Ominide 42 punti

l'europa nell'età delle rivoluzioni[/centerL’Europa delle rivoluzioni (1750-1850)
L’illuminismo e la rivoluzione americana
L’illuminismo, una rivoluzione nelle idee
Nel XVIII secolo la Francia fu il centro da cui si irradiò in tutta Europa l’illuminismo, un movimento filosofico che deriva il suo nome dall’idea che la ragione deve portare la luce nelle tenebre dell’ignoranza e della superstizione, aiutando a costruire una società più giusta e più felice. Questa fiducia nella ragione umana si accompagnava all’ostilità verso tutto ciò che ricadeva nell’ambito della ragione stessa. Da qui derivò il rifiuto della religione così come la presentavano le chiese cristiane. Molti illuministi pensavano che l’esistenza di Dio fosse conforme alla ragione, ma tutti respingevano il fanatismo religioso, che spinge gli uomini a farsi guerra in nome di assurde credenze. Queste idee avevano cominciato a circolare già nel Seicento in Inghilterra, Francia e Germania. Nell’Inghilterra assolutista e ignorante degli Stuart e delle rivoluzioni, gli intellettuali avevano sostenuto che le nostre conoscenze vengono dalle esperienze che compiamo. In particolare, qui, paese superiore ad ogni altro per sviluppo economico e libertà politica, nacquero nel Settecento importanti teorie economiche. Il principale economista Adam Smith (1723-1790), che espose i principi di una teoria che prenderà il nome di “liberismo”. Secondo Smith lo stato deve lasciare la massima libertà economica ai cittadini, limitandosi ad ammaestrare il paese, a difenderlo, a far applicare le leggi.
Nella Francia di Luigi XIV, persecutore dei protestanti, si era cominciata a studiare la storia eliminando le leggende che ne distorcevano il senso e si era analizzata la Bibbia come un qualunque libro umano. Queste nuove idee significavano il rifiuto di un potere assoluto che pretendeva di derivare direttamente da Dio e perciò imporsi anche alle coscienze dei singoli. Aderire all’illuminismo voleva dire dunque proporsi di cambiare i sistemi politici, perché i governi fossero controllati nelle loro azioni. Si trattava di trasformare radicalmente la società settecentesca: non più predominio nobiliare e privilegi al clero, ma leggi uguali per tutti. L’illuminismo interpretava dunque le aspirazioni della borghesia. Sempre in Francia operavano i principali scrittori politici illuministi: il barone di Montesquieu (1698-1755) e Rousseau (1712-1778). Il primo riteneva che il governo migliore fosse la monarchia parlamentare inglese perché i tre poteri che costituiscono uno stato erano separati (dottrina della divisione dei poteri): potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Rousseau riteneva che neanche questo bastasse: tutti devono contribuire in egual misura a formare le leggi, perché la sovranità appartiene a tutto il popolo (dottrina della sovranità popolare): occorre dunque che tutti i cittadini abbiano uguali diritti politici e che ognuno accetti le leggi che la maggioranza ha approvato. A Montesquieu si ispireranno le correnti politiche liberali, a Rousseau quelle democratiche. Diffondere i Lumi: l’Enciclopedia
In Francia l’illuminismo si diffuse sia tra i nobili sia presso la borghesia: i primi avrebbero voluto ridurre il potere del re a proprio vantaggio, la seconda desiderava un peso politico pari alla propria importanza economica. Dalla Francia l’illuminismo passò in Spagna, Italia e Germania, passò poi nell’Europa Settentrionale e orientale, sino alla Russia. In Germania furono le università a farlo conoscere; in Italia fu accolto nelle accademie (associazioni private o pubbliche di intellettuali), oppure nei circoli privati in cui i nobili e grandi borghesi si ritrovavano a discutere su questioni di attualità. Le teorie illuministe venivano riportate dai giornali; venivano discusse nei caffè. L’iniziativa culturale illuminista che ebbe più risonanza fu la pubblicazione dell’Enciclopedia, cioè di un opera che si proponeva di illustrare in maniera comprensibile a tutti le conoscenze umane su ogni argomento. L’Enciclopedia venne pubblicata in 28 volumi in Francia, tra il 1751 e il 1772, sotto la direzione di Denis Diderot e Jean d’Alembert. Vi collaborarono i migliori intellettuali: Montesquieu, Rousseau, lo scrittore e polemista Voltaire, gli economisti Quesnay e Turgot, lo scienziato Buffon. Appena apparve sollevò entusiasmi e ostilità: sin dall’uscita del II Volume (1752) e poi nuovamente dopo la pubblicazione del VII (1759), l’opera fu colpita dalle condanne della chiesa e del re perché l’illuminismo rivendicava il diritto alla critica e all’opposizione. L’assolutismo illuminato e riformatore
Con l’eccezione dell’Inghilterra e dell’Olanda, la forma politica dominante nell’Europa del Settecento era la monarchia assoluta. Dopo il 1760molti governi europei intrapresero una serie di riforme politiche e sociali. Questa volontà riformistica dei sovrani assoluti che sembrava seguire le indicazioni degli illuministi, diede origine a forme di governo monarchico che sono state indicate con il nome di “dispotismo illuminato”. L’azione dei sovrani illuminati nasceva da motivazioni politiche: essi si rendevano conto che era necessario modernizzare lo stato, tassare la grande proprietà terriera per migliorare il bilancio pubblico, creare migliori condizioni per lo sviluppo economico, attenuare le più grandi ingiustizie sociali e civili. Per raggiungere questi obiettivi era necessario ridurre i privilegi della grande aristocrazia e del clero, non riuscendo ad intaccare seriamente le strutture ancora largamente feudali della società europea continentale. Federico II di Prussia e Caterina II di Russia furono i sovrani che più cercarono di presentarsi all’opinione pubblica come seguaci delle nuove idee. Entrambi diedero impulso allo sviluppo economico dei loro regni e ridussero l’influenza del clero sulla vita pubblica, a cominciare dall’istruzione, ma non intaccarono il potere della nobiltà. In Prussia infatti l’unica riforma illuministica riguardava la giustizia: la magistratura diventò indipendente dal governo e venne abolita la tortura. In altri paesi le riforme si proposero di rafforzare i sovrani indebolendo la nobiltà e la chiesa; seguirono questa strada , per periodi più o meno lunghi, Spagna, Portogallo, Napoli e Parma. Tra i sovrani illuminati si distinsero gli Asburgo d’Austria. L’imperatrice Maria Teresa (1740-1780) intraprese una serie di iniziative volte ad accrescere il proprio potere. Ancor più deciso fu suo figlio maggiore Giuseppe II, imperatore dal 1780 al 1790: egli attaccò l’autonomia delle molte province che componevano l’impero, abolì la servitù della gleba, trasformò gli ecclesiastici in impiegati dello stato, abolì i diversi ordini religiosi, introdusse il matrimonio civile e concesse la libertà religiosa ai sudditi. Anche il figlio minore di Maria Teresa, Pietro Leopoldo, granduca di toscana, rappresentò un caso esemplare di sovrano illuminato. Pietro Leopoldo riformò il Codice penale, abolendo la pena di morte, e diede forte impulso allo sviluppo agricolo e commerciale della Toscana, introducendo la libertà di scambio e uniformando il sistema doganale.

