pace.
Tuttavia tali interventi sono stati giudicati indebiti ed è perciò necessario sia rafforzare l’Onu sia dare maggior peso decisionale ai paesi poveri dell’Africa e dell’Asia.

La fine dell’esperienza comunista

Gorbaciov, con la sua riforma, sconvolse anche il sistema comunista della Cina. Qui, dopo la morte di Mao Zedong nel 1976, il sistema politico era dominato dal Partito comunista cinese.
Nell’aprile 1989, a Pechino, l’immensa piazza Tien An-men fu occupata da migliaia di studenti, a cui si aggiunsero operai e contadini, che rivendicavano la democrazia e la fine del regime comunista.
I capi cinesi scelsero di rispondere con la forza: nella notte tra il 3 e il 4 giugno i carri armati fecero irruzione nella piazza, ponendo fine nel sangue all’occupazione studentesca.
Il regime non ne uscì però rafforzato.

L’uso della forza sull’opposizione studentesca e popolare in Urss determinò il crollo definitivo del regime comunista. Nell’agosto 1991, i capi moderati del Pcus, di fronte al progetto di Gorbaciov, misero in atto una golpe (tentativo di cambiare un ordine emesso) per impedirne la ratifica (diffusione di informazioni).
L’opposizione popolare, guidata da Boris Eltsin, la fermezza di Gorbaciov nel non scendere a patti e l’opposizione internazionale determinarono il rapido fallimento del tentativo eversivo.
Il Pcus venne messo fuori legge dal nuovo presidente Eltsin, mentre la maggior parte delle repubbliche dichiarò la propria indipendenza.
Il 31 dicembre 1991 l’Urss cessava di esistere.

In Jugoslavia, nel settembre 1991, era esplosa la guerra civile tra Serbia e Croazia. Ciò a causa di una lunga agonia della Federazione Jugoslava (formata da Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Macedonia e Montenegro), iniziata nel 1980, alla morte del maresciallo Tito, che aveva guidato la Jugoslavia per oltre trent’anni. Prive dell’autorità di Tito, le istituzioni federali non furono in grado di impedire lo esplodere dei conflitti etnico-religiosi.
La rottura divenne insanabile quando Croazia e Slovenia dichiararono la propria indipendenza e uscirono dalla Federazione Jugoslava, che nel giugno 1991 cessava di esistere.
La Serbia tentò di opporsi con la forza all’indipendenza della Croazia, e ne scaturì una sanguinosa guerra civile tra serbi e croati che nel 1992 si estese alla Bosnia-Erzegovina.
La guerra si concluse solo tra la fine del 1995 e l’inizio del 1996, per conoscere una nuova ripresa in Kosovo nel 1999.

Le trasformazioni dei sistemi politici europei

La caduta dei regimi comunisti non è rimasta senza conseguenze: in Germania ha provocato conseguenze molto complesse. L’estensione del marco e dell’economia di mercato ha determinato un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e ha fatto sorgere fenomeni che si ritenevano ormai superati: la xenofobia (paura dello straniero) e l’antisemitismo, sfociati in efferati atti di violenza.

In Italia, con il congresso del 1991 il Pci cessò di esistere, per fare posto al Pds, Partito democratico della sinistra. Inoltre, l’opinione pubblica venne a conoscenza di un intreccio perverso tra partiti e imprenditori che aveva scopi ben precisi: gli imprenditori ottenevano ricche commesse pubbliche, i politici ottenevano cospicue tangenti (soldi usati per favorire qualcuno). Il risultato di quest’azione giudiziaria fu la disgregazione della Dc e del Psi.
Inoltre si formarono movimenti autonomi del Nord, di cui il più importante, la Lega Nord, ha ottenuto un vasto consenso, e un imprenditore di nome Silvio Berlusconi decise di partecipare attivamente alla politica italiana con un proprio movimento, denominato Forza Italia.
Il consenso ottenuto da Forza Italia accompagna la nascita di movimenti che non hanno alcun rapporto con le grandi ideologie del XX secolo.

