Marcoze di Marcoze
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Cause dello scoppio della Prima Guerra Mondiale

Nei primi anni del ‘900 l’Europa era in una fase di grande sviluppo economico grazie alla crescita nei diversi settori: automobile, energia, i primi aeroplani, cinema.
Quest’epoca però era destinata a dissolversi in modo tragico. La società al suo interno aveva tensioni fortissime: grandi diseguaglianze economiche e sociali; i grandi monopoli industriali e finanziari erano decisi a ottenere i propri interessi ad ogni costo; nonostante si crescesse nella ragione e nella scienza, nascevano sempre movimenti irrazionalistiche, come il nazionalismo ed il razzismo.
Un’altra causa della Guerra fu il fatto che i grandi gruppi industriali vedevano un buon affare in essa perché avrebbe significato fornire armi militari agli eserciti e quindi erano favorevoli allo scoppio della Guerra che avrebbe portato grandi vantaggi economici per loro.
Anche il patriottismo e l’idea della superiorità di un popolo su un altro erano buoni motivi per far scoppiare un grande conflitto e imporre la propria superiorità con la forza.

Ma le cause più profonde della Prima Guerra Mondiale furono le tensioni fra le grandi potenze dell’epoca, le quali ruppero l’equilibrio in Europa che era stato stabilito dal Congresso di Vienna.
La Gran Bretagna e la Francia avevano imperi coloniali più vasti e ricchi rispetto alla Germania, anche se quest’ultima era diventata anch’essa una grande potenza. Per pareggiare i conti con i due rivali, l’imperatore tedesco Guglielmo II attuò una politica di espansionismo coloniale in Africa e soprattutto nell’Europa centrale e orientale, anche ai danni della Russia in Polonia e nell’area baltica.
La voglia di espansione della Germania non andava a genio alla Gran Bretagna, che temeva sempre più la concorrenza economica e politica dei tedeschi. La Francia era anch’essa contro la Germania a causa della grande sconfitta subita per l’Alsazia e la Lorena nel 1870.
Oltre ai contrasti citati sopra, ve n’era un altro non da meno fra Austria e Russia, entrambe interessate ai territori balcanici e dell’impero ottomano.
Questo causò la formazione di due alleanze contrapposte: la Triplice Alleanza (1882 - Austria, Germania, Italia) e la Triplice Intesa (1907 - Gran Bretagna, Francia, Russia).
La Germania e l’Austria consideravano i Balcani loro area di influenza, mentre la Russia vedeva nei Balcani una zona per espandersi verso il Mediterraneo. All’interno dei Balcani, la Serbia era il paese che mirava ad avere il dominio sulla regione, rivendicando l’indipendenza dai Turchi, appoggiata dalla Russia. In breve tempo l’impero ottomano perse tutti i propri possedimenti nei Balcani e la Serbia emerse come potenza maggiore e non voleva che l’Austria rimanesse nella vicina Bosnia.
La goccia che fece traboccare il vaso su l’assassinio dell’arciduca austriaco Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, e della moglie, commesso da uno studente bosniaco di nazionalità serba.
L’Austria dichiarò guerra alla Serbia il 28 luglio 1914. Per il meccanismo delle Alleanze entrarono dunque in guerra la Gran Bretagna e la Francia (assieme alla Russia, che appoggiava la Serbia) e la Germania (al fianco dell’Austria).
L’Italia, per ora, rimaneva neutrale.
La posizione dell’Italia allo scoppio della Guerra
Siccome la Triplice Alleanza era un patto difensivo, l’Italia non era obbligata ad entrare in guerra a fianco di Austria e Germania (siccome fu l’Austria a dichiarare guerra) e quindi si dichiarò neutrale.
In Italia vi erano due diversi fronti: il fronte interventista e il fronte neutralista.
Gli interventisti volevano l’entrata in guerra a fianco dell’Intesa (Gran Bretagna, Francia, Russia). Fra gli interventisti militavano gli irredentisti (tra cui Battisti) e gli interventisti democratici, che volevano la guerra contro l’Austria per completare il processo risorgimentale e per battersi contro le potenze autoritarie dell’Europa centrale (appunto Austria e Germania); vi erano poi i sindacalisti e socialisti rivoluzionari (tra cui Mussolini), per i quali la guerra avrebbe dato il via ad un movimento rivoluzionario; infine i nazionalisti, che erano la maggior parte del gruppo che componeva il fronte interventista e vedevano nella Guerra l’occasione per fare grande l’Italia.
I neutralisti erano invece i socialisti, per i quali la guerra era solo un conflitto interno al capitalismo degli imperi (per i socialisti le guerra sono combattute dai poveri per interessi dei ricchi); i cattolici per ragioni ideali; i liberali giolittiani, perché Giolitti affermava che l’Italia non era pronta per un conflitto di tali proporzioni e sosteneva che rimanendo neutrale l’Italia avrebbe potuto ottenere migliori vantaggi da entrambi i contendenti (Alleanza e Intesa).
L’Italia entrò nel conflitto dichiarando guerra all’Austria il 24 maggio 1915, dopo che a Giolitti era succeduto Salandra e Vittorio Emanuele III si accordò con la Gran Bretagna per combattere fianco a fianco, a patto di concedere territori ai britannici.

