All'indomani della prima guerra mondiale in Italia si sviluppano altri due formazioni politiche una appena nata e una da tempo faceva parte del panorama politico italiano e mostrano di possedere organizzazioni solide e ben strutturate (dimostrato soprattutto nelle elezioni del 1919).
La prima formazione è il Partito popolare italiano (Ppi), partito cattolico fondato nella gennaio del 1919 e guidato da un sacerdote, Don Luigi Sturzo. La composizione del Ppi è variegata nel senso che vi aderiscono tanto i sostenitori della "democrazia cristiana" cioè coloro che ritengono che il primo degli obiettivi che i cattolici devono realizzare sia una nuova politica sociale, quanto i cattolici moderati che si pongono in linea di continuità con l'esperienza del cattolicesimo intransigente prebellico e sono scarsamente sensibili alle tematiche relative al miglioramento delle condizioni dei lavoratori dell'industria o dei contadini piccoli proprietari o dei braccianti agricoli. L'altra formazione politica dotata di un'ottima struttura organizzativa e il Partito socialista Italiano (Psi). Non è un nuovo partito in quanto esiste già dal 1892. Comunque è un partito enormemente rinnovato negli orientamenti del suo gruppo dirigente, e tra tutti i partiti socialisti europei è quello che ha raccolto più direttamente e con maggiore convinzione il messaggio che viene dalla Russia bolscevica. Nel suo XVI Congresso Nazionale che si era tenuta a Bologna tra l'8 e il 9 ottobre 1919, i delegati hanno trovato quattro importanti risoluzione:

a) la Rivoluzione sovietica viene dichiarata il modello di azione del partito socialista Italiano,
b) di conseguenza il partito decide di aderire all'Internazionale comunista (o Terza internazionale),
c) si riconosce che il partito può ricorrere alla violenza se ciò è necessario per il conseguimento dei suoi fini (ovvero può usare il metodo del terrore per portare a termine i suoi scopi),
d) tra questi fini c'è la demolizione dello Stato borghese, la realizzazione della dittatura del proletariato e la costruzione di un "nuovo ordine comunista".
Questo programma detto 'massimalista' va ovviamente al di là delle posizioni più estremiste assunte dei socialisti italiani prima della Grande Guerra. Ora i socialisti partecipano alle elezioni del novembre del 1919 con la dichiarata intenzione di compiere al più presto possibile una rivoluzione sovietica. Per questo motivo il loro grado di lealtà nei confronti delle istituzioni del Regno d'Italia appare dubbio a tutta quella opinione pubblica che non condivide il loro programma. Visto che le cose stavano così, si capisce come i risultati elettorali che segnano una dura sconfitta dell'area liberale aprano scenari politici complessi. Il tracollo dei liberali non li mette più in grado di formare una maggioranza capace di sorreggere autonomamente un governo. Tanto il governo in carica all'epoca delle elezioni guidato da Francesco Saverio Nitti quando il governo successivo guidato da Giovanni Giolitti (in carica dal giugno 1920 al giugno 1921), sono composti prevalentemente da liberali di vario orientamento con una presenza di alcuni ministri del Partito popolare che garantisce un sostegno esterno alla maggioranza liberale. Per la prima volta il patto Gentiloni nel primo dopoguerra diventa un fattore più o meno permanente nel quadro politico italiano. Inoltre nonostante l'appoggio esterno i governi liberali non hanno una maggioranza solida che li sostenga in Parlamento, sono dei governi politicamente fragili e si trovano a dover gestire dei conflitti socio-politici di enorme gravità.

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