zoe-28 di zoe-28
Eliminato 24 punti

La rivoluzione industriale

• La rivoluzione agricola: le tecniche
Nel 700 i progressi dell’agricoltura inglese dipesero dalla diffusione di scoperte agronomiche che risalivano a due o tre secoli prima. Il sistema della rotazione triennale e i campi aperti si avviarono a sparire. L’insieme di trasformazioni cui fu soggetta l’Inghilterra per quanto riguarda il sistema dei campi aperti viene chiamato “rivoluzione agricola”. Questa espressione suggerisce un parallelismo tra ciò che accade nel mondo rurale e la rivoluzione industriale. Tuttavia i tempi di sviluppo dell’agricoltura furono assai più lunghi di quelli dell’industria. Importante nesso tra Riv. Agricola e industriale sta nel fatto che un’agricoltura sempre più avanzata, che tendeva a sfruttare al massimo la capacità produttiva del terreno, non poteva sussistere senza l’aiuto di attrezzi e strumenti di lavoro di tipo nuovo, che venivano prodotti dalla nascente metallurgia industriale. Tuttavia i progressi dell’agricoltura furono principalmente di tipo agronomico mentre il ruolo delle macchine agricole fu molto limitato fino almeno al XVIII secolo. La domanda di attrezzi in metallo da parte di un’agricoltura in rapido sviluppo stimolò a sua volta la rivoluzione industriale. Sostenendo una buona parte della crescita dell’industria metallurgica. Scomparsa degli attrezzi tradizionali: gli attrezzi in legno o ferro battuto furono sostituiti da attrezzi più efficienti. Nonostante la crescita della popolazione per il XVIII secolo l’agricoltura inglese fu in grado di soddisfare i bisogni nazionali e consentire un buon margine di esportazioni granarie. Verso il 1790 però la popolazione arrivò a 8,2 milioni di persone e l’agricoltura faticò ad andare avanti.
• La rivoluzione agricola: i rapporti sociali
Si instaura un nuovo tipo di rapporto tra proprietario e contadino: durante il Medioevo la quota maggioritaria della produzione agricola era riservata al consumo dei servi-contadini e della famiglia del signore, mentre il resto veniva venduto in parte nei mercati locali e in parte in quelli urbani. I proprietari terrieri volevano solo accaparrarsene la maggiore quantità possibile togliendola ai contadini piuttosto che aumentare la produzione stessa. Alla fine del XVII secolo i proprietari inglesi cominciarono a considerare l’agricoltura non solo come un’attività legata al commercio ma come una fonte di grandi profitti. Ma per produrre di più bisognava avere capitali da investire. La rivoluzione agricola si deve considerare come il passaggio dalla gestione contadina di piccole aziende familiari all’azienda agraria di grandi dimensioni gestita in forma capitalistica. Nel XVII secolo il movimento delle recinzioni riprese con maggiore intensità e in forme in gran parte nuove: dato che anche le terre dei grandi e medi proprietari erano inserite nel sistema dei campi aperti ed erano divise in piccole unità di coltivazione a strisce concesse in affitto a famiglie contadine, le nuove recinzioni comportarono sia l’accorpamento delle singole unità in proprietà più vaste e compatte sia la sottrazione di queste alle consuetudini della comunità di villaggio. Si avviò così una nuova forma di gestione della terra: al posto di una struttura costituita da grandi proprietari e piccoli affittuari sorse quella costituita dai proprietari, dai grandi affittuari e dalla massa dei lavoratori salariati. La resistenza dei contadini alle recinzioni andò riducendosi via via che la loro forza veniva meno e che essi percepivano l’inutilità della loro opposizione. La rivoluzione agricola non determinò la riduzione della popolazione rurale. L’affermazione dell’agricoltura capitalistica determinò la formazione di frange di contadini poveri; non gli restava che l’emigrazione verso i centri urbani e le fabbriche.
