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Gli effetti della Prima Guerra mondiale in Europa


La guerra del 1914-1918 provocò molti danni politici, economici e sociali, tanto da determinare una situazione di profonda crisi. Da un punto di vista politico è necessario distinguere i Paesi in cui le istituzioni liberali avevano radici più salde, da quelli in cui si dovevano ancora consolidare e perciò faticarono a mantenere la pace interna.
I primi, come Regno Unito e Francia, riuscirono a contenere i danni e ad aprirsi verso una maggiore democrazia, mentre in Italia e Germania la democrazia liberale non era radicata e insoddisfazione e disordini sociali non furono incanalati con successo, perciò questi paesi cedettero alla dittatura, che ripristinò l'ordine a scapito della democrazia e dei diritti civili e politici dei cittadini. Più in generale gli europei persero la loro fiducia nei confronti delle classi dirigenti, che li avevano trascinati in un conflitto dagli esiti materiali e umani nefasti. L'Europa in realtà sembrava aver perso il suo predominio sul mondo, che fu dall'ora esercitato dagli Stati Uniti.
Dal punto di vista economico le enormi spese sostenute per finanziare lo sforzo bellico pesarono molto sull'economia delle varie nazioni, condizionate da consistenti debiti di guerra contratti dalle potenze dell'Intesa nei confronti degli Stati Uniti, e dalla dipendenza nei confronti dell'economia americana, la quale si rafforzò nel momento in cui tutti i paesi, sia vincitori che sconfitti, ricorsero all'aiuto statunitense per riavviare i loro sistemi produttivi e pareggiare i bilanci. Infatti l'industria era stata piegata alle esigenze belliche e nel dopoguerra dovette essere riconvertita alle produzioni tipiche di ogni paese. Inoltre tutti i paesi si scontrarono con una forte inflazione: la ridotta capacità di spesa dei lavoratori rallentava il rilancio del sistema industriale, che avrebbe potuto migliorare le loro condizioni.
Per far fronte al calo del commercio internazionale le varie potenze adottarono forme di protezionismo doganale.

Tutto ciò causò un aumento della disoccupazione, che era l'effetto di due fenomeni: il ritorno in massa di milioni di soldati dal fronte, il cui riadattamento alla vita era complicato da un punto di vista psicologico, dato che dovevano convivere con il ricordo di esperienze di durissima violenza, morte e disciplina, e al contempo erano esasperati dal fatto che il loro sforzo non era stato riconosciuto favorendo il loro reintegro lavorativo nella società; e il secondo fattore fu la cessazione della produzione di guerra e il mancato rilancio dell'industria, che comportavano una scarsa richiesta di lavoratori.
I reduci appartenenti alla classe media risposero a questo stato di cose partecipando in massa alla vita politica, divenne così un appannaggio di tutte le classi sociali la lotta per il riconoscimento dei propri diritti, che fino a prima della guerra era stato tipico solo del proletariato.
I partiti smisero quindi di essere controllati da notabili ma diventarono “di massa”, in cui il momento culminante non è il dibattito ma la manifestazione in piazza.
Del resto, il malcontento popolare nasceva anche da scelte politiche che i cittadini ritenevano di avere il diritto di contestare, come l'aumento delle tasse e il taglio delle spese pubbliche, metodi utilizzati per uscire dalla recessione, ma che andarono a colpire, insieme alla stampa di cartamoneta, salariati e impiegati, incrementandone il malcontento verso le istituzioni liberali. La classe media si considerò particolarmente colpita dalla crisi del dopoguerra e poco rappresentata dalle istituzioni.
Il momento di maggiore tensione nel dopoguerra ebbe una matrice proletaria e prese il nome di “biennio rosso” nel 1919 e 1920. Le agitazioni operaie con scioperi, cortei e occupazioni di fabbriche furono sollecitate dall'esempio bolscevico, alimentando le paure di chi temeva il contagio comunista.
Un altro versante importante è rappresentato dalla lotta per l'affermazione dei diritti politici e civili della donna. Tra il 1914 e il 1918 le donne avevano sostituito gli uomini chiamati al fronte in ogni tipo di occupazione, prima nei campi poi nelle fabbriche e negli uffici. Perciò presero consapevolezza del loro ruolo e della propria importanza, cominciando a richiedere il diritto di voto, il quale fu loro concesso in Germania nel 1919, in Olanda nel 1923, in Inghilterra nel 1928 e in Finlandia nel 1929.

Nel dopoguerra i rapporti internazionali furono molto instabili: i trattati di fine guerra non potevano accontentare tutte le parti, e l'applicazione dei principi di Wilson fu imperfetta e scaturì dal compromesso tra gli interessi delle potenze vincitrici, mentre un'attenzione scarsa fu posta alle esigenze dei vinti, con la conseguenza di causare profondi rancori. Il nuovo ordinamento europeo nacque già instabile e si rivelò poco duraturo, in quanto già nelle prime settimane dopo la firma della pace emersero contese geopolitiche che si protrassero nel tempo.

In Italia, il 12 settembre 1919, appena due giorni dopo la firma del trattato di Saint Germain, il poeta Gabriele D'Annunzio si pose alla guida di un corpo di circa 9mila volontari e occupò la città dalmata di Fiume, reagendo a quella che lui stesso definì “vittoria mutilata”. D'Annunzio proclamò la città indipendente con il nome di Reggenza del Carnaro. Nei suoi 15 mesi di durata questo esperimento si segnalò da un lato per la modernità della sua costituzione, che garantiva diritti individuali, e dall'altro per l'organizzazione di grandiose coreografie patriottiche. La reggenza non fu riconosciuta dal governo italiano, e la questione fu risolta il 12 novembre 1920 con il Trattato di Rapallo tra Italia e Regno dei serbi, croati e sloveni: Fiume rimaneva città libera, mentre la città di Zara passava all'Italia. Nel gennaio 1924 il Patto di Roma sancì la conclusione della contesa: Fiume e Zara furono cedute all'Italia.

Assai particolare fu il caso della Polonia. Al termine del conflitto mondiale, la Polonia acquisì dall'Austria la Galizia e dalla Germania la Posnania, l'Alta Slesia e parte della Pomerania, la cui parte orientale andò a costituire il corridoio di Danzica. A est, secondo la Società delle Nazioni, il confine tra Russia e Polonia doveva correre lungo la Linea Curzon, ma i polacchi non accettarono e approfittarono della guerra civile in Russia per espandersi. Questa guerra russo polacca si concluse con la firma del Trattato di Riga, che spostava il confine orientale della Polonia di circa 250km oltre la Linea Curzon.

La Società delle Nazioni diventò sempre più debole, a causa del fatto che non disponeva di forze armate, e perciò non poteva imporre l'applicazione dei suoi provvedimenti. Inoltre la debolezza era data dal fatto che la Germania, Russia, e Stati Uniti, non facevano parte di questa Società.
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