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L’Italia dall’avvento della sinistra all’eta’ giolittiana

1876-1914

La cosiddetta “rivoluzione parlamentare” del 1876 mise fine ai governi della destra e segnò l’avvento al potere della sinistra storica, che governò il Paese fino alla crisi di fine secolo.
I personaggi più rappresentativi di tale periodo furono due: il lombardo Agostino Depretis (1813-1887) e il siciliano Francesco Crispi (1818-1901).
La sinistra poteva contare su una base sociale (ed elettorale) molto più vasta ed articolata, composta dagli ambienti finanziari in via di sviluppo e dai ceti medi delle regioni del nord, oltre che dalla borghesia provinciale e terriera del mezzogiorno.
Su tali basi si inaugurò una nuova fase della vita politica italiana che si sviluppò durante il regno di Umberto I (1878 – 1900).

I ministeri Depretis (1876-1887)
- Depretis, salvo brevi intervalli (come i governi di Benedetto Cairoli) fu presidente del consiglio dei ministri per oltre un decennio.
Durante tale periodo il programma riformatore della sinistra fu perseguito con molta cautela da Depretis. Tale programma prevedeva la concessione di maggiori autonomie ai comuni, il miglioramento dell’istruzione primaria e l’allargamento del suffragio.
Nel 1877 l’ala più avanzata della sinistra, la cosiddetta “estrema” guidata da Felice Cavallotti passò all’opposizione.
Depretis adottò infatti quella pratica di governo, detta trasformismo, consistente nella ricerca dell’appoggio di tutte le rappresentanze politiche borghesi presenti in parlamento, con il risultato di annacquare i propositi di riforma propri della sinistra.
Non mancarono però importanti riforme.
Nel 1877 venne approvata la legge Coppino che migliorò l’assetto dell’istruzione primaria, resa obbligatoria fino ai nove anni di età. Tuttavia la mancata assegnazione ai comuni dei mezzi finanziari necessari per l’edilizia scolastica non consentì la piena realizzazione della riforma.
Essa valse però a mitigare la piaga dell’analfabetismo.
Nel 1882 fu varata la riforma elettorale che stabilì l’abbassamento a 21 anni del limite di età richiesto, mentre precedentemente era a 25 anni, e ridusse il censo minimo necessario per partecipare al voto da 40 a 20 lire di prelievo fiscale annuo.
Con ciò il numero degli elettori politici crebbe al 6,9% della popolazione.
Le misure prese dal governo in materia di politica doganale furono ricche di implicazioni per l’avvenire.

Tali misure furono prese per le pressioni degli industriali che erano favorevoli all’adozione di tariffe doganali protezionistiche.
La tariffa approvata nel luglio del 1887 impose dazi assai elevati a protezione dei settori tessile, siderurgico e cantieristico .
Fu poi penalizzata anche l’importazione di cereali così come chiedevano i grandi proprietari agrari meridionali, con il risultato di provocare il rincaro del pane e della pasta, basi dell’alimentazione popolare.
Tuttavia complessivamente il protezionismo creò le premesse per un più generalizzato decollo industriale, allineando l’Italia alla politica doganale di tutti gli altri paesi europei che alzarono i dazi di importazione per “proteggere” la produzione nazionale dalla concorrenza estera.
Politica estera: l’iniziativa più importante fu l’adesione alla triplice alleanza del 1882.
Con tale trattato l’Italia potè uscire dall’isolamento internazionale. Nel 1887 il trattato venne rinnovato.
La triplice che venne rinnovata ogni 5 anni fino al 1912 segnò anche l’inizio della politica coloniale italiana che si indirizzò verso il corno d’africa.

L’eta’ di Crispi (1887-1896)
Morto Depretis, gli subentrò Francesco Crispi, un ex mazziniano che si era fatto all’interno della sinistra la fama di uomo forte (il suo modello d’ispirazione fu Bismarck).
Crispi segnò con la sua politica il decennio dal 1887 al 1896.
Crispi operò con decisione per una radicale riorganizzazione della struttura dello Stato, a partire dal rafforzamento dell’esecutivo.
Nel 1888 venne approvata la riforma dell’ordinamento amministrativo , che

1) allargò il diritto di voto,
2) rese elettivi i sindaci dei comuni maggiori ma
3) rafforzò il controllo prefettizio sulle amministrazioni locali.
Le funzioni e le prerogative dell’autorità pubblica vennero accentuate anche dal codice sanitario del 1888, la prima sistemazione organica della sanità pubblica.
Sempre nel 1890 entrò in vigore il nuovo codice penale, che conteneva innovazioni progressiste come il riconoscimento del diritto di sciopero.
La liberalità introdotta dal nuovo codice venne però in parte limitata da una legge di pubblica sicurezza che consentiva ampi margini di discrezionalità alla polizia e poneva ostacoli alla libertà di riunione in nome dell’ordine pubblico.