• La nascita dell’industria tessile
La rivoluzione industriale inglese fu nel 1760. Si possono rintracciare delle precondizioni per lo sviluppo industriale come l’uso del carbon fossile nei processi produttivi. Tuttavia prima del 1820-30 le trasformazioni del sistema produttivo non furono così profonde da far rendere conto alle persone che il paese si stava industrializzando. Ciò si intuiva da tre elementi: il prodotto interno crebbe più in fretta della popolazione, la produzione industriale crebbe più in fretta di quella complessiva, questa crescita dipese dalla maggiore produttività del lavoro consentita dalla meccanizzazione dei processi di produzione. Per quanto riguarda il settore tessile, l’industria laniera era la più importante, per il valore globale della produzione, per il numero di persone cui dava lavoro e per il flusso di esportazioni. La produzione tessile era legata al lavoro a domicilio svolto dai contadini nei periodi di minore attività agricola. I tessitori dipendevano dai mercanti che erano proprietari dei telai e che provvedevano a consegnare la materia prima e a ritirare il prodotto finito. Il vecchio sistema a domicilio si era esteso fino a diventare la principale attività di quasi tutte le famiglie contadine. Cambiò il sistema di produzione che venne spostato in manifatture che ospitavano sotto un capannone alcune decine di operai, e gli strumenti di lavoro, costituiti da telai azionati a mano. Nel 1773 John Kay introdusse un’innovazione decisiva nelle macchine per tessere: la spoletta volante, che rendeva più spedito il lavoro del tessitore. Tuttavia l’industria laniera era piuttosto conservatrice e l’innovazione si diffuse con grande lentezza. L’opposizione dei lanieri fu vinta nel 1769-79. Poi l’intero settore della filatura del cotone poté essere rivoluzionato con l’invenzione di filatrici meccaniche. Il cotone prima era solo una piccola frazione dell’industria laniera ma poi si diffuse rapidamente. Le fabbriche, con l’applicazione della macchina a vapore alle filatrici meccaniche e ai telai furono trasferite in città, vicino alle grandi vie di comunicazione.
• Il carbone, il vapore, il ferro
L’uso del carbon fossile era divenuto comune ma il legno degli alberi offriva un combustibile diretto di non grande potere calorico al contrario del carbone vegetale; i vantaggi del carbone di origine minerale erano di ordine economico. I costi di produzione del carbone a legna erano più elevati di quelli dell’astrazione di una sostanza già ad uno stato minerale (per nuove tecniche di estrazione vedi pag. 154). La macchina di Watt (1775)fu perfezionata e adattata ai vari usi; così liberò le attività industriali dalla necessità di essere collocate nei pressi di un corso d’acqua abbastanza rapido. Nel 1709 Darby trasforma il carbon fossile in coke di carbone puro. 17 altiforni a coke cominciarono a sostituirsi ai vecchi altiforni a carbone a legna.
• La rivoluzione dei trasporti
Lo sviluppo economico presentava difficoltà a causa dell’elevato costo dei trasporti, specialmente per le materie pesanti e voluminose. Il problema principale era costituito dalle strade sempre troppo strette, non lastricate e perciò impraticabili. Nel 1738 in Francia fu lanciato un piano di ristrutturazione della rete stradale che venne adottato anche in Inghilterra nel XVIII. Si riuscì a ridurre il tempo per compiere un viaggio e a far sì che quest’ultimo non fosse massacrante. Il problema era nel trasporto del carbon fossile. La domanda di questo era in continuo aumento per i consumi domestici di una popolazione in rapida crescita e per gli usi industriali, ma era troppo pesante e voluminoso perché il suo trasferimento su strada non incidesse sul prezzo finale. Le miniere di carbon fossile si trovarono un po’ ovunque in Inghilterra e presto i proprietari ne vollero trarre maggiori profitti superando il problema del trasporto. Un’altra innovazione fu la ferrovia nel 1830. Binari di legno erano già usati per trasportare su carrelli il carbone delle miniere; poi furono costruiti in ferro. Nel 1769 Cugnot inventa una macchina a vapore mobile che viaggiava su strada normale alla velocità di 4 o 5 km/h, ma si rivelò un fallimento. Due problemi: rotaie più robuste c’erano ma andava modificato il sistema di collegamento tra ruota e binario.

