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Il dopoguerra italiano


Il dopoguerra italiano, nonostante l’Italia avesse vinto la guerra, fu simile a quello tedesco, anche se il portare l’Italia fra i “grandi” sembrava fatta, e mise in luce le fragilità delle istituzioni liberali e la differenza fra popolo e stato, sfociando in una crisi di sistema. Il primo fattore fu l’ingente perdita in termini umani, poi vi fu un pesante debito pubblico per finanziare la guerra, una grande inflazione e disoccupazione. Tuttavia vi fu lo sviluppo industriale (Fiat, Ilva), quindi il capitalismo uscente dalla guerra fu molto moderno e l’apparato industriale rispose bene agli stimoli della guerra. Gli operai e i contadini che vedevano nella guerra un riscatto furono profondamente delusi a causa delle conseguenze economiche. Quindi dalla primavera del 1919 cominciarono una serie di lotte sociali e sindacali (biennio rosso) che coinvolsero Federterra, Cgl e Cil. Il tutto si manifestò con occupazioni delle terre incolte, tumulti popolari e scioperi per aumenti di salario. Con il governo di Nitti i lavoratori ottennero alcuni risultati: i salari furono aumentati e si ebbe la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore; i braccianti ebbero aumenti di paga e l’imponibile di manodopera; al sud vennero distribuite alcune terre incolte. Un altra classe che si lamentava era il ceto medio: impiegati colpiti dall’inflazione, ex ufficiali che non riuscivano a reinserirsi nella vita civile, studenti delusi. Presso questa classe, e in particolar modo presso coloro che avevano partecipato alla guerra, si svilupparono ideali antisocialisti, antidemocratici e antiborghesi. La vittoria dell’Italia fu detta “mutilata” poiché non fu una vera vittoria: l’Italia ottenne Trentino, l’Alto Adige e Trieste, ma gli alleati non concessero Istria e Dalmazia, a causa di ciò i nazionalisti accusarono il governo Italiano di essere codardo. A tal fine, D’Annunzio organizzò una spedizione di massa per occupare Fiume, città all’epoca ungherese, al fine di farla annettere all’Italia. Ciò minava il prestigio internazionale dell’Italia e tutto fu risolto da Giolitti con il trattato di Rapallo: l’Istria all’Italia e la Dalmazia alla Iugoslavia. Ma i nazionalisti rifiutarono questo accordo, costringendo Giolitti ad agire con forza. Nel 1919 nacque inoltre il partito popolare italiano, di ispirazione cattolica, da parte di Sturzo, importante poiché fu confermato da Benedetto XV e i cattolici non avevano un partito di massa, esso seguiva gli ideali proposti dalla Rerum Novarum e quindi la dottrina sociale cattolica: rispetto della proprietà privata, interclassismo e affermazione dell’esistenza della questione sociale. Nelle elezioni del 1919 infatti questo partito ottenne un quinto dei voti totali, votazioni che vennero fatte con un sistema proporzionale, a danno dei liberali, infatti il Partito socialista arrivò primo con un terzo dei voti, anche se l’affermazione del potere popolare era danneggiata dalle controversie nei partiti di massa. Il partito socialista nel dopoguerra si evolvé in una versione totalmente anticapitalistica e antiborghese seguendo un programma rivoluzionario bolscevico, che presupponeva nessuna collaborazione con la borghesia e una dittatura del proletariato (da parte di Serrati, questa componente socialista è detta massimalista). I riformisti, nonostante controllassero Cgl, cooperative e comuni, erano in minoranza, quindi il partito socialista conobbe una crisi di frammentazione. Nel corso del 1920 l’Italia entrò nuovamente in subbuglio, Nitti si dimise e rientrò Giolitti, mentre le lotte e l’affermazione sociali imperversavano. In questi anni maturò l’occupazione delle fabbriche, simbolo della fine del biennio rosso, poiché gli industriali rifiutarono di aumentare i salari degli operai, in alcuni casi chiudendo gli stabilimenti, quindi gli operai, alcuni facenti parte della Fiom, occuparono le principali fabbriche, ggestite da consigli di fabbrica. I proprietari delle fabbriche chiesero interventi armati, ma Giolitti preferì giungere a un compromesso, alla fine gli operai, sfiduciosi e stanchi, arrivarono ad un accordo che prevedeva aumenti dei salari e una futura partecipazione dei lavoratori nella gestione delle aziende, ma questa soluzione fu sproporzionata e risultò un preludio della successiva reazione antipopolare del fascismo.

