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L'Italia conobbe nel decennio successivo al 1848 una discreta crescita economica, in particolare in Lombardia il settore tessile si era sviluppato notevolmente, affiancato dall'industria meccanica e siderurgica. Grande sviluppo ebbero anche le attività bancarie. A tale sviluppo si oppone la politica doganale e fiscale dei dominatori austriaci che frenano il progresso economico di tutta la penisola. In Piemonte, dove Vittorio Emanuele II aveva confermato la Costituzione, a differenza degli altri sovrani italiani, prevale una politica riformatrice che promuoveva lo sviluppo economico. Vi è l'abolizione dei dazi doganali e il potenziamento del porto di Genova, che inserirono il Piemonte nella corrente dei traffici commerciali europei. L'esperienza piemontese, che unisce libertà costituzionali e sviluppo economico, rafforza il liberalismo moderato. Dal punto di vista politico, il movimento repubblicano si era diviso in un'ala federalista, il cui maggior esponente era Cattaneo, e un'ala unitarista, guidata da Mazzini, che riunì i suoi seguaci in una nuova formazione politica, il Partito d'azione, i cui obiettivi erano: il suffragio universale, la libertà di pensiero e di stampa, la responsabilità parlamentare del governo e l'unità nazionale. Negli anni Cinquanta dell'Ottocento il movimento repubblicano si indebolì gravemente a causa del fallimento dei nuovi tentativi insurrezionali. Uno di questi fu guidato da Pisacane, esponente di un repubblicanesimo di venature socialiste, che però non decollò per la mancanza di prospettive per le masse contadine. Delusi da ciò, molti militanti repubblicani cominciarono a credere in una diversa ipotesi di unificazione nazionale: quella che si delineò nel Regno di Sardegna. Qui il ministro Cavour condusse una politica estera tesa all'ingrandimento territoriale dei domini sabaudi nella penisola italiana. Egli fu deputato nel 1849 a capo dell'ala liberal-moderata. Il primo intervento significativo avvenne in occasione della presentazione della legge Siccardi, che aboliva i privilegi ecclesiastici in tutto il regno. Nel marzo 1850 egli pronunciò un discorso nel quale sostenne la necessità di una politica riformatrice che ponesse il Piemonte alla testa dell'Italia. Il programma di Cavour era incentrato sulla creazione di uno stato nazionale retto da una monarchia costituzionale liberista sul piano economico e liberale sul piano politico. Fu un conservatore sotto il profilo sociale, ma si batté per il potenziamento delle prerogative del Parlamento, cioè per il pieno svolgimento in senso liberale dello Statuto Albertino che inizialmente prevedeva un regime costituzionale puro, in cui il re aveva il potere esecutivo e il Parlamento quello legislativo. Il suo intento era di forzare lo Statuto, trasformando il Regno di Sardegna in una monarchia parlamentare in cui il potere esecutivo spettava al Parlamento. L'azione di Cavour attira in Piemonte numerosi intellettuali e personalità politiche, che costituirono una classe dirigente nazionale. Nel 1851 Cavour rivestì il ruolo di ministro dell'Agricoltura e delle Finanze del governo D'Azeglio. In questo periodo strinse rapporti commerciali con la Francia e l'Inghilterra, che accelerarono l'inserimento dell'economia sabauda nel mercato internazionale e ridussero notevolmente il deficit statale. Nel 1852 fu eletto primo ministro (fino al 1859) e promosse la convergenza, detta in seguito “Connubio” tra il centro-destra, la sua formazione politica, e il centro-sinistra, guidato da Urbano Rattazzi. Cavour, dunque, formò una nuova rappresentanza di centro che isolava sia la sinistra democratica, sia l’estrema destra. Nel 1857 si formò la Società nazionale italiana che mirava al conseguimento dell'unificazione della penisola sotto lo scettro sabaudo. Fu fondata da Manin, e ad essa aderirono La Farina e Garibaldi, i quali abbandonarono le fila democratiche per unirsi a Cavour e ottenere la liberazione italiana dall'Austria. Per rafforzare l’unità italiana Cavour punta alla costruzione di una rete di appoggi internazionali attraverso la partecipazione alla guerra di Crimea, nel 1854, al fianco della Gran Bretagna e della Francia, contro la Russia. Questa guerra, conclusasi nel 1856, con il Congresso di Parigi, permise al Piemonte di sedersi tra le grandi potenze vincitrici (Inghilterra e Francia) e di presentare il problema italiano. Cavour sosteneva che l’egemonia austriaca e l’oppressione borbonica in Italia rappresentavano un pericoloso focolaio di rivolte, infatti le popolazioni del territorio italiano rappresentavano un pericolo per l’Europa in quanto sarebbero potute scoppiare delle rivolte, finalizzate alla proclamazione della repubblica, che avrebbero potuto influire sulle popolazioni degli altri stati europei. Questa tesi fu rafforzata dall’attentato da parte del mazziniano Orsini ai danni di Napoleone III, nel gennaio del 1858. Dunque Cavour negozia con l’imperatore francese una soluzione definitiva della questione italiana ottenendo l’appoggio militare della Francia, che si impegnava a intervenire al fianco del regno di Sardegna in caso di aggressione da parte degli austriaci. Inoltre in questo accordo segreto, siglato a Plombieres il 20 luglio 1858, si stabilì che, se fosse scoppiata questa guerra, in caso di vittoria, il Nord Italia sarebbe andato alla dinastia sabauda che cedeva alla Francia la Savoia e Nizza; il Centro sarebbe stato affidato a Girolamo Bonaparte, cugino di Napoleone III; il Sud sarebbe stato assegnato al figlio di Gioacchino Murat (i Murat regnarono fino al 1808 e furono rimpiazzati dai Borbone con il congresso di Vienna); il papa infine avrebbe conservato Roma e Lazio.

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