Le conseguenze della rivoluzione industriale
• Lo sviluppo dell’urbanesimo industriale
Nel 700 in Inghilterra ci fu una crescita demografica di circa il 60%; essa si distribuì in maniera diseguale nelle varie contee inglesi. In quelle del sud-est di meno, in quelle del centro, sedi del maggior sviluppo industriale, fu più consistente. Ancora più rapida la crescita della sola popolazione urbana che a sua volta creò la città industriale moderna. Londra era la maggior città europea ed inoltre centro del più complesso ed esteso sistema finanziario e mercantile del mondo. Rappresentava da sola l’11% della popolazione inglese. Tranne Londra, tuttavia, l’Inghilterra restava un paese scarsamente urbanizzato e l’economia agricola prevaleva in gran parte delle sue contee. 50 anni dopo era in pieno svolgimento il processo rivoluzionario che stava facendo dell’Inghilterra il paese più urbanizzato d’Europa. Quasi 800.000 persone si affollavano nei 16 centri al di sotto di Londra che da sola contava 900.000 abitanti. Le nuove città industriali nascevano dal nulla, venendo a costituire una rete urbana del tutto diversa da quella delle epoche precedenti. Una popolazione così elevata aggravò però la situazione in città, che erano poco accoglienti e prive degli elementari servizi igienici. Qualunque tentativo di pianificarne lo sviluppo si rilevò inutile. I centri industriali divennero sempre più inabitati. Come mai i progressi della tecnica, l’aumento della produzione e della ricchezza avevano prodotto condizioni di vita così dure e insopportabili per un numero crescente di persone? Ecco qual è stato il costo umano dei processi di industrializzazione.

• La formazione della classe operaia
Con la fabbrica e la città industriale, anche la macchina creò il proletariato moderno. Un proletario è un individuo che non possiede mezzi di produzione e che percepisce un salario come remunerazione del lavoro fornito. Quindi se la forza-lavoro diventa una merce come tutte le altre e se esiste un mercato del lavoro sufficientemente sviluppato, il livello del salario sarà determinato dall’equilibrio fra la domanda e l’offerta: quando la domanda di lavoro cresce, anche il salario tende a innalzarsi, quando c’è un’eccedenza di offerta di lavoro dai salariati, il prezzo del lavoro tende a comprimersi. In una società preindustriale, il lavoro salariato non è il caso più comune. Un contadino che lavora la terra sulla base di un affitto a lungo termine non è un proletario perché il suo impiego non è soggetto alle forze impersonali del mercato. Alla completa proletarizzazione si opponeva il fatto che essi possedevano un’abilità solo in parte soggetta a concorrenza, trattandosi di lavoratori qualificati. Il lavoro salariato dominava invece in tutti quei casi in cui non era richiesta una specializzazione e in cui le consuetudini di gruppo avevano ormai perduto la loro ragion d’essere. La diffusione delle macchine provocò l’affermazione di un lavoro di fabbrica che non richiedeva alcun grado di qualificazione e che nasceva dopo che le precedenti consuetudini e solidarietà di gruppo si erano in gran parte dissolte. La crescita demografica e i processi di urbanizzazione spingevano verso il basso i salari, e analoga era l’azione delle macchine che dequalificavano il lavoro e ne riducevano il valore. Esposti ai processi di proletarizzazione erano le donne e i bambini, il cui lavoro, dequalificato, era privo di protezione e adatto alle esigenze delle macchine. Quindi l’introduzione delle macchine era responsabile dei processi di proletarizzazione. L’operaio di fabbrica occupava uno dei gradini più bassi della piramide sociale. Quali furono le origini del proletariato? Molti hanno detto che il proletariato industriale fosse in principio composto dalla popolazione contadina espulsa dalle campagne dall’avanzare delle recinzioni. Ma se è vero che le recinzioni trasformarono i contadini in salariati, non sembra proprio che ne riducessero il numero assoluto.