Il fascismo al potere


Il movimento dei Fasci di combattimento nacque nel marzo 1919 ad opera di Mussolini, ne fanno parte repubblicani, ex socialisti, rivoluzionari e futuristi. Contro la politica e i partiti tradizionale, nacquero come antipartito, con un programma all’inizio ultrademocratico e repubblicano, che fu presto sostituito da una miscela di nazionalismo e sindacalismo rivoluzionario che elogiava la violenza come strumento di conquista, di ispirazione antidemocratica e antisocialista. All’inizio il movimento era marginale, ma due elementi ne consentirono il decollo: l’abbandono del radicalismo iniziale ed il riconoscimento in un partito di ceto medio e l’impiego della violenza politica. Nacquero infatti le squadre d’azione fasciste contro esponenti e sedi socialiste, i principali componenti del movimento furono i proprietari terrieri, scontenti delle conquiste dei braccianti socialisti e del movimento cattolico, in quanto andavano contro i loro interessi. Le squadre fasciste erano composte soprattutto da giovani, ex militari e studenti, piccoli borghesi insomma, questi si muovevano di notte e malmenavano od uccidevano esponenti dei partiti socialisti in modo terroristico, questa violenza serviva anche ad attrarre nuovi simpatizzanti del movimento, la violenza affascinava. Le violenze squadriste furono numerose fra il 1921 ed il 1922 e rimanevano impunite, talvolta incoraggiate dalle autorità e dalla magistratura, in quanto antisocialisti, non esistevano precise disposizioni contro i movimenti fascisti. Fra la fine della guerra e l’inizio del governo Mussolini si susseguirono ben sei governi (in quattro anni), motivo di instabilità politica. I socialisti e i popolari avevano la maggioranza in camera e non sarebbero stati favorevoli ad una alleanza con i liberali, che si trovavano alle strette, motivo per il quale questi ultimi guardavano a destra cercando l’alleanza dei fascisti e dei nazionalisti, sperando di “legalizzare” il movimento fascista, tutto ciò fu operato da Giolitti. Le elezioni del 1921 portarono un’altra notevole frammentazione nazionale, ad un calo della sinistra, un lieve aumento dei popolari ed una tenuta dei liberali, si aggiunsero 31 seggi ottenuti dai fascisti, il governo presieduto da Bonomi fu molto debole ed accrebbe il peso politico dei fascisti, il popolo italiano cominciava a considerare il fascismo come una soluzione ai problemi italiani in senso antisocialista. A questo punto il problema del fascismo era il dover essere trasformato in una forza politica al fine di comunicare con le classi dirigenti nazionali e per tenere sotto controllo quei capi fascisti (ras) che non erano disposti ad evoluzioni in senso legalitario, nacque così il Partito nazionale fascista, nel quale programma vi era uno stato forte, limitazione dei poteri del parlamento, nazionalismo di competizione ed esaltazione, la privatizzazione industriale delle ferrovie e dei telefoni e invocava il divieto di sciopero, era un programma conservatore e nazionalista. Mentre Mussolini procedeva così, il movimento socialista andava indebolendosi, il primo evento fu la scissione al congresso di Livorno del partito da parte di Bordiga e Gramsci, che fondarono il Partito comunista d’Italia, poiché la politica socialista era inadatta per un processo rivoluzionario e vi era il rifiuto all’adesione alla Terza internazionale seguendo condizioni dettate da Lenin da parte del partito originario. Un’altra scissione si ebbe nel 1922 fra i riformisti ed i