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I moti piemontesi

Proprio nel marzo 1821, mentre gli Austriaci combattevano i patrioti napoletani, un altro moto scoppiò in Piemonte, capeggiato da ufficiali e nobili di sentimenti liberali, tra i quali si distingueva il conte Santorre di Santarosa, che credeva di poter contare sulla collaborazione del nipote del re, e presunto erede al trono: il principe Carlo Alberto di Savoia Carignano. Costui era stato educato in Francia, ove aveva assorbito le idee liberali, ma si preparava alla successione al trono in una monarchia fieramente antiliberale. In questo contrasto di sentimenti e di interessi, sotto la pressione dell’ambiente familiare e di corte, egli non seppe prendere un atteggiamento deciso. Infatti, allorchè in seguito ai moti scoppiati nelle guarnigioni di Alessandria e Pinerolo, e poi a Torino, il re Vittorio Emanuele I – che non voleva né reprimere i moti con le armi né concedere la Costituzione – abdicò in favore del fratello Carlo Felice allora a Modena, e lasciò Carlo Alberto come reggente, questi concesse la Costituzione, salvo l’approvazione del nuovo Re. Ma quando Carlo Felice gli ordinò di allontanarsi dal Piemonte, egli lo fece senza avvertire i rivoltosi, che ebbero la triste sorpresa di voler giungere il nuovo sovrano al seguito dell’esercito austriaco. Anche in Piemonte i liberali furono perseguitati; Santorre di Santarosa andò in esilio e fin la sua vita combattendo per la libertà della Grecia. Carlo Alberto, di cui diffidavano ormai tanto Carlo Felice quanto i patrioti, per riabilitarsi agli occhi del primo, andò invece a combattere i liberali spagnoli con l’esercito francese colà inviato nel 1823 dalla Santa Alleanza. Con questa impresa la Francia voleva dimostrare che essa non era più la patria del liberismo; infatti, in seguito al suo intervento, anche la monarchia costituzionale spagnola ebbe termine nelle repressioni e nelle persecuzioni feroci.
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