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La marcia su Roma

Il 24 ottobre 1922 Mussolini pronunciò a Napoli l'ultimo discorso precedente la marcia su Roma. Disse che avrebbe preferito conquistare il potere attraverso le elezioni, ma che la politica del governo lo costringeva a impiegare la forza. La marcia su Roma era stata preparata da tempo, in una riunione tenuta dai dirigenti fascisti a fine agosto. A settembre Mussolini aveva effettuato l'ultima mossa politica: aveva rinunciato alle sue posizioni repubblicane. Intanto la sinistra continuava a dividersi: al congresso del PSI, la corrente riformista, guidata da Filippo Turati e Giacomo Matteotti, venne espulsa, mentre la CGL, rompeva il patto di alleanza che aveva stretto con il PSI. La polemica dei comunisti e dei socialisti massimalisti contro i riformisti era durissima. Mussolini non aveva però ancora perduto la speranza di poter conquistare il potere senza ricorrere a una prova di forza e trattava con il presidente del consiglio, Luigi Facta, per un inserimento dei fascisti nel ministero. Ma il 25 decise per la marcia su Roma, respingendo la proposta della formazione di un governo, guidato da Giolitti, con quattro ministri fascisti. La sera del 27 ottobre, mentre le squadre fasciste erano pronte a entrare a Roma (Mussolini era rimasto a Milano), Luigi Facta propose al re di decretare la proclamazione dello stato d'assedio. La mattina del 28 il sovrano rifiutò di firmarlo.

In seguito i fascisti celebrarono il 28 ottobre come il giorno della «marcia su Roma». Le ragioni del rifiuto del re non si conoscono e a questo proposito lo stesso Mussolini ha lasciato in seguito una testimonianza importante, dicendo di essersi convinto, dopo il 28 ottobre, che Vittorio Emanuele III aveva deciso di non dare corso al decreto sullo stato d'assedio per timore di dovere poi fare i conti con una rivolta socialista. Il modo in cui il «Popolo d'Italia» presentò l'arrivo di Mussolini a Roma mostrò che egli non si considerava il futuro presidente del governo, ma un conquistatore. Mussolini partì da Milano il 30 ottobre e a Civitavecchia passò in rassegna i fascisti. Nella capitale fu accolto dal prefetto e dal questore. Mussolini si presentò al re ed ebbe l'incarico di formare il suo primo governo, nel quale entrarono anche liberali e popolari. La nomina a primo ministro non era ancora l'inizio della dittatura, ma ne costituiva la premessa. La mancata opposizione era dovuta non solo al cedimento di Vittorio Emanuele III ma anche da conservatori e moderati che ritenevano che un governo Mussolini avrebbe posto fine agli scontri di piazza. Anche Giolitti aveva riconosciuto che Mussolini avrebbe potuto garantire l'ordine.

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