massimalisti, i primi di fronte alla violenza squadrista appoggiarono il governo di Facta, un debole giolittiano, fondarono il Partito socialista unitario guidato da Matteotti. Il partito socialista risultava quindi molto frammentato, a causa delle scissioni e dalle lotte nelle fabbriche che a poco servirono, il 31 agosto 1922 fu proclamato uno sciopero legalitario nazionale, in difesa delle libertà politiche e sindacali, ma fallì e fu un pretesto per permettere al fascismo di dare una prova di forza. Allora nella tarda estate del 1922 Mussolini da un lato consolidò i rapporti con i liberali Giolitti e Salandra, pretendendo l’introduzione di ministri fascisti e dall’altro organizzo delle milizie fasciste. Quindi il 28 ottobre 1922 i fascisti entrarono a Roma, senza incontrare alcuna resistenza (Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio). Quindi Mussolini fu invitato a Roma al fine di formare un nuovo governo , che comprendeva ministri ed esponenti fascisti, liberali e nazionalisti. Il 30 ottobre nacque il primo governo Mussolini. Quindi il 16 novembre Mussolini presentò il suo governo al parlamento, decretando il crollo delle istituzioni liberali e democratiche. Il periodo dittatoriale però cominciò tre anni più tardi: Mussolini presentò il partito fascista come un’istituzione conservatrice diversa da quelle tradizionali che spegneva ogni pericolo proveniente dal ramo socialista, mantenendo l’ordine, tuttavia il fascismo non si propose di essere ricondotto entro i binari delle istituzioni feudali, era una forma politica totalitaria. La fase di transizione non fu una dittatura, ma vi furono cambiamenti politici e la violenza non fu abbandonata: venne istituito il Gran consiglio del fascismo, che comprendeva i massimi esponenti del partito e influenzava il governo; fu istituita la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, un esercito sostitutivo alle squadre d’azione, comandato da Mussolini; la Confederazione nazionale dei sindacati fascisti, che presto divenne l’unico sindacato operante nel paese. Tuttavia la stabilità politica del governo Mussolini era minata dalla maggioranza socialista e comunista popolare, in particolare, nella componente popolare, vi fu uno scontro fra gli sturziani, contro Mussolini, e i clerico-moderati, pro Mussolini. Tuttavia Mussolini guadagnò il consenso delle classi clericali conservatrici, costringendo Sturzo a dimettersi e a lasciare il paese con il nuovo Papa Pio XI, pro Mussolini. Per togliere spazio alle opposizioni, Mussolini fece passare una legge elettorale maggioritaria nel 1923: alla lista che avesse ottenuto la maggioranza dei voti, sarebbero stati assegnati due terzi dei seggi, questa costituì un momento di svolta cruciale nel passaggio alle dittatura fascista. Il partito fascista si presento alle elezioni con un “listone”, composto da 356 candidati, del quale facevano parte fascisti, nazionalisti, liberali, cattolici clerico-moderati, mentre gli antifascisti si presentarono con liste separate. Il listone ottenne un grande successo ed il 65% dei voti, quindi Mussolini riuscì a portare in parlamento 275 deputati fascisti ed aveva la maggioranza con 374 deputati su 535. Ma le votazioni furono aiutate da intimidazioni da parte dei fascisti, anche se il fascismo era riuscito ad imporsi grazie al fatto di essersi imposto di fronte alla borghesia, alla classe dirigente conservatrice e ai ceti medi come forza politica che avrebbe stabilito e mantenuto l’ordine e la stabilità del paese.