L’Italia nell’età delle riforme
Le guerre che agitarono l’Europa nei primi cinquant’anni del Settecento coinvolsero parecchi stati italiani e mutarono la situazione politica della penisola. L’Italia dunque non era più sottoposta all’egemonia di una sola grande potenza, ma subiva l’influsso austriaco e soprattutto francese, senza che questo si trasformasse in un predominio. Crebbe d’importanza, nella seconda metà del Settecento, il ducato di Savoia. I duchi di Savoia, alleandosi alternativamente a Francia e Austria, riuscirono ad estendere i loro domini sino al Ticino e a divenire re di Sardegna. Tra il 1748 e il 1796 l’Italia attraversò un periodo di pace e le regioni governate da dinastie straniere conobbero iniziative di riforma. I sovrani borbonici di Napoli e Parma intrapresero politiche volte a ridurre il peso della nobiltà e del clero. Le riforme tuttavia furono ostacolate con successo dalle forze conservatrici. A Napoli il ministro Bernardo Tanucci fu costretto a dimettersi dopo aver tentato di ridurre il potere dei grandi baroni, proprietari di estesi feudi. Nella Lombardia e nella Toscana asburgiche, come abbiamo visto, le riforme furono ancora più audaci, perché i governi inaugurarono politiche per stimolare lo sviluppo economico. Questo nuovo slancio le consentì di divenire uno dei centri dell’illuminismo europeo. Le riforme asburgiche erano sostenute da un gruppo di intellettuali che a Milano pubblicarono il giornale “il caffè”: tra questi, i principali furono Pietro Verri, sostenitore del liberismo economico, e Cesare Beccaria, che nel 1764 pubblicò il trattato Dei delitti e delle pene. L’opera proponeva importanti riforme nella giustizia penale e ottenne grande risonanza in Europa. Un secondo gruppo illuminista accompagnò a Napoli le riforme del re Carlo III: tra i suoi membri più notevoli furono Gaetano Filangieri, giurista di fama internazionale, e Antonio Genovesi, per il quale nel 1754 l’università di Napoli istituì la prima cattedra di economia fondata in Europa. Venezia fu un grande centro editoriale e, ben presto, giornalistico; a Modena, nella prima metà dl secolo, l’abate Ludovico Antonio Muratori iniziò un imponente lavoro di studi e pubblicazioni sulla storia d’Italia; in ogni parte del paese sorsero accademie e centri di studio.

La Rivoluzione Americana
A conclusione della guerra dei Sette anni nel 1763 le colonie francesi del Nord America vennero spartite tra Gran Bretagna e Spagna. Gli abitanti delle 13 colonie inglesi più antiche, tuttavia, non furono soddisfatti dei risultati ottenuti. La popolazione era in continuo aumento a causa dell’elevata emigrazione dalle isole britanniche; desiderava quindi nuove terre da abitare e la possibilità di sviluppare liberamente le proprie attività economiche. Il governo inglese intendeva mantenere i suoi possedimenti economicamente dipendenti dalla madrepatria. Tale politica era sgradita alle colonie settentrionali che stavano sviluppando un’industria concorrenziale a quella inglese; e così pure a quelle meridionali. Tutte le colonie erano unite nel rifiutare le nuove tasse imposte da Londra e il divieto per i coloni di spingersi verso ovest. Lo scontro tra Gran Bretagna e coloni americani appariva sempre più inevitabile. Per impedirlo il governo britannico vietò alle tredici colonie di avere contatti reciproci. Tra i coloni si manifestarono allora due tendenze politiche. I più moderati chiesero che le colonie potessero eleggere loro deputati al parlamento inglese. I radicali invece volevano l’indipendenza della Gran Bretagna. Le colonie iniziarono col darsi un’organizzazione comune. Ognuna di esse aveva un’assemblea elettiva per deliberare sulle questioni d’interesse locale; a partire dal 1774 esse inviarono delegati che si riunirono in congresso per decidere una politica comune verso la Gran Bretagna. Il 4 luglio 1776, riuniti in congresso a Filadelfia, i coloni pubblicarono una Dichiarazione d’indipendenza in cui si proclamava che tutti gli uomini hanno eguali diritti a vivere, a essere liberi e felici, a resistere alle sopraffazioni; contemporaneamente tutte le colonie adottarono costituzioni in cui venivano separati i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Il conflitto militare con l’Inghilterra divenne inevitabile. Nel 1778 entrarono in guerra Francia, poi la Spagna e le Province unite, per indebolire la Gran Bretagna nel Nord America e sul mare; infine, tutte le maggiori potenze rifiutarono il divieto inglese di commerciare con le colonie. Il sostegno internazionale facilitò la vittoria dei coloni: nel 1783 la Gran Bretagna riconobbe l’indipendenza degli Stati Uniti d’America.