• La società industriale e le condizioni di vita
Due importanti effetti della Riv. Industriale furono l’aumento sia della produzione sia dei capitali che potevano essere reinvestiti. L’industriale poteva comprare altre materie prime e nuovi macchinari e assumere più operai per produrre più stoffe o altri prodotti. L’aumento della produzione e del capitale investibile procedevano di pari passo in una spirale che produceva in continuazione nuove merci, fabbriche, operai e capitale. Tre fattori furono a favore di questa spirale: l’accesso alle materie prime e fonti di energia meno care di quelle tradizionali e rese più vantaggiose dal fatto di essere esse stesse oggetto di processi industriali. La crescente disponibilità di forza-lavoro a buon mercato; i salari industriali erano superiori a quelli rurali e che questo fatto spiega bene perché la città, nonostante le difficoltà di vita dell’operaio di fabbrica, attraesse i giovani che abbandonavano i villaggi. Un numero sempre crescente di lavoratori raggiungeva l’età adulta in seguito allo sviluppo demografico. Tutti i salari reali mostrarono una netta tendenza a diminuire: lo sviluppo tecnologico aumentava la produttività del lavoro e ne riduceva il costo per unità del prodotto. Il terzo fattore fu l’ampia disponibilità dei mercati ad assorbire prodotti di media o bassa qualità e a prezzi che lo sviluppo industriale tendeva a far diminuire. I salari operai restarono stabili. I generi di prima necessità mostrarono una continua tendenza al rincaro e questa situazione portò alla conseguente erosione dei salari reali. Questa situazione era aggravata dalla lunghezza della giornata lavorativa che era normalmente di 12 ore e che si prolungava a 14 e più. Per sopravvivere un operaio doveva ridurre i suoi bisogni vitali all’essenziale, accrescere il peso di cibi poco nutrienti come le patate e i cavoli, abitare in case malsane e sovraffollate. Inoltre per pagare meno la forza-lavoro si utilizzavano nelle fabbriche donne e bambini. Così gli uomini vennero spesso sostituiti, soprattutto nell’industria tessile con donne e bambini che erano pagati meno e avevano un comportamento più docile e si adattavano più facilmente alle regole del sistema di fabbrica. Come i fanciulli, anche le donne erano occupate nell’industria tessile e in quella delle confezioni. Alla fine del 18 secolo si passò una nuova fase in cui i lavoratori cominciarono a ribellarsi e opporsi ed incapparono nei rigori della legge. Essa non solo puniva gli atti di violenza e gli scioperi ma anche qualunque forma organizzata di pressione sugli industriali volta ad ottenere aumenti di salario, diminuzioni dell’orario di lavoro o qualunque controllo sulle condizioni dell’impiego. L’opposizione si manifestò nella distruzione delle macchine, accusate di produrre disoccupazione e bassi salari. Nel 1824-25 una legge riconobbe agli operai il diritto di associarsi per motivi economici e assistenziali. La lotta dei lavoratori salariati per il miglioramento delle proprie condizioni di vita sarà una costante di tutta la storia contemporanea.
• La rivoluzione industriale in Europa
Lo sviluppo economico inglese si era affermato fra il 1780 e il 1820 nei seguenti nuovi quattro settori: l’industria cotoniera, la produzione di carbon fossile, la produzione di ghisa in altiforni alimentati dal coke e l’impiego di macchine a vapore. Poi se ne era aggiunto un quinto, quello delle costruzioni ferroviarie. Le prime macchine potevano essere costruite direttamente dai tradizionali artigiani, poiché i meccanismi di cui erano composte erano molto semplici. Altre producevano in serie parti meccaniche di precisione ed erano in sostanza macchine che producevano altre macchine. Macchine relativamente semplici richiedevano piccole quantità di capitali per la loro costruzione e potevano essere affidate ad una manodopera non specializzata e a basso costo. Solo dopo il 1830 la Riv. Industriale cominciò realmente a propagarsi nei paesi europei, prima in Francia, Svizzera, Svezia, e Germania e poi in Olanda, Austria e Italia.