Un ulteriore evento fu il discorso di Matteotti il 10 giugno 1924, che aveva denunciato le violenze fasciste, il politico fu rapito e ucciso da una squadra fascista, probabilmente sotto ordine di Mussolini. Questo delitto scosse l’opinione pubblica e parve che liberali e imprenditoriali vollero cominciare a prendere le distanze da lui e dal fascismo. Quindi le opposizioni parlamentari decisero di non riconoscere la legittimità morale del parlamento ormai fascista ritirandosi sull’Aventino, atto che però si verificò debole poiché il tutto presupponeva la formazione di un nuovo governo e la destituzione di Mussolini da parte di Vittorio Emanuele III. Quindi, mentre la protesta sull’Aventino continuava, Mussolini riprese in mano la situazione ricorrendo anche a minacce di guerra civile da parte delle milizie fasciste. Alla fine, il 3 gennaio del 1925, Mussolini si dichiarò responsabile delle violenze fasciste e del delitto Matteotti, cominciando la scalata verso la dittatura.

Il regime fascista


Dal 1925 Mussolini mirò alla subordinazione al potere fascista senza toccare lo Statuto albertino. Furono introdotte le cosiddette “leggi fascistissime”, ispirate da Rocco: il capo del governo era responsabile solo di fronte al re; il parlamento non poteva legiferare senza il consenso del governo; fu soppressa la libertà di associazione (e quindi furono eliminati gli altri partiti); l’amministrazione dello stato fu data al governo; furono abolite le elezioni amministrative e i sindaci furono sostituiti da podestà nominate dal sovrano su consiglio del capo del governo; tutta la stampa fu sottoposta a controllo; fu reintrodotta la pena di morte; fu istituito il tribunale speciale per la difesa dello stato, formato da forze armate e da milizie volontarie. Questi provvedimenti abolirono la libertà democratica ed il potere legislativo risultò subordinato a quello esecutivo, e quindi al duce, il parlamento perse tutti poteri anche in seguito ad una legge elettorale del 1928, che prevedeva l’approvazione o meno di una lista di 400 candidati designata dagli organi fascisti, questo era una sorta di plebiscito senza espressione democratica. Oramai non era più necessaria la violenza squadrista, in quanto gli strumenti repressivi furono migliorati (tribunale speciale, Milizia, polizia segreta [Ovra]), il partito si trasformo in struttura statale gerarchica. L’organo supremo era il Gran consiglio del fascismo, che nominava i candidati al parlamento, designava il capo del governo e il successore al trono. Per quel che riguarda il piano sindacale nel 1925 la Confederazione nazionale dei sindacati fascisti stipulò un accordo con la Confindustria (patto di palazzo Vidoni), che ammetteva i soli contratti di lavoro regolati dai sindacati fascisti. Furono abolite le commissioni interne e lo sciopero. Questo portò più tardi all’ordinamento corporativo, sancito dalla Carta del lavoro nel 1927, in cui i settori della produzione furono organizzati in corporazioni, inquadrati dallo stato e soggetti ad uno stesso ministro.
