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L'imperialismo

Si parla di imperialismo nel periodo che va dal 1870 al 1914. Il primo stato in cui si cominciò a parlare di politica imperiale fu la Gran Bretagna. In particolare per quanto riguarda quest’ultima c’è una data simbolica, il 1876 in cui, la regina Vittoria fu incoronata sovrana delle Indie. Insieme all’Inghilterra, le principali protagoniste di questo fenomeno furono la Francia e la Germania, quest’ultima soprattutto dopo l’esperienza politica di Bismark. Si distinsero anche il Belgio, che infatti colonizzò il Congo, L’Olanda, che aveva già colonie in estremo oriente, L’Italia la cui politica fu definita “imperialismo degli straccioni”, la Russia, il Giappone ed infine gli Stati Uniti, il cui imperialismo fu piuttosto “informale” poiché infatti non colonizzò direttamente ma aveva comunque un forte controllo economico e finanziario sui paesi dell’America centrale e meridionale.

Quello che colpisce di questo periodo, a differenza delle precedenti esperienze imperialistiche è il fatto che gli stati europei si impegnarono fortemente e in prima persona per espandere i propri territori, fu quasi una gara tra stati colonizzatori, mentre nelle precedenti esperienze imperialistiche fu l’iniziativa di una singola persona a portare gli stati ad espandersi ( si ricordi ad esempio l’imperialismo spagnolo di Pizarro o Cortés ).
Le motivazioni di tale fenomeno furono interpretate in due modi diversi: la prima di carattere economico, cioè si pensò ad una serie di processi economici che avevano caratterizzato l’Europa nel periodo immediatamente precedente, e l’altra di carattere strategico politico e culturale.

Interpretazione economica dell’imperialismo

Dopo la seconda metà nel 1800 l’Europa era stata caratterizzata da un fenomeno noto come “2° rivoluzione industriale”. Questi anni videro formarsi un vero e proprio “gigantismo economico”, con costruzioni di fabbriche, complessi industriali, aggregati di industrie, organizzazioni quali “cartelli” e “trust”. Per la prima volta si comincia a parlare di “borse valori” per finanziare le grandi industrie nascenti, nascono le prime banche d’affari ecc.. Tutto ciò portò ad un enorme incremento della produzione e proprio da qui nascono le prime teorie sull’imperialismo.

La prima interpretazione economica dell’imperialismo fu inaugurata nel 1902 da John Hobson, con la pubblicazione dell’opera “L’imperialismo. Uno studio”. Egli sostenne che l’espansione imperialista fu generata da rischi di sovrapproduzione, a seguito dei quali gli stati cercavano di esportare fuori d’Europa la produzione in eccesso e contemporaneamente di acquistare materie prime a costi bassissimi e un dominio diretto era la strada che meglio permetteva agli stati di raggiungere tale scopo.

L’altro sostenitore della teoria economica era invece un comunista rivoluzionario, Lenin. In particolare egli nel 1916 scrisse l’opera “Imperialismo, fase suprema del capitalismo” nel quale si domanda quali furono le cause della 1° guerra mondiale, che proprio in quegli anni stava dilaniando l’Europa. La risposta fu trovata all’interno del fenomeno capitalista; infatti egli ipotizzò che questi grandi conglomerati industriali, mossi dall’esigenza di esportare materie prime e materiali, provvidero ad una spartizione delle aree di dominio extraeuropee per il motivo sopra citato. Tale spartizione, finché possibile è pacifica, quando non può più esserlo, il conflitto economico, si trasforma in conflitto militare.

Successivamente, fu avviata una revisione storiografica e alcuni autori, come ad esempio John Fieldhouse proposero altre interpretazioni, che tuttavia non negavano l’incidenza dei fattori economici.

Interpretazione strategica e culturale dell’imperialismo

Per quanto riguarda i fattori strategici, alcuni studiosi sostennero che in molti casi un territorio non veniva occupato per sfruttarlo, anzi dal punto di vista economico diventava quasi un peso. Tuttavia in quel periodo essere un paese imperialista era motivo di prestigio, il che portava a larghi consensi per quanto riguarda la politica interna, e inoltre occupare uno stato significava impedire ad altri di conquistarlo, con un vantaggio quindi anche per la politica estera.

Per quanto riguarda invece le ragioni di tipo culturale si ricorda tra i principali sostenitori Rudyard Kipling che scrisse “ Il fardello dell’uomo bianco”, nel quale parlò dell’uomo occidentale come l’uomo civile, progredito che si sarebbe assunto l’impegno di colonizzare le popolazioni più regredite, selvagge, con lo scopo di civilizzarle e portarle verso il progresso.

Inoltre, in quegli anni circolavano già tesi esplicitamente razziste. Si ricordi ad esempio “Sull’ineguaglianza della razza umana” di Gobineau, dove si sosteneva che la razza fosse un qualcosa di naturale, immutabile, e l’ineguaglianza sul piano razziale porta a differenze anche sul piano dei valori per cui ci sono razze migliori e razze peggiori. In particolare la razza per eccellenza si sostiene fosse quella ariana, da cui l’autore mostra un certo timore per il fatto che le razze inferiori possano prendere il sopravvento, sporcandone la purezza.

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