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Il processo di “totalitarizzazione” alla base del regime fascista



Mussolini voleva fare del regime fascista un totalitarismo perfetto. Per portare a termine questo processo di totalitarizzazione e per conseguire questo obiettivo furono necessarie alcune modifiche. Queste trasformazioni riguardavano l’istituzione o l’ampliamento di nuovi organismi di controllo ma anche iniziative di tipo sociale-folkloristico.

Tra le modifiche istituzionali sono da ricordare: la creazione del ministero per la Cultura popolare, l’ampliamento delle funzioni del Pnf, la sostituzione della Camera dei deputati con una nuova Camera dei fasci e delle corporazioni.
Invece, tra le iniziative di tipo sociale-folkloristico sono da ricordare la campagna contro l’uso del "lei" (da sostituirsi con il “voi”), l’imposizione della divisa ai funzionari pubblici e l’adozione del "passo romano" nelle sfilate militari.
In questo processo di trasformazione del Paese giocò un ruolo decisivo l’introduzione delle leggi razziali.
Le leggi razziali erano state introdotte nella Germania nazista nel ’35. In Italia furono introdotte nell’autunno del ’38. In entrambi i casi si trattava di leggi discriminatorie nei confronti degli ebrei, ma con la differenza che mentre in Germania gli ebrei costituivano gran parte della popolazione, in Italia la comunità ebraica era poco numerosa: ecco perché qui la legislazione razziale giunse in modo del tutto improvviso e inaspettato.
Diversi furono i divieti imposti agli ebrei, in particolare gli ebrei vennero esclusi da qualsiasi ufficio pubblico e fu impedito loro di sposare non ebrei.
A livello sociale le leggi razziali (con cui Mussolini voleva proporre agli italiani motivi di aggressività nazionale) suscitarono non pochi contrasti: in primis con la Chiesa, poi nell’opinione pubblica.
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