Non-violenza Gandhiana e guerre civili europee

La figura di Gandhi si staglia nella storia del XX secolo voi caratteri di una assoluta particolarità. La sua teorizzazione e la sua pratica della non-violenza integrale, e il seguito che riesce a raccogliere, lo rendono assolutamente eccezionale per la stessa storia dell'India, che è stata prima di lui , e ha continuato a essere dopo di lui, una storia costantemente caratterizzata da episodi di inaudita violenza.
Naturalmente la teorizzazione e la pratica politica di Gandhi hanno evidenti caratteri di eccezionalità quando le si confrontino con il pensiero politico occidentale e con le pratiche politiche che ne derivano. Non esiste nessun movimento politico occidentale che abbi sostenuto con convinzione la pratica della non-violenza integrale; e anzi, come abbiamo visto più volte, la regola dell'Occidente contemporaneo è semmai stata quella di movimenti politici che hanno ritenuto legittimo il ricorso alla violenza come mezzo per risolvere conflitti sociali o internazionali. Anzi, nel periodo compreso tra le due guerre, l'Europa sembra attraversata da un processo di integrale brutalizzazione della lotta politica: non solo l'esperienza delle Grande guerra non fa sì che la violenza politica sia considerata eticamente intollerabile; ma al contrario, un po' dovunque, si formano movimenti politici che si dotano di formazioni paramilitari, pronte a trasformare il confronto politico in guerra civile: accade in Russia con l'Armata Rossa bolscevica, in Italia con i Fasci di combattimento, in Irlanda con le formazioni paramilitari pro o contro l'indipendenza dell'Irlanda, in Germania con i nazisti, in Spagna con la Falange, per non citare che i casi più clamorosi; che si trasformano in guerre civili, come il regime comunista, quello fascista o quello nazista, fanno della violenza una risorsa normale per governare, utilizzando sistematicamente sia in politica interna sia in politica estera.

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