Approfondimenti.

L’Italia dal boom economico all’autunno caldo

L’Italia, già nella prima metà degli anni cinquanta, ebbe una fase di grande sviluppo economico. A fianco dell’impresa privata, si ampliò anche il settore dell’industria a partecipazione statale, ovvero sotto il controllo dello Stato.
L’Italia, quindi, divenne una nazione decisamente economica.
Lo sviluppo dell’industria venne favorito dal fatto che gli imprenditori avevano a disposizione una grande quantità di manodopera a basso costo. Il basso costo del lavoro consentì di mantenere bassi i prezzi dei prodotti italiani, che risultavano così molto competitivi sul mercato internazionale.

I risultati raggiunti fecero parlare di “miracolo economico”. I suoi simboli erano le automobili, gli elettrodomestici, il turismo di massa. Di questo benessere però non usufruivano tutti: ne erano esclusi gli operai meno qualificati; inoltre le condizioni di lavoro nelle fabbriche erano molto pesanti.
Per questo lo sviluppo industriale italiano, oltre a essere rapido e travolgente, fu anche caotico e pieno di squilibri e di limiti. L’agricoltura non era in grado di produrre i generi alimentari necessari che dovettero essere importati, aumentando così la dipendenza italiana dall’estero. La questione meridionale si fece più grave, e sembravano esistere due Italie: quella del Nord, industrializzata, e quella del Sud, sottosviluppata.
Lo Stato cercò di favorire nel Meridione lo sviluppo industriale: ne è un esempio la Cassa per il Mezzogiorno, istituita nel 1950. Ma i risultati non furono quelli sperati: l’intervento dello Stato, caratterizzato da sprechi e da una gestione spesso clientelare delle risorse, non migliorò la situazione economica meridionale.

In questi anni, per produrre la maggiore quantità di beni richiesti, il numero delle industrie era aumentato, e i salari erano più alti. Ciò comportava però aumenti dei prezzi, che cominciavano a rendere meno competitivi i prodotti italiani, e i maggiori livelli di occupazione determinarono un rafforzamento della classe operaia.

Sempre in questo periodo, la politica non fu in grado di rispondere alle richieste si riforme dei socialisti.
Nel luglio 1960 il democristiano Fernando Tambroni, chiamato dal presidente della Repubblica a formare un nuovo governo, tentò infatti una brusca sterzata a destra, e formò un governo sostenuto in Parlamento dai voti del Movimento Sociale Italiano. L’immediata reazione popolare impedì che il disegno si compisse e confermò il mutato clima politico diffuso nel paese.

Le trasformazioni economiche e sociali avevano reso possibili nuove alleanze tra i partiti e gli equilibri politici più influenti. La Democrazia Cristiana e il Partito Socialista avevano un ampio programma di riforme, tra cui: la nazionalizzazione dell’industria elettrica con la nascita dell’Enel e la riforma della scuola media inferiore. Alcune importanti riforme furono più volte promesse ma non vennero mai realizzate.

Nel frattempo, a partire dalla metà degli anni sessanta, l’economia italiana cominciò ad avviarsi verso la recessione, con il fallimento di aziende e un grave aumento della disoccupazione. Ciò determinò trasformazioni radicali nelle strutture di base dell’economia e della società. Per superare la crisi, gli imprenditori più forti si mossero lungo due strade: la concentrazione delle industrie in pochi grandi gruppi e l’adozione di provvedimenti per produrre più merci in minor tempo, intensificando i ritmi di lavoro e introducendo nuove macchine. Cominciarono così a costituirsi società multinazionali attraverso l’integrazione con aziende estere.

Nel 1966 l’economia italiana tornò a espandersi, ma la disoccupazione rimase elevata. I salari rimasero stazionari nonostante fosse molto aumentato il costo della vita. Nel Mezzogiorno gli investimenti continuavano a non produrre i risultati sperati.
L’emigrazione rimaneva l’unica soluzione per i lavoratori del Sud, ma il Nord non poteva occuparli con lo stesso ritmo degli anni cinquanta.