L’organizzazione degli Stati Uniti d’America
Ottenuta l’indipendenza , gli Stati Uniti d’America si organizzarono come repubblica federale. Le uniche distinzioni tra i cittadini erano dunque quelle basate sulla ricchezza, che ispirava direttamente i programmi politici. Gli Stati del Sud, meno popolati e ricchi, erano diretti da grandi proprietari terrieri, che facevano coltivare le loro piantagioni a schiavi africani; quelli del Nord erano guidati da una grande borghesia di banchieri, mercanti, industriali. Tra Nord e Sud esistevano diverse opinioni su quale tipo di stato costruire, raggiunta l’indipendenza. I borghesi del Nord avrebbero voluto costruire un immenso stato unitario; gli agrari del Sud desideravano invece che i singoli stati mantenessero una larghissima autonomia. Dopo la vittoria della guerra d’indipendenza, agrari del sud e borghesi del nord si accordarono per stendere una nuova costituzione , che prevedesse un potere centrale più forte, sia per garantire la sicurezza di ciascuna colonia rispetto all’esterno, sia per tenere sotto controllo i ceti più poveri che minacciavano di ribellarsi contro le imposte istituite per pagare le spese delle guerra. Nel 1787 fu dunque emanata una nuova costituzione, ancora oggi in vigore: gli Stati Uniti divennero una repubblica federale presidenziale. Il congresso eleggeva il presidente, che era capo dello stato e del governo ed esercitava il potere esecutivo: una Corte suprema poteva annullare le leggi in contrasto con la costituzione. La nuova nazione americana iniziò immediatamente la propria espansione verso Ovest, ricco di risorse e abitato solo dagli amerindi. Con l’espansione verso Ovest, iniziò anche quel conflitto con gli amerindi, comunemente noti come indiani, che nel giro di ottant’anni avrebbe portato alla scomparsa delle popolazioni indigene. Nel 1791 iniziò la prima guerra indiana; 15 anni dopo, a est del Mississippi vivevano ancora solo cinque popoli amerindi.

La rivoluzione francese e Napoleone
La crisi economica e politica della Francia assolutista
La Francia era nella seconda metà del Settecento, una nazione ricca e potente ma attraversata da numerose contraddizioni. La Francia era uscita fortemente provata dalle guerre del Settecento essendo stata sconfitta dalla Gran Bretagna nella competizione per il controllo del commercio mondiale, mentre Austria e Prussia si erano rafforzati. Contemporaneamente, il governo aveva dovuto indebitarsi per affrontare le grandi spese che le guerre avevano portato. L’aumento delle imposte e l’aumento dei prezzi colpirono i francesi e provocarono risentimento contro il governo assoluto del re. La crisi economica danneggiava invece la grande borghesia, che aveva acquistato ricchezza e importanza durante il regno di Luigi XVI e si vedeva ora colpita nelle sue attività più redditizie. Ancor peggio stavano altri gruppi sociali: i piccoli proprietari terrieri; gli operai delle fabbriche e gli artigiani; i contadini e infine i braccianti. Inoltre le tassazione statali sui generi di largo consumo quali il sale accresceva ancor più i prezzi degli alimenti; nelle campagne, poi i contadini erano ulteriormente impoveriti per i loro obblighi verso i nobili. In tale situazione, nacque una doppia opposizione all’assolutismo regio. La nobiltà e il clero temendo di perdere i propri privilegi, si opposero a qualunque tentativo di riforma fiscale ed economica. La borghesia rivendicava invece leggi uguali per tutti, che abolissero i privilegi degli avvocati e voleva riforme in campo economico, come l’abolizione delle antiche corporazioni, che controllavano rigidamente la produzione, l’assunzione di manodopera, i prezzi ostacolando la libera iniziativa economica. In questa situazione, ebbero larga diffusione le idee dell’illuminismo. La situazione precipitò quando Luigi XVI (1774-1792) per arginare l’enorme deficit del bilancio pubblico e rafforzare la monarchia cercò di stabilire una nuova imposta sulla terra; la nobiltà si oppose e costrinse il sovrano a convocare gli Stati generali (1789), cioè l’assemblea dei rappresentanti dei tre ordini in cui era divisa la società francese; la nobiltà il clero (primo e secondo stato) e il terzo stato. Il terzo stato raccoglieva la stragrande maggioranza della popolazione e comprendeva le più diverse figure sociali, dal ricco commerciante all’avvocato al piccolo contadino.