Il fascismo stava assumendo i caratteri di un regime totalitario, ma bisognava anche condizionare il consenso, a tal proposito vi fu il controllo dell’informazione creando enti radiofonici (Eiar) e cinematografici (Luce), ponendo, grazie al Ministero della cultura popolare, sotto controllo l’informazione che arrivava a tutti i cittadini. L’iscrizione al partito divenne obbligatoria per i dipendenti pubblici e dava promozioni e impieghi, venivano controllate le attività giovanili (Giovani fascisti), educandoli ai valori fascisti, che confluiva in un’unica grande organizzazione chiamata Gioventù italiana del littorio. Altro elemento importante fu l’Opera nazionale dopolavoro, che organizzava il tempo libero dei lavoratori, così il regime arrivò anche a contadini e operai. Per la figura femminile si ebbe la Federazione delle massaie rurali, furono anche organizzate promozioni sociali organizzate per i piccoli-borghesi, tutto ciò consentì al partito di avere milioni di iscritti in poco tempo. Per quel che riguarda la conciliazione fra stato e Chiesa si ebbero i patti lateranensi, composti da tre documenti: un trattato, col quale la Santa sede riconosceva la sovranità dello stato con Roma capitale, una Convenzione finanziaria, in cui lo stato si impegnava a versare una somma a titolo d’indennità al Vaticani, ed un Concordato, che regolava i rapporti fra stato e Chiesa, limitando l’azione civile su alcune tematiche religiose (ad esempio riconosceva la dottrina cattolica come fondamento dell’istruzione pubblica). Quest’operazione fu importante poiché Mussolini fu visto come l’uomo che risolse i dissidi centenari fra stato e Chiesa, anche se sciolse le organizzazioni autonome cattoliche poiché non gli andavano a genio, tranne l’Azione cattolica. Per quel che riguarda la politica economica vi fu un crescente intervento dello stato, già nel 1926 Mussolini ristabilì il valore della Lira, fissandola a 90 per sterlina (per questo l’evento è detto “quota 90”), questa fu una manovra deflazionistica per combattere l’inflazione e per far affermare la potenza del regime internamente ed esternamente, ciò danneggio le esportazioni ma rafforzò la grande industria, che lavorava per il mercato interno. In seguito alla crisi del ‘29 il regime intensificò il controllo dell’economia, nel 1933 fu creato l’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri), un istituto che comprava banche e pacchetti azionari delle imprese per non farle crollare. In questo modo lo stato acquisì il 20% del capitale azionario nazionale e diventò il maggior imprenditore e banchiere italiano, il regime si rafforzerà ulteriormente grazia anche alla politica di riarmo e all’impresa coloniale in Etiopia. L’apparato industriale si sviluppò, ma quello agrario conobbe un periodo di stagnazione, nonostante la propaganda fascista sulle zone agrarie. Dal punto di vista demografico, Mussolini incentivò la natalità e le famiglie (“otto milioni di baionette”, desiderava un esercito immenso), tassando i celibi e aiutando le famiglie con assegni familiari e con l’azione dell’Onmi (Opera nazionale maternità e infanzia), fu proibita l’emigrazione per prestigio nazionale. Per questo l’agricoltura fu vista come il luogo dal quale doveva partire la crescita della popolazione e l’affermazione di un modello di vita stabile, a tal proposito vennero attuate la “battaglia del grano” per migliorare la bilancia dei pagamenti e l’autosufficienza agricola del paese e una bonifica integrale dei terreni incolti, anche se solo nell’Agro pontino fu fatta un’operazione di bonifica di notevoli dimensioni. Aumentando la presenza dello stato nella vita quotidiana dovette aumentare il numero di enti pubblici, sia economici che assistenziali e previdenziali (Inps, Inail). Così l’Italia assunse i caratteri di uno stato assistenziale, pur avendo privato il paese di ogni libertà politica, in questo modo si ebbe un’amministrazione dello stato per enti, che controllavano pressoché tutto.
