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L'Italia nella Grande Guerra


L’Italia era ancora legata agli imperi della Triplice alleanza, la formulazione del trattato aveva un valore esclusivamente difensivo. Nel momento in cui si accese la Grande guerra, l’Italia prima si proclamò neutrale poi si schierò contro la Germania e l’Austria-Ungheria. In Italia i socialisti erano contrari e la borghesia era divisa tra chi voleva schierarsi contro l’Austria e chi non voleva entrare in guerra. I neutralisti rappresentavano i liberali giolittiani, i socialisti, i cattolici mentre tra gli interventisti c’erano sindacalisti, nazionalisti, liberali, democratici, irredentisti cioè coloro che desideravano il Trentino e la Venezia Giulia. Nella prima coalizione regnava il pacifismo mentre nella seconda vi erano pressioni per una politica di potenza. I neutralisti avevano la maggioranza in Parlamento ma gli interventisti accendevano le passioni delle piazze. Alla fine fu decisiva l’iniziativa della monarchia e del governo Salandra che vedevano nella guerra un modo per ripristinare l’ordine. Con la firma del trattato di Londra l’Italia si impegnò ad entrare in guerra entro un mese in cambio del Trentino, della Venezia Giulia, dell’Istria, dell’Alto Adige, della Dalmazia, della Valona e del Dodecaneso.

La situazione di stallo raggiunta sui vari fronti rimase invariata. Le truppe Italiane attaccarono l’Austria sul fiume Isonzo e sull’altopiano del Carso. Il piano del comandante Luigi Cadorna fu quello di forzare lo sbarramento Austriaco. Gli Italiani ottennero scarsissimi risultati e la guerra si trasformò in guerra di posizione e di trincea. Il 15 maggio 1916 un’offensiva Austriaca (la spedizione punitiva) esaurì il suo slancio iniziale ripristinando l’immobilismo. Nello stesso anno sull’Isonzo ci furono parziali successi Italiani.

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