Svolgimento ed esito della Guerra

La situazione rimase bloccata fino al 1917 e ci furono grandi perdite da entrambe le parti. In Italia si combatté soprattutto in Trentino e sul Carso, con centinaia di migliaia di vittime. Guidata del generale Cadorna, l’Italia non ebbe risultati di rilievo, salvo la presa di Gorizia (agosto 1916).
I tedeschi, per sconfiggere la Gran Bretagna, silurarono navi di qualunque nazionalità, militari e non, che andavano o provenivano dalla Gran Bretagna: tra queste ci fu il transatlantico Lusitania, sul quale morirono oltre cento cittadini degli Stati Uniti, i quali non rimasero indifferenti all’accaduto.
Vista la sfiducia che si creò verso la guerra, a causa del nulla di fatto nonostante le tante battaglie e le tante vittime, scoppiarono grandi rivolte nei paese belligeranti e il Papa invitò le parti a porre fine all’”inutile strage”.
Il 1917 fu però l’anno cruciale per le sorti del conflitto. A causa della rivoluzione, la Russia si ritirò dalla Guerra. Fu così che Austria e Germania ebbe campo libero verso il fronte italiano e riuscirono a sfondare a Caporetto (24 ottobre 1917), costringendo i reparti italiani a una ritirata fino al fiume Piave.

L’evento decisivo fu però l’intervento degli Stati Uniti nell’aprile 1917, a favore dell’Intesa, che abbandonarono il loro tradizionale isolazionismo per difendere i propri interessi. Gli imperi centrali vennero sconfitti sia dagli Stati Uniti (ad Amiens) sia sul fronte italiano con il generale Diaz, che arrestò l’offensiva degli austriaci sul Piave e sconfisse poi l’Austria a Vittorio Veneto nel giugno 1918. Nel novembre 1918 l’Austria firmò l’armistizio, seguita poco dopo dalla Germania, stremata economicamente e militarmente. Questo sancì la fine del conflitto.

Cause e avvicinamento alla rivoluzione russa

La Russia prima della rivoluzione era in una situazione di arretratezza sul piano socio-economico. Infatti, nonostante lo zar Alessandro II avesse abolito la servitù della gleba, i servi liberati non disponevano delle risorse per potersi comprare terre da coltivare e di conseguenza continuavano a lavorare in condizioni ai limiti della sussistenza per i signori proprietari terrieri. Sul piano politico, il regime zarista mantenne il suo carattere repressivo e autocratico (monarca capo assoluto, detiene potere e legge), e non lasciava libertà di espressione a studenti, intellettuali e professionisti che, non potendo dire la loro, alimentavano movimenti estremistici e terroristici.
Tuttavia, sul piano industriale era in atto un forte sviluppo. Lo stato costruì ferrovie e sviluppò l’industria pesante grazie ai giacimenti di carbone e petrolio presenti nel Caucaso. Questa industrializzazione avviò un processo di modernizzazione della società russa e nacquero i primi movimenti operai.