14 luglio 1789: la caduta dell’assolutismo francese
Nel maggio 1789 a Versailles, presso la corte del re, si aprirono gli stati generali. Questa assemblea anticamente aveva il diritto di approvare le imposte, ma dal 1614 al 1789 i sovrani assoluti avevano governato senza consultarla. Erano stati i nobili a costringere il re a convocare gli stati generali; ma furono i deputati del terzo stato, in particolare i rappresentanti della grande borghesia e i professionisti, a prendere la guida dell’assemblea. Per mesi essi avevano condotto nel paese un’intensa propaganda, ostile al clero e alla nobiltà. Quando si aprirono gli Stati generali, i deputati borghesi si autoproclamarono Assemblea Nazionale Costituente, in rappresentanza dell’intera nazione, e giurarono di non sciogliersi sino a che non fosse stata votata una costituzione che ricostruisse lo stato. L’obiettivo del terzo Stato era eliminare i privilegi feudali e la riforma. Ma quando il re manifestò il proposito di sciogliere l’assemblea con la forza, il popolo di Parigi si armò e scese nelle piazze. Il 14 luglio 1789venne conquistata e distrutta la Bastiglia, il carcere in cui venivano rinchiusi i detenuti politici, simbolo dell’assolutismo. I ceti inferiori sostennero dunque contro il re e i nobili l’Assemblea costituente; essa iniziò allora ad emanare leggi che trasformavano profondamente la società francese: vennero soppressi tutti i privilegi feudali e tutti quelli di nascita e di ceto: venne stesa una Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che garantiva a tutti la libertà personale e l’uguaglianza di fronte alla legge. Per pagare i debiti dello stato, i beni del re e del clero vennero sequestrati e venduti; gli ecclesiastici furono trasformati in funzionari retribuiti dallo stato; le corporazioni furono soppresse. Nel 1791 venne infine emanata la costituzione. La Francia divenne una monarchia parlamentare: il potere di fare le leggi spettava ad un’Assemblea legislativa, eletta da un corpo elettorale limitato in base al censo. Questa prima fase della rivoluzione è stata definita MONARCHICO-COSTITUZIONALE, perché fu caratterizzata dal mantenimento della monarchia di Luigi XVI, moderata dalla costituzione elaborata dall’Assemblea nazionale costituente. Lo stato costruito dalla costituzione del 1791 era dominato dalla grande borghesia. Molti nobili scapparono all’estero cercarono di spingere i paesi europei ad attaccare la Francia per restaurare l’assolutismo; la maggior parte del clero rifiutò di accettare le riforme. I contadini poveri erano insoddisfatti perché i medi e i grandi proprietari terrieri si erano accaparrati quasi tutte le terre del clero messe in vendita. All’interno dell’Assemblea legislativa eletta nel 1791 si organizzarono alcuni gruppi politici: un piccolo gruppo di monarchici (i foglianti), una maggioranza della grande borghesia mercantile (i girondini), che rappresentavano la piccola borghesia e i ceti inferiori. All’inizio del 1792 i girondini imposero di fare guerra all’Austria e alla Prussia. Essi speravano in tal modo di unire tutto il regno nella lotta contro gli stranieri, di stimolare l’economia e di consolidare la rivoluzione. I giacobini erano contrari, perché temevano che una sconfitta portasse al ritorno della monarchia assoluta; Luigi XVI per lo stesso motivo era invece favorevole. Ben presto però la Francia si trovò accerchiata dagli eserciti austriaco e prussiano, mentre il re appariva d’accordo con il nemico e il governo incapace di reagire. Allora una nuova rivolta dei ceti popolari (10 agosto 1792) obbligò l’Assemblea a sospendere il re e a dare incarico a deputati eletti questa volta da tutti i francesi, di stendere una nuova costituzione. Si aprì così una seconda fase della rivoluzione.

La Francia repubblicana e il periodo del Terrore
La guida della seconda fase della rivoluzione fu assunta dalla piccola borghesia con il sostegno dei ceti popolari urbani. Queste forze sociali, rappresentate politicamente dai giacobini, erano decise ad impedire a tutti i costi il ripristino della monarchia. Migliaia di volontari si arruolarono nell’esercito e riuscirono a fermare le truppe austro-prussiane nella battaglia di Valmy (settembre 1792); contemporaneamente venne eletta a suffragio universale la Convezione, una nuova assemblea che aveva il compito di dirigere la nuova costituzione e intanto di governare il paese. La Convezione proclamò la repubblica; il re Luigi XVI fu processato per tradimento e ghigliottinato. Oltre al pericolo esterno, costituito della coalizione europea antifrancese, la Francia doveva fronteggiare una grave crisi interna: la guerra, le difficoltà di approvvigionamento, avevano provocato una forte inflazione, esasperando i ceti più poveri; in diverse aree del paese, per esempio nella Vandea, si verificarono rivolte dei contadini, che si ribellavano alla leva. I giacobini allora, con il sostegno armato dei rivoluzionari di Parigi rovesciarono i girondini all’interno della Convezione e assunsero di fatto il potere. Per salvare la rivoluzione essi ricorsero a mezzi drastici: fu costituito un Comitato di salute pubblica, che governava la Francia in maniera dittatoriale; venne istituito un tribunale rivoluzionario che poteva condannare a morte chi era anche solo sospettato di essere nemico della rivoluzione. Nel 1793 venne emanata la nuova costituzione, decisamente democratica; tutti i cittadini avevano il diritto di voto; le leggi principali dovevano essere sottoposte a referendum dopo l’approvazione; tra i diritti degli uomini vennero indicati anche il lavoro, l’assistenza, l’istruzione. Maximilien Robespierre, il principale esponente del Comitato era un deciso difensore della rivoluzione e governò con la politica detta del Terrore. Schiacciò spietatamente monarchici e ribelli attraverso i processi politici; si occupò degli arruolamenti, del rifornimento dell’esercito e della direzione della guerra; cercò di controllare l’economia; impedì a commercianti e industriali senza scrupoli di arricchirsi rubando sulle merci procurate alle truppe. La dittatura giacobina riuscì a soffocare le rivolte interne e a respingere i tentativi di invasione; le armate francesi iniziarono poi a “esportare” la rivoluzione: conquistarono i Paesi Bassi austriaci e le Province Unite che, con il nome di Repubblica Batava, divennero uno stato subordinato alla Francia. Robespierre era rimasto tuttavia sempre più isolato: dapprima aveva fatto giustiziare i giacobini più estremisti (“arrabbiati”), che minacciavano una nuova rivolta popolare per imporre una politica più radicale; poi aveva eliminato i giacobini moderati (“indulgenti”), favorevoli all’accordo con la grande borghesia. Quando la Francia sembrò al sicuro dalla minaccia esterna, la dittatura giacobina perse rapidamente ogni consenso: il 27 luglio 1794 (9 termidoro, secondo il nuovo calendario introdotto dai rivoluzionari) i deputati della Convezione arrestarono e giustiziarono Robespierre e i suoi collaboratori. Il Terrore e la repubblica giacobina erano finiti.