Questo malessere sociale determinò la ripresa degli scioperi, ma la vera esplosione si ebbe nel 1968.
Le agitazioni sindacali e la lotta per le pensioni furono le tappe di un movimento di lotta nelle fabbriche.
L’autunno del 1969, detto “autunno caldo”, rappresentò il punto più alto del conflitto: si sviluppò in quegli anni il movimento degli studenti, che chiedeva il diritto allo studio per tutti. Il movimento degli studenti cercò di collegarsi con la protesta operaia, con l’obiettivo di conquistare maggiore potere all’interno della società.

L’Italia repubblicana

Come nel resto d’Europa, anche in Italia il patrimonio economico risultò gravemente danneggiato dalla seconda guerra mondiale. Tuttavia, s’intravedevano speranze e concrete possibilità di rinnovamento democratico e di riforme sociali.
Nel giugno 1945 si formò un governo di coalizione che comprendeva tutte le forze antifasciste, presieduto da Ferruccio Parri. Dopo pochi mesi, però, l’equilibrio politico si ruppe: nel dicembre 1945 venne costituito un altro governo di coalizione, guidato da Alcide De Gasperi, che conserverà la carica fino al 1953.

Il 2 giugno 1946 si tennero le elezioni politiche, dove per la prima volta ebbero diritto di voto anche le donne. Inoltre si votava anche per un referendum popolare, si doveva decidere, cioè, se l’Italia sarebbe rimasta una monarchia o sarebbe diventata una repubblica.
La consultazione elettorale si concluse con due milioni di voti a vantaggio della repubblica

Le elezioni servirono anche per creare l’assemblea costituente, incaricata di redigere il testo della nuova Costituzione. In seguito all’esito delle elezioni, venne costituito un secondo governo presieduto da De Gasperi. Ma la guerra fredda rese la collaborazione tra la Democrazia Cristiana, i socialisti e il Partito comunista sempre più difficile. Infatti, la Democrazia Cristiana era favorevole a una stretta alleanza con gli Stati Uniti, mentre il Partito comunista privilegiava i rapporti con l’Unione Sovietica.
Nel 1947, quando le relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica cominciarono a farsi tese, la collaborazioni tra democristiani e comunisti entrò in crisi. Inoltre, all’interno del Partito socialista si verificò una spaccatura tra coloro che erano favorevoli a continuare l’azione con i comunisti e coloro che erano contrari. Questi ultimi, guidati da Giuseppe Saragat, uscirono dal Partito socialista e fondarono il Partito socialista democratico cristiano.
Nel maggio 1947 il governo di coalizione cadde su esplicita sollecitazione degli Stati Uniti e si formò un nuovo governo senza la partecipazione di comunisti e socialisti.

Il processo di ricostruzione si attuò dunque in modo incontrollato, poiché lasciato nel settore privato. De Gasperi ed Einaudi vararono una drastica politica di risanamento economico, con l’obiettivo di fermare l’inflazione e di arrestare la caduta della lira. Grazie anche al piano Marshall, questa politica favorì la ripresa industriale. Tuttavia non furono eliminati gli squilibri tra Nord e Sud.

Nel 1947 fu stesa una nuova carta costituzionale, che entrò in vigore il1° gennaio 1948. Secondo la nuova Costituzione, l’Italia è una repubblica democratica, con un parlamento composto di due camere, un presidente eletto dal Parlamento, una Corte costituzionale e un ordinamento regionale. Si sanciscono le libertà politiche e civili. Nel frattempo, prese il via la campagna per le elezioni, che si concluse con una vittoria schiacciante della Democrazia Cristiana.

Nell’aprile il paese si avviò verso un’epoca di intesa di ripresa economica, segnata tuttavia da profonde disuguaglianze sociali e profondi squilibri tra Nord e Sud. Il predominio della Dc significò l’allineamento dell’Italia nell’area di influenza statunitense che fu sancito nell’aprile 1949 dall’adesione al Patto atlantico.

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