La politica coloniale dell’Italia fascista mirava a consolidare i possedimenti in Africa (Libia, Eritrea, Somalia). L’Italia a differenza degli altri paesi preferì un’attuazione del dominio diretto. In Libia vi fu la vittoria del generale Graziani, confiscando 65 000 ettari di terra libica e dandoli agli italiani. In Eritrea e Somalia vi fu lo sviluppo della produzione di cotone e di banane e la costruzione di infrastrutture, sempre a carattere coloniale. L’Etiopia fu conquistata poi perché costituiva uno dei pochi paesi che non fu soggetto alla gara imperialistica e anche perché Crispi tentò di conquistare l’Abissinia. Mussolini tentò quindi di conquistarla per prestigio internazionale, per ragioni economiche e per politica interna, rischiando una reazione degli altri paesi, anche se Mussolini predisse che non si sarebbe avuta (Francia e Inghilterra). Nel 1935 iniziò la conquista dell’Etiopia, grazie all’uso di gas tossici, nel 1936 fu presa Addis Abeba e si proseguì nell’anno a venire ad uno sterminio di monaci e studenti, Vittorio Emanuele III divenne Imperatore d’Etiopia e Mussolini annunciò la fondazione dell’Impero dell’Africa orientale italiana, anche se il paese fu sanzionato dall’internazionale con il divieto di esportazione di merci varie e importazione di armi e merci per la guerra, tutte abolite dopo la vittoria dell’Italia. Grazie a questa conquista Mussolini acquisì ancora più consenso da parte degli Italiani, tanto che durante il periodo delle sanzioni il popolo regalava letteralmente l’oro allo stato. Tuttavia la conquista dell’Etiopia determinò un avvicinamento dell’Italia alla Germania, anche se aumentò l’autosufficienza dell’Italia in campo economico. I primi segnali di crisi si ebbero nel 1938 quando Mussolini lanciò una campagna antiborghese, accusando la medesima classe di scetticismo e di scarso spirito nazionale, contemporaneamente vennero introdotte le leggi razziali, discriminatorie contro gli ebrei, che comprendevano la mancata partecipazione alla vita militare, alla scuola pubblica e alla limitazione nelle attività economiche. Tutto ciò fu attuato su base biologica ma anche perché non si volle la contaminazione del vero cattolicesimo, anche se tutto fu preso con diffidenza dalla popolazione poiché la comunità ebraica contava 50000 componenti e vi fu il consenso di una minoranza. Essa aveva una matrice antidemocratica e antiegualitaria e non dipendeva dal regime hitleriano. Passando alle opposizioni al fascismo, si possono distinguere due periodi di lotta antifascista: il primo si ebbe fino al 1926, ma non fu significativo poiché lo squadrismo non fu arginato, ma la svolta si ebbe nel 1925-26 con l’instaurazione della dittatura creando episodi di fuoriuscitismo fra gli esponenti dell’opposizione fascista, che comprendevano repubblicani, democratici, comunisti, cattolici e socialisti. Il fuoriuscitismo definì una forma di organizzazione antifascista, eliminando le differenze fra comunisti, repubblicani e Cgl. Per quel che riguarda i comunisti, vi furono organizzazioni clandestine nel paese, anche se la direzione si ebbe a Parigi con Togliatti. Il partito comunista seguì le ideologie della Terza Internazionale differenziandosi dalle altre forze antifasciste, in quanto ritenute borghesi e quindi alleate del fascismo, ma con l’ascesa dei regimi fascisti in Europa, queste forze iniziarono a compattarsi rendendo possibile nel 1934 un patto di unità d’azione fra socialisti e comunisti contro il fascismo. Altro movimento degno di nota fu Giustizia e Libertà, che prende ispirazione dal liberalismo radicale di Gobetti, ucciso dalle squadre d’azione. Il suo fondatore, Rosselli, vedeva la lotta antifascista come una premessa per l’instaurazione di una società libera politicamente e caratterizzata da giustizia sociale. Fu attivo al nord. Vi fu un altro movimento di carattere culturale che coinvolse intellettuali che manifestarono una non-adesione al regime, il promotore più importante fu Benedetto Croce: la sua opposizione era solo di tipo culturale e non politico, definiva il fascismo come una parentesi di crisi morale e anche se non aveva come fine la riforma ma solo una nota morale, fu di ispirazione per molti giovani. La storia dei cattolici è più frammentata: dopo la cacciata di Sturzo non vi furono particolari opposizione da parte dei cattolici, altri coi patti lateranensi aderirono al regime, altri ancora, come De Gasperi, futuro fondatore della Democrazia Cristiana, espresse il suo dissenso, seppure culturalmente e non politicamente. Va ricordato che associazioni come l’Azione cattolica non furono toccate dal regime, quindi rappresentavano una sorta di autonomia del movimento.
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