Nel 1905, dopo che la Russia aveva subito la sconfitta del Giappone per la supremazia in Asia, ci furono le prime manifestazioni contro il governo, che rispose con la violenza per reprimere la protesta dei soviet, organizzazione di operai, contadini, abitanti di quartiere, militari. Lo zar Nicola II riuscì a riprendersi il potere con la forza, ma concesse ai rivoluzionari la possibilità per il popolo di eleggere un parlamento, la duma.
Le ragioni che porteranno alla rivoluzione del 1917 hanno radici dunque nell’incapacità degli zar e del governo di riformare un sistema sociale e politico arretrato. Non intervennero in favore dei contadini che vivevano in miseria e non riuscirono ad arginare la rivolta della classe operaia. Inoltre, il regime zarista reprimeva con forza ogni dissenso e non accettava nemmeno le proposte dei liberali per modernizzare il paese. Tutto questo portò alla perdita di ogni rapporto anche con i ceti più avanzati del paese, impossibilitando il controllo del conflitto sociale.

Le rivoluzioni del 1917

All’inizio del 1917 la Russia precipitò in una gravissima crisi militare, economica e politica, a causa delle sconfitte nella guerra e le poche risorse rimaste nel paese. Si dava priorità all’industria delle armi e il cibo scarseggiava. Questo comportava scioperi e sommosse sia al fronte sia all’interno del paese.
Lo zar era sempre meno appoggiato dalle varie parti, non volendo rinunciare al regime autocratico.
Il 20 febbraio ci fu uno sciopero generale che paralizzò la capitale Pietrogrado, e persino i soldati che erano stati incaricati di reprimerlo si unirono agli operai che protestavano. Lo zar fu costretto ad abdicare e decretò così la fine del regime zarista.
A questo punto, si creò un doppio potere: da un lato il governo provvisorio dei liberali, dall’altro il soviet degli operai e soldati (menscevichi più democratici e bolscevichi più rivoluzionari). Il governo moderato attuò delle riforme civili introducendo la libertà di stampa e abolendo la pena di morte.
La svolta fu data dai bolscevichi. All’inizio i bolscevichi e gli altri socialrivoluzionari pensavano che non si potesse attuare la rivoluzioni in un paese arretrato come la Russa, ma Lenin sosteneva invece che la guerra avesse generato la crisi del sistema capitalistico e che quindi anche in un paese arretrato come la Russia, ottenendo così il consenso dei bolscevichi, tra cui Trockij e Stalin.
Lenin prese il potere occupando con i bolscevichi il palazzo d’inverno, sede del governo provvisorio. Lenin costituì un governo provvisorio bolscevico, cui aderirono alcuni socialrivoluzionari, ma non la maggior parte e neanche i menscevichi.

Il governo bolscevico e la nascita dell’U.R.S.S. (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche)
Il governo bolscevico fece la nazionalizzazione delle banche, delegò la gestione delle fabbriche agli operai e attuò il decreto sulla terra che confiscava le grandi proprietà terriere per redistribuirle ai contadini poveri. Lenin decise di uscire dalla guerra, convinto che la prosecuzione nel conflitto avrebbe rovinato la Russia, e cedette la Finlandia e i paesi baltici alla Germania.
Internamente, Lenin ridusse la libertà di stampa e creò una spietata polizia politica, volta a reprimere chi era contro la rivoluzione.
Alle elezioni dell’assemblea costituente, a suffragio universale e voto segreto, Lenin perse di molto contro il socialrivoluzionari, ma il giorno seguente sciolse l’assemblea con la forza e le proteste che seguirono furono represse. Questo perché egli riteneva che prima di avere la libertà collettiva fosse necessario passare una fase di dittatura del proletariato, caratterizzata dalla sospensione delle garanzie civili e politiche (libere elezioni, libertà di stampa e di associazione), giudicando questa fase necessaria per sconfiggere i controrivoluzionari.
Infatti, nel biennio 1918-19 ci fu una sanguinosa guerra civile fra le armate bianche (socialrivoluzionari) e l’Armata rossa (Trockij, bolscevichi). Fu l’Armata rossa a prevalere e ristabilire l’ordine interno.
Nel dicembre 1922 nacque l’U.R.S.S.
La rivoluzione aveva vinto ma ad un prezzo altissimo. Per fronteggiare la guerra civile, il governo bolscevico instaurò il comunismo di guerra, che consisteva nella nazionalizzazione delle imprese e la requisizione del grano eccedente le necessità di sopravvivenza dei contadini. Sul piano politico ci fu un inasprimento della dittatura rivoluzionaria. Il partito bolscevico reprimeva ogni dissenso e ogni dibattito, anche all’interno del partito stesso. I bolscevichi diventarono gli assoluti detentori del potere politico con a capo Stalin, che si insedierà dopo la morte di Lenin e instaurerà la sua dittatura di terrore.

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