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Economia italiana nel post-guerra

Come rilevato, l’intervento statale era già abbastanza forte prima della guerra e si ampliò ulteriormente dopo. Ricordiamo che le industrie dichiarate ausiliarie (cioè utili alla causa bellica) furono sostenute, finanziate, ricevettero anticipazioni e garanzie bancarie. Nel 1918 il 32% delle industrie era “ausiliario”.
In particolare trassero beneficio la siderurgia, le industrie meccaniche, la cantieristica. Ad approfittarne maggiormente furono i grandi gruppi che integravano diverse produzioni come l’Ilva e l’Ansaldo.

L'Ilva

L’Ilva nasce a Bagnoli agli inizi del 900 per produrre ghisa beneficiando della legge del 1903 che prevedeva agevolazioni per l’area di Napoli. Nel periodo dal 1910 al 1915 L’Ilva produceva il 90 per cento della lavorazione della ghisa in altoforno in Italia e i tre quinti della produzione nazionale di acciaio. La guerra portò ad una ulteriore crescita dell’Ilva.

Nel periodo della prima guerra mondiale, per sfruttare le opportunità offerte dalle commesse belliche, l'Ilva si integrò a valle acquisendo aziende cantieristiche ed aeronautiche; questo richiese ingentissimi investimenti e conseguenti debiti, che, a guerra finita, misero l'Ilva in gravi difficoltà finanziarie.

L'Ansaldo

L’Ansaldo, nata per interessamento del governo sabaudo, con lo scopo di sviluppare un'industria nazionale per la produzione di locomotive a vapore e materiale ferroviario,  si espande sia nel campo siderurgico, sia in quello degli armamenti, meccanico e marittimo, grazie ad una forte integrazione verticale e grazie alla congiuntura bellica. Nel momento in cui scoppia la guerra l’Ansaldo capisce che la situazione può essere promettente, ma ha bisogno di capitali. Il capitale della società passerà da 30 milioni di lire nel 1914 a 500 milioni nel 1918. Nel corso degli anni 1914-1918 l’Ansaldo si scontrerà con gli altri gruppi italiani: uno dei primi scontri sarà contro la Fiat e porterà la società dei Perrone ad acquisire la Fiat San Giorgio, poi divenuta Ansaldo San Giorgio.
Banca e industria
Anche altri settori (automobilistico, elettrico, chimico, ecc.) approfittarono dell’aiuto statale, mentre si faceva sempre più stretto il rapporto tra banca e industria. I 4 istituti più importanti (Comit, Credit, Banco di Roma e Banca di Sconto) finanziarono le industrie accettando scoperti fino ad intrecciare in maniera indissolubile il destino dei due settori.

Il costo della guerra

Il costo di tale politica fu altissimo: si arrivò ad assorbire il 30% del PIL nel sostegno delle industrie ausiliarie. Il disavanzo pubblico crebbe enormemente, così come quello della bilancia commerciale. Anche l’inflazione raggiunse livelli insostenibili: nei 4 anni di guerra i prezzi quadruplicarono.

In tutto questo quadro di crisi, l’Italia è un paese che esce dalla I Guerra Mondiale vincitrice, ma con un grosso debito pubblico, triplicato rispetto a quello che aveva prima della guerra, inoltre un debito pubblico che ha superato il debito nazionale. Le spese pubbliche erano coperte solo in parte dalle entrate fiscali, le tasse. Lo Stato italiano per coprire la quota che manca:
- incrementa le tasse. Nel 1920 viene introdotta l’imposta sui conflitti di guerra, perché molti imprenditori avevano fatto molti guadagni dalle commesse belliche.
- taglia le spese attraverso l’abolizione del prezzo politico del pane, che genera una riduzione nel breve periodo della spesa, ma porta ad un calo della domanda.( Prezzo politico è il prezzo  fissato ad un livello inferiore al costo di produzione del servizio offerto. La differenza tra il prezzo politico e il costo viene coperta dalle imposte). 
- aumenta la circolazione monetaria. Nel dicembre del 1918 la moneta in giro era triplicata rispetto a quella che c’era nella guerra. Nel giro di 5 anni c’è una crescita sostanziale della circolazione monetaria che genera inflazione.

La questione sociale

A queste componenti si aggiunge la questione sociale della: Smobilitazione e riconversione dell'industria italiana dopo la prima guerra mondiale.
Nel 1918 vengono congedati 1 400 000 uomini.

Nella primavera nel 1919 altri 400 mila uomini.
Nell’estate del 20 un altro milione.
Tutte queste persone che per 4 anni hanno fatto i militari devono cercare lavoro, ma il mercato italiano non è in grado di ricollocare la forza militare volontaria. A questo si contrappongono le aspettative dell’esercito di essere premiato dopo la vittoria. Il governo arriva così ad una serie di lavori pubblici, soprattutto per l’area nord est per sistemare il territorio, in modo da occupare questi lavoratori momentaneamente. Infatti nella seconda metà del 1919 la questione sociale diventa pesante nelle campagne, poiché non viene riassorbita la manodopera e avvengono una serie di licenziamenti.

L'inizio del "Biennio Rosso"

Il sistema economico industriale ha una forte difficoltà a ritornare ad una produzione di pace. L’emigrazione non funziona più e gli Stati Uniti dopo la Prima Guerra Mondiale chiudono le porte. La ripresa italiana è quindi segnata da:
- inflazione.
- disoccupazione.
Questo porta sul piano sociale al "Biennio Rosso"(1919-1920) dove, sulla spinta dei movimenti comunista e socialista, avviene una forte ondata di scioperi e rioccupazione delle campagne. Ci furono forti proteste nel settore agricolo: veniva chiesta l’assunzione obbligatoria nelle aziende agricole e in modo particolare:
- la riduzione oraria del lavoro senza riduzione del salari.
- partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese.
L’idea comune di tutti era l’autogestione e collettivazione di fabbriche e terre.

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