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La crisi del ’29


Il 24 ottobre 1929 vi fu un grave calo nell’indice della borsa di Wall Street, che diede inizio a una vera a propria crisi, la quale durerà fino al 1933. La crisi del ’29 venne causata principalmente da una crisi di sovrapproduzione e da una speculazione sui titoli azionari, i quali aumentavano di valore grazie alla domanda, senza però corrispondere al valore reale delle imprese. La borsa venne inoltre vista negli anni precedenti come un metodo di guadagno facile, soprattutto da parte dei piccoli risparmiatori, e per questo tra il 1924 e il 1929 l’indice di Wall Street più che raddoppiò di valore. Un altro fattore che alimentò la crisi fu il calo della domanda a causa della ripresa dell’economia europea dopo la guerra. Gli Stati Uniti erano infatti diventati i maggiori esportatori di cereali, favorendo in questo modo gli investimenti interni al Paese, che tuttavia andarono a diminuire appunto dopo il conflitto. La crisi colpì inizialmente le banche, che non disponevano più di liquidità per finanziare aziende e privati, portando così a una grave recessione dell’economia, non soltanto in America, ma a livello internazionale.

Fu con Roosvelt nel 1933 che si trovò una soluzione democratica in grado di risollevare la situazione americana, senza intaccare i principi fondanti della nazione. Il presidente attuò infatti un nuovo piano di politica economica, il New Deal, che intraprese numerose azioni di intervento dello Stato nell’economia nazionale, destinando per esempio più di tre milioni di cittadini alla conservazione dei parchi nazionali, oppure finanziando grandi lavori pubblici in grado di offrire migliaia di posti di lavoro. Il secondo New Deal non ebbe tuttavia lo stesso successo, poiché aumentò le imposte, e mirava a cambiare drasticamente il sistema agricolo e a introdurre un’impresa nazionale, leggi che furono dichiarate incostituzionali dalla Corte suprema. Con questi deal Roosvelt ottenne sostegno da parte dei sindacati, ai quali furono riconosciuti i diritti sindacali con il Wagner act del 1935.

La crisi colpì ovviamente anche il continente europeo, e le principali democrazie europee attuarono metodi inizialmente differenti per far fronte al problema economico. In Gran Bretagna venne attuato un processo di svalutazione della sterlina, il quale favorì le esportazioni e sfavorì le importazioni. Inoltre, lo Stato intervenne più pesantemente nell’economia nazionale. In Francia al contrario, venne inizialmente attuata una politica deflazionistica in nome della stabilità del franco, ma che rese particolarmente difficili le esportazioni. Con la vittoria del Fronte popolare guidato da Blum nel 1934 che andò come in Gran Bretagna verso la svalutazione, che tuttavia venne vista come un insuccesso del governo. In questo periodo quindi, si svilupparono movimenti nazionalisti di estrema destra come l’Action française.
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