L’Europa dalla rivoluzione al dominio napoleonico
• Dalla Convenzione al Direttorio
Con la caduta di Robespierre prende il potere Lazar Carnot, organizzatore delle armate rivoluzionarie e uno dei maggiori artefici delle loro vittorie. Esso doveva smantellare il Terrore e trovare una soluzione al conflitto religioso, liberando i prigionieri politici e restituendo la libertà di culto alla chiesa cattolica oltre che all’abolizione del controllo sui prezzi, riducendo il mercato alla libertà e alla normalità. Però doveva dimostrare di non essere disposto a rimettere il questione le conquiste essenziali ottenute negli anni precedenti, come il sequestro delle terre del clero e degli aristocratici. Le prime scelte andarono tutte nella direzione antigiacobina: i girondini furono reintegrati nella Convenzione e molti sedi giacobine furono chiuse. Contro i giacobini si scatenava un vero contro terrore “bianco”. Era finita l’epoca della virtù repubblicana e dell’egualitarismo radicale e in città tornava a comparire la vita di società e la ricchezza non aveva più timore o vergogna di presentarsi in pubblico. Questo ritorno al lusso apparve inopportuno e il 1 aprile 1795 le folle parigine attaccarono la Convenzione, ed essa rispose facendo ricorso all’esercito. Nel 1795 la Convenzione approvò una nuova costituzione con la quale veniva abbandonato il suffragio universale e ristabilito il suffragio a due gradi. Il potere legislativo era affidato a due camere (consiglio dei 500 e quello degli anziani di 250 membri); il potere esecutivo era attribuito a un consiglio di 5 membri chiamato Direttorio. La clausola più importante di questa costituzione si rivelò essere quella che imponeva di rinnovare per un terzo ogni anno i due rami del parlamento. La repressione contro i club popolari aveva ridato spazio alle forze monarchiche; i seguaci di Borbone si sentirono forti al punto da scatenare una loro insurrezione portando una grande folla a favore della monarchia davanti al palazzo dove si riuniva la Convenzione. Anche questa volta fu l’esercito a prendere in pugno la situazione: il leader dei termidoriani Barras chiamò un ufficiale che era stato considerato in passato simpatizzante robespierrista, Napoleone Bonaparte che con colpi di cannone spazzò via i monarchici insorti. In politica estera il governo termidoriano strinse paci con la Prussia e la Spagna. La guerra restava in atto solo con l’Austria e l’Inghilterra. Il 26 ottobre 1795 la Convenzione si sciolse ma non del tutto. Infatti dato che il nuovo assetto istituzionale nasceva tutt’altro che solido l’assemblea aveva emanato un decreto che imponeva agli elettori di scegliere i due terzi dei deputati del nuovo parlamento fra i membri della Convenzione.
• La rivoluzione esportata
La possibilità di esportare la rivoluzione era stata facilitata da conflitti politici. Nel 1796 il Direttorio decise di riprendere l’offensiva bellica contro l’Austria. La guerra poteva far risorgere il nazionalismo repubblicano e rafforzare politicamente il Direttorio, ma poteva anche condurre a nuove annessioni territoriali e a scaricare su altri popoli le difficoltà finanziarie della Francia. Carnot fu lo stratega della campagna militare che prevedeva una rapida avanzata dell’armata della Mosa e di quella del Reno, comandate da Jourdan e Moreau. Attraversata la Germania esse avrebbero dovuto convergere su Vienna e costringere l’imperatore Francesco II ad accettare l’annessione alla Francia non solo del Belgio ma anche della riva sinistra del Reno. Ma le cose non andarono così perché Jourdan e Moreau incontrarono una resistenza più forte del previsto e l’azione decisiva fu svolta da una terza armata che era stata affidata a Napoleone. Egli era nato in Corsica nel 1769 ed era uno dei molti ufficiali usciti dall’esercito rivoluzionario del 1793. Napoleone riuscì ad impadronirsi di gran parte dell’Italia settentrionale. L’imperatore austriaco fu costretto nell’aprile del 1797 a concludere un armistizio e ad accettare i termini della pace dettati da Bonaparte a Campoformio. La Francia otteneva il riconoscimento austriaco all’annessione del Belgio e della regione tedesca a occidente del Reno. Alle due repubbliche create da Bonaparte (cisalpina e ligure) si venne ad aggiungere nel 1797 la repubblica Romana. L’esercito dei Borbone di Napoli tentò di abbattere la repubblica a Roma ma non ci riuscì. Quindi la Francia riuscì a far sorgere ovunque dei partiti repubblicani formati dagli esponenti della borghesia intellettuale e terriera. Le repubbliche e le annessioni servivano alla Francia soprattutto come fonte di denaro per sanare il bilancio statale e consentire il finanziamento della guerra contro l’Inghilterra. La politica estera del Direttorio fu soprattutto di espansione e le “repubbliche sorelle” come quella d’Olanda, Svizzera e Italia erano entità soggette alla Francia, create o disfatte secondo le esigenze del momento. Più che tra i “giacobini” gli uomini di governo delle nuove repubbliche furono scelti dai francesi fra la borghesia moderata.

Hai bisogno di aiuto in Storia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email