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Giolitti - riforma elettorale


Nel 1911 Giolitti fa partire l'operazione che porta all'importante "riforma elettorale" approvata dal Parlamento nel 1912: secondo la nuova legge diventano elettori i maschi di oltre 21 anni capace di leggere e scrivere, i maschi analfabeti che abbiano compiuto 30 anni e abbiano fatto il servizio militare. Del tutto coerentemente con la cultura liberale europea, Giolitti ritiene questa mossa una necessità politica che ha l'obiettivo di assicurare una migliore integrazione delle masse e in particolare del "Quarto Stato", entro la cornice dello Stato liberale. Nel 1913 ci sono le prime elezioni a suffragio universale maschile. Giolitti promotore della riforma sa benissimo che essa, da sola, può anche dare i frutti avvelenati poiché potrebbe produrre una marea di voti socialisti. E la cosa è tanto più preoccupante perché negli anni precedenti si è verificato un netto mutamento degli equilibri interni al partito socialista. Nel Congresso nazionale del Partito socialista che si erano tenuti a Reggio Emilia dal 7 al 10 giugno 1912, sono stati espulsi autorevoli esponenti tra cui Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi che negli anni precedenti avevano sostenuto la necessità di una trasformazione del partito in senso laburista (riformismo, lotta parlamentare, disponibilità alla collaborazione con i gruppi politici borghesi). Gli espulsi fondano un partito autonomo: il Partito socialista riformista italiano - ma la stragrande maggioranza dei delegati e poi dei militanti resta all'interno del Psi, che adesso è dominato da una maggioranza favorevole agli intransigenti cioè alla sinistra radicale e rivoluzionaria, guidata in questo momento da un giovane maestro romagnolo chiamato Benito Mussolini (1883-1945), il quale dal novembre del 1912 assume anche la direzione dell', il giornale del partito. Filippo Turati, che pure non condivideva le posizioni degli intransigenti resta comunque dentro il partito.

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