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Le “leggi fascistissime”

Questo gruppo di leggi rappresentò la cancellazione delle libertà civili previste dallo Statuto albertino.
-Vennero messi fuori legge i partiti e i sindacati ostili;
- Fu eliminata la libertà di stampa e di espressione;
- Fu istituito un Tribunale speciale per la sicurezza dello stato, per condannare gli antifascisti;
- Le elezioni vennero trasformate in plebisciti per il “Duce”, poiché gli elettori potevano solo sottoscrivere una lista di deputati presentata dal Partito nazionale fascista;
Mussolini voleva creare uno stato nuovo e per questo non si limitò ad abolire il diritto di sciopero e i sindacati liberi, ma creò una Confederazione dei sindacati fascisti, che doveva trovare al suo interno un accordo sulle principali questioni del lavoro in nome dell’interesse nazionale.
Venne inoltre istituita la Magistratura del lavoro, incaricata di dirimere le controversie di lavoro.

Il corporativismo

Nelle corporazioni confluivano tute le attività produttive, e dovevano tenere sotto controllo le dinamiche del mercato, evitando che la libera concorrenza portasse alla sovrapproduzione, e impedire i contrasti tra capitale e lavoro.
Sul piano ideologico la funzione delle corporazioni era promuovere la cooperazione tra capitale e lavoro, nell’interesse dello stato; sul piano politico era assicurare la collaborazione fra i gruppi economici e sociali, sotto il controllo della classe dirigente fascista.
Nel 1927 venne promulgata la Carta del lavoro: una sorta di documento costituzionale incaricato di enfatizzare i caratteri sociali e popolari del fascismo e di superare il conflitto tra imprenditori e lavoratori. Con questa nuova sintesi sociale e ideale il fascismo si presentava come il regime dei produttori.

La politica economica: “quota 90”

La conferma di questo orientamento di fondo, furono gli atti concreti della politica economica nel 1926-1927. Mussolini legò le sorti del regime alla rivalutazione della lira: “quota 90”, ovvero il ritorno a un rapporto di cambio tra la sterlina e la lira italiana ai valori del dopoguerra (1 sterlina=90 lire), divenne obiettivo ideologico. La rivalutazione era ottenibile solo attraverso una rigida politica deflazionistica: bisognava ridurre la circolazione monetaria e l’accesso al credito di aziende e famiglie, abbassare i prezzi, contrarre i già scarsi consumi.

Gli effetti della politica deflazionistica

L’effetto della politica deflazionistica fu un ridimensionamento dei salari dei lavoratori e dei redditi degli agricoltori, a vantaggio delle classi medie. I salati vennero ridotti e l’abbassamento dei prezzi colpì i piccoli produttori e favorì le grandi imprese che lavoravano per il mercato interno, colpendo quelle che operavano sui mercati internazionali (prezzi alti all’estero dei prodotti italiani).

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