Lo sviluppo del socialismo e la caduta di Crispi.
Gli anni di Crispi videro anche lo sviluppo del movimento operaio e la diffusione tra le masse del socialismo .
Le conseguenze dello sviluppo in senso capitalista dell’industria e della agricoltura con la diffusione del bracciantato, il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori dovuto alla crisi agricola ed industriale, ed aggravato dalla guerra commerciale con la Francia (esplosa nel 1888 sulla questione dei dazi per i prodotti agricoli), stimolarono la protesta del proletariato italiano e lo spinsero alla ricerca di nuove forme associative.
Agosto 1892, durante il congresso di Genova dei gruppi socialisti italiani, tra i quali il partito socialista rivoluzionario di romagna, fondato da Andrea Costa nel 1881, il partito operaio italiano, fondato nel 1882, e la lega socialista milanese fondata nel 1889 da Filippo Turati ed Anna Kuliscioff, venne costituito il partito dei lavoratori italiani, che prese il nome di partito socialista italiano nel 1895.

Nello stesso periodo anche il movimento sindacale si diede strutture organizzative più solide con la creazione di federazioni nazionali e di camere del lavoro in ambito locale.
Lo sforzo organizzativo del movimento sindacale fu accompagnato dall’incremento della conflittualità sociale .
Scoppiarono così gravi moti in Lunigiana (1893) ed in Sicilia dove tra il 1891 e il 1894 si ebbe il movimento dei “fasci siciliani” – che mirava alla spartizione delle terre dei demani usurpati e dei latifondi.
Crispi represse con spietatezza entrambe queste insorgenze e colse l’occasione per limitare la libertà di associazione e sciogliere il partito socialista (1894), il quale tuttavia potè riprendere la propria attività dopo qualche mese.
La causa della caduta di Crispi fu però la sua politica estera. Crisi riprese l’espansionismo italiano in Eritrea ma subì la grave sconfitta di Adua. Crispi si dimise il 5 marzo 1896.

La crisi di fine secolo.
A Crispi succedette Antonio di Rudinì (1896-1898) sostenuto da un maggioranza prevalentemente orientata in senso conservatore e reazionario.
Nel 1898, essendo aumentato il prezzo del pane a seguito di una annata di cattivi raccolti si ebbero tumulti in varie parti d’Italia, ma soprattutto a Milano (6-9 maggio).
Il gen. Fiorenzo Bava Beccaris represse brutalmente i moti milanesi mentre vennero sciolte le organizzazioni socialiste e cattoliche ed arrestati numerosi dirigenti (tra cui Turati, la Kuliscioff ed il sacerdote Davide Albertario).
Il nuovo governo, guidato dal gen. Luigi Pelloux (1898-1900) iniziò allora una politica apertamente reazionaria – proponendo al parlamento una serie di leggi eccezionali di limitazione della libertà di stampa e di associazione; tali provvedimenti però non vennero approvati causa l’adozione della tattica dell’ostruzionismo da parte delle opposizioni parlamentari di sinistra.

Pelloux allora sciolse la camera, ma le elezioni del giugno 1900 segnarono una sconfitta del governo ed una forte avanzata dell’estrema (radicali e socialisti). Fallì così il tentativo di colpo di stato , ed il governo venne affidato al liberale moderato Giuseppe Sarocco (1900-01) che adottò una politica più conciliante.
Il 29 luglio 1900 il re Umberto I cadde assassinato a Monza. Gli succedette il figlio Vittorio Emanuele III (1900-46)

L’eta’ giolittiana.
Dall’inizio del nuovo secolo fino al marzo 1914 la politica italiana fu dominata dalla figura di Giovanni Giolitti.
Egli fu prima ministro dell’interno nel gabinetto di transizione guidato da G. Zanardelli (1901-1903), e quindi presidente del consiglio per circa un decennio quasi senza interruzione (brevi governi di A. Fortis, Sidney Sonnino, L. Luzzatti).
Il programma politico di Giolitti mirò al consolidamento di una prassi di governo liberale basata sul riconoscimento della libertà sindacale e sul pieno diritto di sciopero.
Proclamò quindi la piena neutralita’ dello stato nei conflitti di lavoro stabilendo rapporti di collaborazione con l’ala riformista del partito socialista.
Giolitti ebbe il merito di attuare notevoli riforme di carattere sociale – tra cui:
▪ l’allargamento delle assicurazioni obbligatorie per gli infortuni sul lavoro;
▪ la riduzione a 12 ore dell’orario di lavoro massimo giornaliero delle donne;
▪ l’elevazione a 12 anni dell’età minima per il lavoro dei bambini;
▪ l’istituzione dell’ufficio del lavoro incaricato di studiare i problemi operai;
▪ la statalizzazione dell’esercizio telefonico (1903) e delle ferrovie (1905);
▪ la municipalizzazione dei pubblici servizi comunali (1903), che consentì ai comuni di assumere la gestione diretta dei servizi pubblici quali i trasporti, e la distribuzione di gas, acqua ed elettricità ;
▪ l’istituzione del monopolio statale delle assicurazioni sulla vita (1912).
In questo periodo è da ricordare inoltre la legge Daneo-Credaro sulla pubblica istruzione – votata nel 1911 durante il ministero Luzzatti – che addossava allo Stato la spesa per l’istruzione elementare obbligatoria.