Napoleone Bonaparte chiede l’epoca delle rivoluzioni
Il colpo di stato del 9 termidoro 1794era stato organizzato dalla media e grande borghesia, intenzionata a riprendere saldamente in mano la guida della Francia rivoluzionaria. Nel 1795 venne elaborata una nuova costituzione: questa prevedeva un governo di 5 membri, il Direttorio, e un potere legislativo affidato a due consigli eletti dai cittadini più ricchi. In realtà la corruzione degli uomini politici, la crisi economica, l’inflazione, le carestie e la guerra accrebbero le tensioni sociali che spesso sfociarono in rivolte. Anche se queste rivolte vennero soffocate, il Direttorio si trovò sempre minacciato dai ceti medio-bassi e dai nostalgici della monarchia. L’esercito era stato il frutto più riuscito della rivoluzione, si trattava di un esercito di tipo nuovo, assai migliore di quelli dell’epoca. I francesi sentivano di combattere per salvare la libertà che si erano conquistati, e non per gli interessi di un sovrano. Inoltre la conquista di un territorio nemico significava poter prelevare ricchezze utili alla Francia, in un momento di gravi difficoltà economiche. Dunque il dovere di ogni cittadino era combattere per difendere la patria: la Francia istituì perciò il servizio di leva per tutti. Nel 1796 i francesi progettarono di attaccare l’Austria invadendo la Germania e l’Italia. Il fronte italiano, meno importante, fu affidato a Napoleone Bonaparte, un generale corso di appena 27 anni. Bonaparte si rivelò un comandante eccezionale e un politico spregiudicato: in pochi mesi conquistò tutta l’Italia Settentrionale e nel 1797, concluse alcuni trattati di pace con l’Austria che rafforzarono enormemente la Francia. Questa ottenne i Paesi Bassi austriaci, l’Italia Settentrionale e alcuni territori in Germania e lasciò all’Austria la repubblica di Venezia. In Italia Bonaparte costituì alcuni stati dipendenti dai francesi: le Repubbliche ligure, cisalpina e più tardi, romana e partenopea. Anche la Svizzera, trasformata in Repubblica Elvetica, seguì la stessa sorte. Bonaparte aveva condotto la guerra e la pace con l’Austria senza curarsi del Direttorio. All’inizio del 1798 la Francia si trovava circondata da una fascia di paesi che le erano soggetti e le procuravano denaro, rifornimenti, ma anche alleati, perché i francesi vi crearono regimi dominati dai borghesi , del tutto simili a quelli del Direttorio. Bonaparte ottenne dal Direttorio la possibilità di estendere la guerra: organizzò una spedizione in Egitto per farne una base da cui minacciare l’India, la principale colonia inglese, ma la spedizione fallì. I principali paesi europei, allora, preoccupati dall’espansionismo francese, si allearono e riuscirono a sconfiggere gli eserciti della repubblica. La situazione era estremamente difficile: la stessa Francia repubblicana era in pericolo. A questo punto Bonaparte fuggì dall’Egitto, tornò in Francia e organizzò un colpo di stato militare, che gli diede il potere (9 novembre 1799, 18 brumaio secondo il calendario rivoluzionario). L’epoca della rivoluzione francese era finita.

Le riforme di Napoleone e si suoi progetti di espansione
Impadronirsi del potere, Bonaparte modificò radicalmente le istituzioni. Dapprima concentrò i poteri dello stato nelle mani di tre consoli, uno dei quali (lui stesso) durava in carica dieci anni e aveva il compito di proporre le leggi e nominare i giudici, ufficiali e funzionari; in seguito si fece console a vita e infine nel 1804, imperatore. La democrazia scomparve dalla Francia: Napoleone era sostenuto dall’esercito e ben presto, lo fu anche da tutti i borghesi, dal clero e dai nobili. Napoleone stipulò infatti con il papa Pio VII un concordato che poneva fine alle persecuzioni cui la chiesa era stata sottoposta nel periodo rivoluzionario; inoltre richiamò in patria i nobili emigrati. Creò poi un’amministrazione statale fortemente accentrata: in ogni parte del paese inviò prefetti che governavano applicando fedelmente le sue direttive; una polizia e una censura onnipresenti impedivano ogni forma di opposizione . la libertà portata dalla rivoluzione fu soppressa, ma la Francia aveva ora un’amministrazione particolarmente efficiente: i funzionari, che facevano carriera per meriti , erano fedeli al governo e un sistema di scuole statali provvedeva a prepararli. Ma la principale realizzazione di Napoleone fu il Codice civile (1804), una raccolta di leggi finalizzate a regolare i rapporti con i cittadini . il Codice Napoleonico tradusse in legge alcune delle più importanti conquiste della rivoluzione, come l’abolizione dei privilegi feudali, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, l’istruzione laica, la libertà religiosa e la libertà di lavoro. Nel campo del diritto di famiglia, il Codice rappresentò un arretramento rispetto alla legislazione del periodo rivoluzionario: Napoleone, infatti, volle fare della famiglia il pilastro della società. Perciò il Codice affermò il ruolo del padre e del marito come detentori del potere nella famiglia e stabilì l’inferiorità della donna. Il divorzio venne mantenuto anche se con alcune limitazione. Bonaparte risolse ben presto anche le difficoltà militari del Direttorio: in pochi mesi riconquistò l’Italia e sciolse l’alleanza antifrancese. Le vittorie militari, l’ordine interno e l’efficienza amministrativa favorirono la ripresa economica. Nel 1802 Bonaparte ripristinò la schiavitù nelle colonie, che era stata soppressa durante il periodo rivoluzionario.

