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Il fascismo fu il primo stato totalitario. Dal punto di vista economico vi erano fascisti liberisti favorevoli al mercato, e fascisti dirigisti, che aspiravano a imporre la volontà politica sulla sfera produttiva. Dal 1922 al 1939 è possibile identificare tre fasi distinte della politica economica fascista. La prima era la fase liberista: si trattò di una fase breve, durata fino al 1925, nella quale il nuovo regime s’impegnò a ristabilire il potere delle forze capitalistiche nelle campagne e nelle fabbriche. In questa fase ci fu il calo dell’emigrazione, causato dalla politica restrittiva degli Stati Uniti, facendo aumentare la disoccupazione. Infatti i prezzi crebbero notevolmente; la lira perse sempre più valore e i salari persero gran parte del loro potere d’acquisto. Mussolini aprì una nuova fase, quella dirigista. Il nuovo ministro delle finanze Volpi, lavorò per rivalutare la lira, una lira più forte sulla sterlina ed avrebbe reso più onerose le importazioni, inducendo il sistema produttivo a sfruttare al massimo le risorse interne. Nel 1927, il cambio lira-sterlina venne fissato a “quota 90”. La crisi del 1929 colpì anche l’Italia. Di fronte alla crisi, il regime accentuò ancor più la sua politica dirigista: tagliò per decreto salari e stipendi; nel 1931 creò l’IMI (Istituto mobiliare Italiano); nel 1933 creò l’IRI (Istituto per la ricostruzione industriale), un ente pubblico che acquisì il controllo delle principali banche italiane. Secondo i fascisti la fine della lotta di classe avrebbe finalmente portato a una società pacificata e armonica. Dal punto di vista sindacale, l’obiettivo dei fascisti era quello di integrare i sindacati operai e quelli padronali in un solo organismo. Nel 1926, lo stato accettava ufficialmente l’esistenza e l’azione di una sola organizzazione, quella fascista, di lavoratori e datori di lavoro per ogni categoria produttiva; in tal modo le altre organizzazioni sindacali libere perdevano di fatto ogni funzione.

Sempre nel 1926, Mussolini avviò la costruzione dello stato corporativo. La parola “corporazione” esprimeva la volontà di irreggimentare la vita economica, disciplinando i rapporti tra i diversi soggetti. Nel 1934 vennero istituite 22 corporazioni, divise nei settori dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi. Però queste corporazioni, rivelarono presto la loro fragilità: erano praticamente deboli. Il padronato italiano non intendeva cedere la sovranità dentro la fabbrica, né agli operai e né a burocrati di stato.
Per il Duce, l’economia italiano avrebbe dovuto divenire autosufficiente. L’Autarchia puntava a superare la dipendenza dei paesi economicamente più progrediti, ed svilupparsi da solo senza fare più affidamento sulle importazioni. Questa politica economica portò ad avere un paese povero di materie prime e dunque milioni d’italiani dovettero ricorrere a surrogati, ossia altri prodotti sostitutivi.
La “rivoluzione fascista” doveva combattere il bolscevismo, ma anche restituire all’Italia un “posto al sole” nel mondo. L’appello al glorioso passato imperiale era un modo per riaffermare il diritto dell’Italia a contendere a Gran Bretagna e Francia un ruolo di primo piano nella spartizione del mondo. Dunque l’Italia doveva guadagnare rispetto e considerazione, pur continuando ad essere una potenza di seconda fascia e una media potenza militare. Nella conferenza di Locarno convocata per le tensioni franco-tedesche, l’Italia fu indicata, insieme all’Inghilterra, come garante degli accordi. Mussolini non si allontanò troppo dai tradizionali obiettivi della politica estera liberale. In Africa il fascismo operò per recuperare il controllo della Libia, per consolidare la presenza Italiana in Etiopia e per sanare i contrasti con la Francia in merito ai diritti dei coloni italiani in Tunisia. A metà degli anni ’30 gli interessi strategici di Italia e Germania non erano convergenti. Solo una Germania debole avrebbe consentito al fascismo di conquistare all’Italia una nuova egemonia economica e militare nell’Europa orientale.
L’avvento del nazismo nel 1933 fu un fattore di tensione nelle relazioni italo-tedesche. Mussolini tentò di promuovere il ” patto tra le quattro potenze” (Italia,Germania,Francia e Gran Bretagna) e di riscrivere gli equilibri internazionali. Nel 1934 però, lo spregiudicato attivismo nazista portò le relazioni italo-tedesche al collasso: l’assassinio del cancelliere austriaco Dollfuss ad opera dei nazisti locali spinse Mussolini a schierare le truppe italiane sulla linea del Brennero, avvicinandosi alla Francia. Fu l’aggressione italiana all’Etiopia del 1935 a cambiare completamente il quadro delle alleanze. Di fronte alla netta ostilità anglo-francese, Roma strinse i suoi rapporti con Berlino allontanando definitivamente l’Italia dalle potenze democratiche.

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