In politica estera Giolitti si occupò soprattutto di riavvicinarsi alla Francia, con la quale furono sedate tutte le controversie coloniali con gli accordi Prinetti-Delcassè (1902) dai quali prese avvio la conquista italiana della Libia del 1911-12.
Infine nel 1912 Giolitti fece approvare al parlamento il suffragio universale maschile che portò il numero degli elettori al 25,5% della popolazione.
Tale riforma però rese non più praticabile il sistema di potere giolittiano, basato su maggioranze fluide, tenute in piedi soprattutto dalla figura del leader, ed ottenute con un utilizzo senza scrupoli dei prefetti e delle clientele meridionali per manovrare le elezioni .
Infatti il suffragio universale avrebbe fatalmente premiato soprattutto le organizzazioni di massa dei socialisti e dei cattolici.
Il partito socialista era allora guidato dalla corrente “massimalista” fautrice cioè del programma massimo della rivoluzione e perciò ostile ad ogni accordo e mediazione con i partiti borghesi.

Dal canto loro i cattolici non si erano ancora costituiti in partito politico, tuttavia, incoraggiati dalle aperture di Papa Pio X (Giuseppe Sarto 1903-14) erano attivi organizzatori di leghe sindacali e cooperative nelle campagne.
I cattolici poi si presentavano alle elezioni con candidati indipendenti in molte circoscrizioni.
Per le prime elezioni a suffragio universale 1913 Giolitti decise così di cercare un’alleanza segreta e preventiva con i candidati cattolici (Patto Gentiloni, dal nome del presidente dell’unione elettorale cattolica Vincenzo Gentiloni).
Venne così arginato lo spostamento a sinistra, ma la nuova maggioranza risultò più difficilmente manovrabile rispetto a quelle precedenti.
Giolitti si dimise nel marzo 1914 lasciando il posto al ministero capeggiato da Antonio Salandra.

Economia e società nell’età giolittiana.
L’età giolittiana è una fase storica di relativa prosperità; gli anni compresi tra il 1896 e il 1913 costituirono infatti per l’Italia il periodo del definitivo decollo industriale, che rimase tuttavia limitato ad alcune zone del paese (l’area compresa nel “triangolo industriale” di Milano, Torino, Genova), aggravando i termini della questione meridionale.
In tal periodo si sedimentarono quindi alcuni elementi della struttura produttiva ed occupazionale dell'Italia moderna, costituita da una fascia industrializzata nel nord-ovest, da un’area di agricoltura e zootecnia sviluppata a conduzione capitalistica nella pianura padana, e dal meridione che, seppur con differenze al suo interno, restava area con bassi investimenti produttivi.
Il decollo industriale intensificò gli sforzi organizzativi ed il seguito dei sindacati operai, che nel 1906 si collegarono nella confederazione generale del lavoro –CGL, di orientamento socialriformista, mentre sindacalisti rivoluzionari ed anarchici confluirono nella unione sindacale italiana –USI (tra i leader era Filippo Corridoni).
Negli stessi anni anche i padroni si organizzarono nella confederazione italiana dell’industria (1910) e nella confederazione generale dell’agricoltura (1911).
Il movimento degli scioperi operai ed agrari conobbe una grande intensificazione soprattutto nel decennio immediatamente precedente la 1^ guerra mondiale.
Dopo il 1° sciopero generale del 1904 , in cui Giolitti decise di non impiegare la forza pubblica contro i manifestanti, un intenso ciclo di lotte si aprì a partire dal 1907, a seguito dell’aumento del costo della vita e della disoccupazione e culmino’ nella “settimana rossa” dal 7 al 14 giugno 1914, quando si ebbero agitazioni di carattere insurrezionale in molte città italiane, soprattutto dell’Italia centrale.
Il radicalizzarsi della situazione fu favorito dalla nuova linea del partito socialista italiano, in cui prevalse la corrente intransigente di Costantino Lazzari e Giacinto Menotti serrati, contraria all’impresa di Libia, ostile alla politica filogovernativa della corre riformista del partito, i cui leader Leonida Bissolati ed Ivanoe Bonomi vennero espulsi per la loro adesione all’impresa libica, e decisa a riaffermare la funzione rivoluzionaria del socialismo.

Negli stessi anni si allargava nel Paese anche l’influenza del nazionalismo (associazione nazionalista italiana 1910) ostile al parlamentarismo ed al socialismo e fautore piuttosto di uno stato forte, ed impegnato in una politica imperialista. Tra i principali esponenti nazionalisti: Enrico Corridoni, Alfredo Rocco, Luigi Federzoni.

Entro il movimento cattolico, prima della convergenza con Giolitti realizzata in funzione antisocialista, si era sviluppato il movimento della democrazia cristiana, in cui si distinsero le posizioni assai avanzate del sacerdote Romolo Murri, che vennero comunque condannate dal papa; il Murri, sospeso a divinis nel 1907, venne eletto poi deputato.

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