L’impero napoleonico e l’Europa
Proclamato l’imperatore nel 1804 col nome di Napoleone I, Bonaparte usò la forza militare della Francia per sconfiggere le principali potenze dell’Europa continentale. La sua superiorità militare gli consentì di sottomettere regioni sempre più vaste. Tra il 1805 e il 1812 annientò l’Austria e la Prussia; occupò Portogallo e Spagna, estese la presenza francese in Italia e annetté i Paesi Bassi. La Francia imperiale diventò così padrona di tutta l’Europa continentale; a essi vanno aggiunti gli stati governati da parenti di Napoleone, gli altri paesi strettamente dipendenti dalla Francia e, infine quelli sconfitti e obbligati a sottostare alla volontà dell’imperatore dei francesi. In tutta l’area in cui si estendeva l’influenza francese vennero adottate istituzioni simili a quelle della Francia. Conquistata l’Europa, Napoleone attuò il suo progetto di condurre con la Gran Bretagna una guerra economica escludendo i suoi prodotti dal mercato europeo; egli decretò cioè il blocco continentale: nel 1806 vietò ai paesi sotto influenza francese di commerciare con gli inglesi. La manovra ebbe un successo parziale: l’industria inglese entrò in crisi ma il governo britannico reagì intensificando il commercio con gli altri continenti, finanziando gli stati ostili a Napoleone, sbarcando truppe a sostenere le rivolte antifrancesi in Portogallo e in Spagna. Nel 1812 Napoleone invase la Russia per rafforzare il blocco continentale. Questa decisione si rivelò un errore. I russi lasciarono penetrare gli invasori nel loro immenso territorio e impedirono loro di rifornirsi . Napoleone fu costretto a riportare indietro un esercito decimato e affamato. Questa sconfitta e il sostegno britannico spinsero Austria e Prussia a ribellarsi all’egemonia francese: si formò così una nuova coalizione antifrancese formata da Austria, Prussia, Russia e Inghilterra. Nel 1813 inoltre i francesi dovettero abbandonare la Spagna, dove la popolazione non si era mai rassegnata alla dominazione napoleonica. Il dominio francese aveva ormai risvegliato negli altri popoli il desiderio dell’indipendenza nazionale. Le potenze coalizzate ottennero ripetuti successi: quando nel 1814 la Francia venne invasa e anche Parigi cadde, l’opinione pubblica abbandonò Napoleone, che dovette abdicare. In Francia fu restaurata la monarchia borbonica e la corona venne conferita a Luigi XVIII. Napoleone fu esiliato nell’isola d’Elba, da dove fuggì nel 1815 per tentare la riconquista del potere. Ma a Waterloo, nel Belgio, il 18 giugno 1815 subì la definitiva sconfitta da parte delle truppe della coalizione. Fu così confinato nella sperduta isola atlantica di Sant’Elena dove morì il 5 maggio nel 1821.

L’età napoleonica in Italia
Alla fine del Settecento, l’Italia era divisa in numerosi stati regionali. In seguito alle vittorie militari, alcuni territori, per esempio il Piemonte, furono annessi direttamente allo stato francese. In altri casi, come già accennato, Napoleone creò delle repubbliche formalmente indipendenti, rette da assemblee elettive, ma in realtà strettamente controllate dal governo di Parigi. Tra il 1797 e il 1799 nacquero così la Repubblica cisalpina (comprendente Lombardia ed Emilia), la Repubblica romana (Lazio, Umbria, Marche) e la Repubblica Partenopea (i territori del regno di Napoli esclusi la Sicilia, rimasta nelle mani dei Borbone). Quando nel 1799 le truppe francesi furono momentaneamente sconfitte degli eserciti austriaci e russi, gli stati sostenuti dai francesi crollarono. La riscossa napoleonica, però, già l’anno successivo riportò al potere governi filofrancesi. Nel 1802 la Repubblica italiana e nel 1805, dopo che Napoleone si fece proclamare imperatore, in Regno d’Italia. Intorno al 1805 l’intera penisola era sotto il dominio napoleonico. Alcune regioni divennero dipartimenti dello stato francese; Lombardia, Emilia, Veneto e Marche formavano il Regno d’Italia, tutto il Sud, esclusa la Sicilia, fu compreso nel Regno Di Napoli. Sovrano dei due regni era Napoleone stesso, che governava attraverso i viceré: suo figlio adottivo Eugenio di Beauharnais nelle regioni centro-settentrionali, suo fratello Giuseppe e poi Gioacchino Murat al sud. Questo aspetto politico durò fino alla sconfitta e all’esilio del Bonaparte. Dal punto di vista politico, i governi repubblicani , costituivano una novità assoluta per molte parti d’Italia. Venivano allontanati dal governo quei ceti che tradizionalmente reggevano i piccoli stati monarchici italiani. Al loro posto si formò una classe politica di origine borghese. Dal punto di vista economico, la formazione di stati di maggiori dimensioni, e con leggi nel complesso uniformi, rese più facili gli scambi commerciali. Di positivo ci fu che l’Italia entrò a far parte di un grande mercato europeo, che coincideva con i paesi sottomessi al dominio napoleonico. Utile fu l’unificazione dei pesi e delle misure e l’abolizione o la limitazione dei dazi doganali fra una zona e l’altra dell’Italia. Un catasto moderno, cioè un censimento della proprietà terriera, garantì una più equa tassazione dei possedimenti agricoli. Particolarmente importanti furono alcune innovazioni sociali che ebbero effetti anche sull’economia. Quello che restava del feudalesimo fu abolito. Le ampie proprietà terriere elle mani del clero furono espropriate. Nel mezzogiorno si iniziarono a ripartire le grandi proprietà agricole nobiliari, i latifondi, gestite in maniera tradizionale e poco efficiente. Sul piano sociale, l’introduzione della legislazione civile francese (Codice Napoleonico) costituì un passo in avanti verso la creazione di uno stato moderno che garantisse l’uguaglianza dei diritti fra tutti i cittadini. Il dominio napoleonico non introdusse, come molti avevano sperato, la libertà, ma rappresentò un notevole progresso, che in alcuni stati italiani ebbe conseguenze durature.

