In un importante saggio pubblicato nel 1936 da un economista inglese, John Maynard Keynes (1883-1946) la Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, viene analizzato l'aspetto economicamente essenziale dell'azione di governo di Roosevelt. Keynes contesta in generale la validità teorica dell'impostazione liberista, che considera il mercato come un meccanismo sottoposto a dinamiche che si autoregolano, adeguando costantemente i livelli di offerta e di domanda nei diversi ambiti dell'economia, egli sostiene invece che il sistema economico non ha questa capacità e che ha bisogno di essere costantemente stimolato da un assiduo intervento dello Stato. Soprattutto in fase economiche negative, come quella che si era aperta nel 1929, lo Stato deve garantire una costante circolazione di risorse attraverso la politica delle opere pubbliche, che deve essere attuata a costo di portare in passivo il bilancio dello Stato (cioè facendo in modo che le spese statali superino le entrate). Una manovra di questo genere è essenziale per rilanciare l'economia poiché restituisce potere d'acquisto a lavoratori che altrimenti, a causa della disoccupazione, sarebbero fuori dal mercato, ritrovando lavoro e guadagnando di nuovo un po' di soldi essi sono inclini a spenderli, o almeno in parte, per beni di prima necessità o anche per qualche acquisto voluttuario in un modo o nell'altro essi tornano a essere dei consumatori e per questo rilanciano la domanda aggregata (ovvero la somma delle domande dei singoli), che si traduce subito in ulteriore domanda: infatti le aziende produttrici di beni che vedono aumentare le ordinazioni per i loro prodotti ricominciano ad acquistare materie prime e attrezzi, moltiplicando ulteriormente la domanda aggregata. Contemporaneamente, e per lo stesso motivo, anche la domanda di materie prime e di macchine necessarie per l'attuazione dei lavori pubblici funziona da ulteriore stimolo per il rilancio della domanda e quindi del sistema economico nel suo complesso. Questi aspetti naturalmente sono molto importanti ma non meno rilevanti sono pure gli effetti politici del New Deal. L'azione di Roosevelt infatti serve a ridare fiducia nelle istituzioni rappresentative, consolidando intorno al presidente e al Partito democratico un vasto consenso. Il "new deal" è salutato con un grande entusiasmo dai veri più poveri degli Stati Uniti, travolto dalla crisi del '29. Per la prima volta i democratici riescono ad attirare i voti dell'elettorato nero, che in precedenza si era mostrato costantemente favorevole al Partito repubblicano, partito che negli anni Sessanta e Settanta dell'Ottocento aveva guidato la lotta per l'abolizione della schiavitù. Per il Partito democratico continuano a votare molti bianchi del Sud, un po' per tradizione un po' perché convinti dalla politica di aiuti all'agricoltura prevista dal New Deal. Le masse operaie urbane e i sindacati poi sostengono con entusiasmo le nuove misure. Forte di questo larghissimo supporto, Roosevelt nel 1936 si presenta di nuovo alle presidenziali e stravince ancora con un margine perfino superiore a quello ottenuto nelle elezioni del 1932; ottiene così un secondo mandato e nel 1940 ne otterrà un terzo e nel 1944 un quarto, segno del vasto e solido consenso che egli è riuscito ad assicurarsi con la sua politica coraggiosa e innovativa.

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