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Pietro il Grande e la modernizzazione della Russia

Un impulso alla conquista di nuovi territori venne dallo zar Pietro il Grande (1682-1725), che governò la Russia nei decenni a cavallo tra Sei e Settecento. Oltre che per gli ingrandimenti territoriali, l'opera di Pietro il Grande è da ricordare per la modernizzazione forzata dello stato, della chiesa, dell'economia e della società russa, attraverso il pieno dispiegamento del suo potere assolutistico e, in sostanza, dispotico.
All'inizio del Settecento - nonostante le enormi dimensioni raggiunte - la Russia e ancora un paese economicamente e socialmente arretrato: non esistevano significative attività industriali, né una borghesia paragonabile a quella delle nazioni occidentali. Nelle campagne dominavano il grande latifondo signorile e la servitù della gleba, che costringevano i contadini a vivere in condizioni miserabili. Non esistevano d'altra parte né una cultura né un ceto intellettuale capaci di superare l'isolamento del paese. Rompendo con le tradizioni, Pietro I realizzò una decisa apertura politica e culturale all'Occidente europeo. Stabilì ambasciate permanenti presso le capitali degli stati europei, chiamò i tecnici specializzati dall'estero per riorganizzare le attività produttive, compito che lo stato, in ossequio al modello mercantilista, concentrò in larga parte nelle proprie mani, esercitando un forte controllo anche sulle attività produttive gestite dai privati, per garantirne qualità e competitività.

Dell'apertura della Russia all'Occidente fu simbolo la nuova città di San Pietroburgo, che Pietro scelse come capitale dell'impero al posto di Mosca: città dall'architettura raffinata, di gusto occidentale, vera "vetrina" di una nuova e moderna Russia.

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