La Rivoluzione industriale
Gli storici utilizzano il termine rivoluzione per indicare il verificarsi di trasformazioni rapide. In questo periodo, una rivoluzione economica di grande importanza fu la rivoluzione industriale che ebbe luogo in Inghilterra tra gli ultimi decenni del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento. Sin qui l’economia era essenzialmente agricola. Con la rivoluzione industriale, invece si sviluppa rapidamente un settore nuovo: l’industria (la trasformazione delle materie prime per produrre beni di ogni tipo). Con l’industrializzazione nasce anche un nuovo tipo di lavoratore: l’operaio, che svolge il suo lavoro all’interno di una fabbrica. Proprietario della fabbrica è il capitalista, cioè colui che impiega il proprio capitale. C’è ancora un altro cambiamento importante che la rivoluzione industriale ha provocato: riguarda la destinazione della produzione. In questo momento si comincia a produrre solo ed esclusivamente per il mercato e per le sue esigenze. Dal punto di vista economico, questo vuol dire che la rivoluzione industriale ha trasformato tutte le persone in consumatori. Perché la rivoluzione industriale avvenne proprio in Inghilterra? Perché proprio alla fine del Settecento? Prima di tutto devono esserci capitali da investire; occorre poi che le materie prime fondamentali e le fonti di energia per far muovere le macchine siano a buon mercato. Lo stesso vale per la forza-lavoro. Sono questi i fattori della produzione, cioè la risorse indispensabili per produrre dei beni. Ma anche questo non è sufficiente, perché i prodotti devono essere venduti. Ciò richiede la presenza e l’efficienza di mezzi di trasporto e vie di comunicazione per portare le merci a destinazione. Occorre inoltre che la domanda da parte degli acquirenti sia sufficiente per assorbire l’offerta cioè i beni prodotti dalle imprese a un determinato prezzo. In Inghilterra, alla fine del Settecento, esisteva la maggior parte di queste condizioni. Il mercato interno inglese era ampio. Ma l’Inghilterra era anche una grande potenza commerciale e coloniale, in grado di esportare i suoi prodotti in tutto il mondo (mercato internazionale). Un ultimo elemento ebbe un’importanza fondamentale nella rivoluzione industriale: le macchine. La rivoluzione industriale fu anche una grande rivoluzione tecnologica: le più importanti macchine furono il telaio meccanico e la macchina a vapore. In Inghilterra la rivoluzione industriale prese avvio dal settore tessile. All’interno di questo settore si era già da tempo sviluppata l’industria laniera, organizzata soprattutto con il sistema del lavoro a domicilio. Ma i cambiamenti rivoluzionari avvennero nella produzione di filati e di tessuti di cotone che costava molto meno della lana ed era più resistente. Aveva quindi un mercato più vasto. Ma nessun decollo industriale può avvenire in un solo settore. Infatti si svilupparono contemporaneamente i settori siderurgico ed estrattivo. Si aprì un problema poiché il ferro veniva inizialmente prodotto in altiforni alimentati a legna, che era però disponibile in quantità limitata. Si cercò quindi di utilizzare anche nell’industria il carbon fossile che già veniva impiegato per il riscaldamento. La soluzione fu trovata con la macchina a vapore, che fu brevettata nel 1775 da James Watt. L’applicazione più rivoluzionaria della macchina a vapore fu la ferrovia. Con la ferrovia incominciò la seconda fase della rivoluzione industriale. Nel 1814, il minatore George Stephenson inventò la prima locomotiva, applicando la macchina a vapore a un grosso carrello da miniera. Nel 1825 il Locomotion n.1 fece il suo primo viaggio “ufficiale”. Si può dire che con la ferrovia nasca la società industriale moderna.

La nascita del movimento operaio e socialista
Nata in Inghilterra, la rivoluzione industriale si diffuse nei primi decenni dell’Ottocento negli altri paesi europei. All’inizio dell’Ottocento, emersero le grandi conseguenze sociali della rivoluzione industriale. La rivoluzione industriale ebbe enormi costi umani. Le condizioni di lavoro e di vita degli operai erano durissime. Donne e bambini venivano sfruttati in misura anche maggiore dei lavoratori adulti. A tutto questo si aggiungevano gli effetti negativi di un’urbanizzazione accelerata e caotica. In un primo momento la protesta degli operai inglesi prese di mira le macchine. Si verificarono episodi di distruzione di macchine operate da gruppi di lavoratori, in genere ex artigiani, che vedevano in esse la causa dei bassi salari e della precarietà del posto di lavoro. I lavoratori che parteciparono a questo tipo di rivolte vennero chiamati luddisti. Ma ben presto gli operai individuarono altri obiettivi di lotta: aumento dei salari, diminuzione del lavoro, diritto di associarsi per difendere i propri interessi. Si crearono così le prime associazioni di mestiere, i primi sindacati (in Inghilterra chiamati Trade Unions). L’atteggiamento dei governi e delle classi dominanti verso il nascente movimento operaio fu, per lungo tempo, duramente repressivo. Fin dal 1799 il parlamento inglese aveva emanato una legge che proibiva ai lavoratori di associarsi. Nonostante questo, il movimento sindacale ottenne le prime conquiste: il diritto di associarsi (1825), una maggiore tutela del lavoro femminile e minorile (1831), la giornata di lavoro di dodici ore. Alle rivendicazioni sindacali si intrecciavano però anche le richieste politiche. I cartisti, così chiamati perché si basavano su un documento rivendicativo detto Carta del Popolo, presentarono nel 1838 una petizione in parlamento inglese, chiedendo giustizia fiscale e il suffragio universale. La petizione fu respinta. Ma soprattutto man mano che la classe operai cresceva di importanza economica e prendeva coscienza dei propri diritti, si diffondevano al suo interno e nella società i movimenti socialisti. Aveva sostituito allo sfruttamento feudale un nuovo sfruttamento. La società continuava ad essere governata da una minoranza di ricchi e non dalla classe più numerosa e più povera, come disse uno dei primi socialisti, il francese Saint-Simon. Era necessario, pensavano i socialisti, che gli operai si unissero e lottassero non solo per ottenere migliori condizioni di lavoro e di vita, ma per realizzare una società più giusta basata sull’eguaglianza economica e sociale. Il francese Charles Fourier credeva che si dovesse abolire la proprietà privata, creando invece delle comunità di lavoro e di vita, chiamate falansteri, in cui i frutti del lavoro venissero messi in comune e tutti svolgessero a rotazione vari compiti. Un altro dei primi socialisti, l’inglese Robert Owen, era un industriale tessile il quale dimostrò che la sua fabbrica funzionava meglio se veniva organizzata e gestita dagli operai. Owen pensava che si dovesse abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione, sostituendola con cooperative. Una tesi abbastanza simile fu sostenuta in Francia da Proudhon, un artigiano il quale arrivò a sostenere in un solo libro la sua tesi che la proprietà è un furto perché dando a pochi il monopolio dei mezzi di produzione, permette loro di sfruttare il lavoro di molti. Questo primo socialismo viene solidamente definito utopistico, perché denuncia dei mali sociali senza indicare soluzioni concretamente realizzabili.

