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La crisi del 1929


Durante il 1929, il mercato industriale statunitense comincia a saturarsi, a causa del boom economico degli anni 20, soprattutto dovuto all'ingente vendita di beni durevoli. Si saturano, inoltre, anche i mercati coloniali, facendo così crollare il prezzo dei prodotti agricoli. Gli investitori europei, inoltre, continuano a chiedere prestiti con i quali investire sulla borsa di New York, in quanto comincia ad essere attraente anche per borsisti europei, e gli US sono legati a tutte le economie europee, essendo il paese più creditore del mondo dopo la Prima Guerra Mondiale. Dall'Europa, infatti, si registra sempre maggior flusso di capitali verso Wall Street, nel pieno della febbre speculativa. La saturazione dei mercati statunitensi, di conseguenza, comporta la saturazione e sovrapproduzione anche nei mercati europei, indecisi, quindi se abbassare (per proteggere gli affari) o alzare il tasso di sconto (per proteggere il paese), ovvero gli interessi che le banche centrali fissano sui quali le banche locali decideranno di applicare il proprio tasso di interesse (abbassando questo interesse, il denaro chiesto in prestito varrà di meno)
Gli Stati europei, quindi, decidono di alzare i tassi di sconto e tutte le banche applicano interessi maggiori sul denaro acquistato. In settembre Londra, che registra il flusso maggiore di capitali, decide di alzare ulteriormente i tassi. Ciò comporta l'interruzione del flusso di capitali dalla Gran Bretagna e poi da tutta l'Europa verso gli Stati Uniti. Quando la cosa viene percepita, poiché crollano alcuni titoli, comincia il problema da parte degli investitori americani che vedono i loro titoli perdere valore. Immediatamente, nel panico, iniziano scioccamente tutti a vendere le azioni in massa. Questo fa crollare i titoli, che con un effetto domino fa crollare i prezzi e diminuire conseguentemente la produzione. Le aziende in borsa devono mantenere alta la vendita abbassando i prezzi, che comporta minor produzione, guadagnando di meno, e a seguire l'aumento della disoccupazione. Il licenziamento dei dipendenti comporta il crollo del monte salari e la deflazione, ovvero la contrazione della domanda e degli acquisti, in quanto senza lavoro i cittadini non hanno i soldi per poter acquistare beni.
Il panico diventa una catastrofe di tipo politico e sociale.
Tra il '29 e il '32 i fallimenti industriali e commerciali aumentano dell'11% all'anno. I disoccupati passano da 3 a 15 milioni, il monte salari scende da 55 a 33 miliardi di dollari, oltre 5000 banche chiudono, la produzione scende del 70% e i prezzi agricoli crollano. Si arriva ad una grande depressione americana e mondiale, la primi crisi della globalizzazione. La Germania, in diretto contatto con gli Stati Uniti tramite il Piano Dawes, viene particolarmente colpita, con un'ingente svalutazione del marco e aumento della disoccupazione.
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