Indice

  1. Italia 1958-1963: boom economico
  2. Sviluppo disuguale
  3. Una nuova emigrazione

Italia 1958-1963: boom economico

Il periodo successivo al ritiro di De Gasperi, se da un lato fu caratterizzato da una forte instabilità politica (in meno di 5 anni si alternarono ben sei diversi presidenti del Consiglio), dall’altro fu cruciale per lo sviluppo economico del paese —> Periodo 1958-1963 definito “miracolo/boom economico’”.
Questa crescita avvenne anche grazie al ruolo trainante dell'economia statunitense e alla costituzione del mercato unico europeo, e inoltre essendo membro fondatore della C.E.E. (1957), l'Italia si garantiva la possibilità di incrementare le proprie esportazioni (e quindi la produzione industriale) grazie all'abbattimento dei dazi doganali nel commercio con i paesi comunitari.
Il boom derivò anche da: prezzi bassi e quindi concorrenziali dei prodotti italiani, salari bassi (diedero spazio agli investimenti) e l'intervento dello Stato a sostegno delle imprese private.
Nel giro di pochi anni l'Italia divenne così una delle nazioni economicamente più avanzate al mondo: fra il 1958 e il 1963 il suo PIL conobbe un aumento medio annuo superiore al 6%, mentre il reddito pro capite raddoppiò.
Il tratto caratterizzante del boom fu lo sviluppo industriale: gli investimenti aumentarono del 14% annuo e in più casi la produzione arrivò addirittura a raddoppiare.
I settori che trassero maggiore profitto furono: meccanico, automobilistico, chimico e petrolchimico.
Nord (triangolo industriale: Genova, Torino, Milano) —> le industrie già esistenti s'ingrandirono e moltiplicarono i loro stabilimenti; soprattutto l'industria dell'auto (Fiat) —> questo portò alla realizzazione di infrastrutture stradali, tra cui una moderna rete autostradale.
Centro-Sud —> creazione di poli industriali; nacquero grandi impianti siderurgici, petrolchimici e automobilistici —> contribuì allo spostamento di un numero elevatissimo di lavoratori dall'agricoltura all'industria.
Questo portò alla trasformazione della società italiana: crescita della popolazione urbana a discapito di quella rurale —> espansione delle città caotica e poco rispettosa dei piani regolatori.
Le conseguenze furono: miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, che, nonostante i pesanti orari di lavoro, divennero a tutti gli effetti consumatori di una moderna economia di mercato.

Sviluppo disuguale

L’Italia era ora un paese industrializzato, ma squilibri fra Nord e Sud del paese e fra città e campagna rimasero.

Nord-Ovest —> rafforzamento della grande impresa
Nord-Est e Centro —> affermazione di piccole imprese
Sud —> non ci fu l’obiettivo sperato, le industrie vennero definite "cattedrali nel deserto", e anche l’agricoltura fu dimenticata nella sua arretratezza.

Pertanto, mentre al Nord la domanda di operai superava l'offerta, al Sud i giovani rimanevano disoccupati e per loro non c'era altra via che emigrare verso zone più ricche.

Una nuova emigrazione

Tra il 1950 e il 1970, oltre nove milioni di italiani abbandonarono le loro case in cerca di fortuna (soprattutto dalla Campania, dalla Puglia, dalla Calabria e dalla Sicilia).
Mentre all'inizio del XX secolo l'emigrazione italiana verso l'estero si dirigeva soprattutto nelle Americhe, in questo periodo l'esodo si diresse soprattutto verso Svizzera, Germania e Belgio e le grandi città dell'Italia settentrionale, soprattutto Milano e Torino (dove c’era la Fiat).
I residenti delle città industriali avevano spesso un atteggiamento diffidente verso i nuovi arrivati, che solitamente si ritrovavano ad abitare in sistemazioni precarie e degradate, o si adattavano a convivere insieme a parenti e amici in piccoli alloggi pagati a caro prezzo.
Il lavoro però non mancava, anche per le donne.
Per accogliere i flussi migratori furono realizzate case popolari con il piano I.N.A.-Casa.

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