Pacifismo occidentale

Dopo lo shock della seconda guerra mondiale (1939-45), l'idea e la pratica del pacifismo si sono diffuse con un certo vigore anche in Occidente. Un'organizzazione come l'Onu (Organizzazione delle Nazioni Unite), fondata nel 1945, si propone l'obiettivo fondamentale di riunire il maggior numero possibile di nazioni del mondo per fare in modo che gli eventuali conflitti siano risolti in modo pacifico. Naturalmente l'intento è più che meritorio. Ma il pacifismo occidentale che si esprime in organizzazioni come l'Onu non deve essere confuso con la non-violenza integrale sostenuta e praticata da Gandhi. Sono cose diverse. La non-violenza gandhiana impone il ripudio della violenza in ogni forma e in ogni contesto. Il pacifismo occidentale aspira, per l'appunto, alla pace, ma non esclude che - in casi estremi - si possa far ricorso alla guerra.
Gli scenari prospettati negli articoli 39, 41 e 42 della Carta delle Nazioni Unite hanno naturalmente un senso; tuttavia, col tempo, è diventato difficile porre dei limiti precisi a queste norme, specie quando gli organismi istituzionali dell'Onu, che rappresentano moltissimi paesi del mondo, autorizzano qualcuna delle grandi potenze militari a intervenire militarmente in qualche altro paese in nome della pace, o della difesa dei civili, o di altre cause umanitarie.

Peacekeeping e "guerra umanitarie"

Tradurre il principio della difesa della pace in un deciso interventismo militare è una strategia che appartiene anche a un'altra importante organizzazione transnazionale, formatasi nell'immediato dopoguerra, la Nato (North Atlantic Treaty Organization, Organizzazione del Trattato Nord Atlantico), fondata nel 1949. L'organizzazione raccoglie attualmente l'adesione degli Stati Uniti e della maggior parte degli stati europei (con la notevole eccezione della Russia). I princìpi fondamentali posti alla base del documento di fondazione richiamano esplicitamente l'orizzonte etico che ha portato alla costituzione dell'Onu.
In realtà, molto più dell'Onu, la Nato è un'alleanza militare che prevede esplicitamente la possibilità del ricorso alle armi per difendere gli Stati aderenti, o - come si usa dire adesso - per attuare "interventi umanitari" o di peacekeeping (conservazione della pace). Al momento, le principali operazioni di peacekeeping che coinvolgono forze armate di paesi coordinati dalla Nato sono in atto in Iraq (inizio operazioni 2001), in Afghanistan (2003) e in Libia (2011). In tutte e tre le missioni sono impegnate forze armate italiane.
In che senso un'operazione di conservazione della pace possa essere realizzata attraverso l'intervento militare in paesi stranieri è questione aperta alla discussione: per quante ragioni si possano addurre, per quanto orribili e distanti dalla sensibilità occidentale possano essere stati i regimi attivi in quegli stati, un'aggressione militare non sembrerebbe lo strumento migliore per conservare la pace e l'integrità fisica delle popolazioni dei paesi sottoposti a operazioni dì peacekeeping. Comunque sia, e qualunque cosa si voglia pensare della natura di queste missioni, devono essere chiari ancora due aspetti importanti;

1) che si tratta di operazioni condivise dalla maggior parte delle opinioni pubbliche dei paesi occidentali, anche di quello direttamente coinvolti: quando proteste ci sono state, sono state piuttosto caute e scarsamente visibili.
2) che questa particolare declinazione del pacifismo occidentale, che richiama l'antico detto latino: "si vis pacem, para bellum" (se vuoi la pace, prepara la guerra), deve essere distinta con rigore dalla non-violenza integrale di cui Gandhi si è fatto coraggioso sostenitore nel corso di tutta la sua vita.

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