Restaurazione e rivoluzioni
Il progetto politico della Restaurazione
Il congresso di Vienna, dove nel 1814-1815si riunivano le potenze che avevano sconfitto Napoleone, aveva di fronte a sé un compito difficile: costruire un nuovo equilibrio europeo dopo gli sconvolgimenti portati dalla rivoluzione francese e dalle conquiste napoleoniche. Nel corso di estenuanti trattative, i diplomatici delle potenze europee cercarono di applicare due principi fondamentali: il principio di equilibrio e il principio di legittimità. Per questo, la fase storica inaugurata dal congresso di Vienna ha preso il nome di Restaurazione, cioè di ritorno all’antico. La Restaurazione riguardò in primo luogo la Francia, dove sul trono tornò la dinastia dei Borbone, con Luigi XVIII. La Francia benché sconfitta, fu ammessa al congresso di Vienna. Essa venne ricondotta ai confini del 1792, ma al tempo stesso circondata da nuove entità statali rafforzate. Venne così costituito un regno dei Paesi Bassi che unificava Olanda, Belgio e Lussemburgo; il Piemonte recuperò la Savoia e annesse Genova e la Liguria; la Prussia, che si era ingrandita inglobando la Sassonia settentrionale. Al posto dell’ex Sacro Romano Impero, disciolto da Napoleone, venne creata al centro dell’Europa la Confederazione Germanica, composta da 39 stati. L’Austria emersa grazie anche all’abilità del primo ministro Metternich come perno del nuovo ordine europeo, ottenne la presidenza della Confederazione germanica e un controllo quasi totale d’Italia. Venezia fu inserita nel nuovo regno del Lombardo-Veneto, che apparteneva direttamente all’Austria. Il ducato di Parma e Piacenza, quello di Modena e il granducato di Toscana caddero di fatto nell’area di influenza austriaca. L’Austria mantenne una forte influenza anche sullo stato pontificio, ricostruito per Papa Pio VII, e sul regno delle Due Sicilie, Tornato a Ferdinando I di Borbone. Rassicurata dal ritorno dell’ordine e dell’equilibrio in Europa, l’Inghilterra puntò soprattutto ad ampliare il proprio ruolo coloniale. Il congresso di Vienna segnò sul continente europeo la supremazia dell’Austria, della Prussia e della Russia. Lo zar Alessandro I si fece promotore di un accordo che prese il nome di Santa Alleanza e che vide subito l’adesione dell’imperatore austriaco Francesco II e del re di Prussia Federico Guglielmo III. I sovrani cristiani si impegnavano a contrastare le idee liberali, considerate nemiche della religione e dell’ordine costituito. Era nata una organizzazione politica della Restaurazione. Anche le innovazioni introdotte con il Codice civile napoleonico furono in parte cancellate; nella Spagna di Ferdinando VII si giunse a reintrodurre l’Inquisizione e nello stato pontificio si tornò a rinchiudere gli ebrei nel ghetto. Fece eccezione l’Inghilterra, che rifiutò di entrare nella Santa Alleanza e mantenne le istituzione parlamentari che ne facevano la nazione più progredire sul piano politico.

Nazione e libertà: l’opposizione alla Restaurazione
Troppe cose erano cambiate in Europa perché si potesse ritornare all’Antico regime: le idee di libertà, uguaglianza, indipendenza erano circolate ovunque; la dominazione napoleonica aveva trasformato in modo irreversibile istituzione e rapporti sociali; infine, il progressivo diffondersi dell’industrializzazione trasformava l’economia e la società, dava forza alla borghesia e al proletariato e alle idee liberali e socialiste. Napoleone aveva avviato in Italia, Germania e Polonia la costituzione di stati unitari, che però erano stati subordinati agli interessi dell’impero francese. Questi stessi paesi si ritrovarono a dover affrontare da capo il problema della loro unità e indipendenza. La Germania era frammentata; l’Italia era formata da più stati di diversa entità. La Polonia era spartita tra Russia, Prussia e Austria. A essi si aggiungevano l’Irlanda, unita forzatamente alla Gran Bretagna e sfruttata economicamente malgrado forti sentimenti antinglesi della popolazione cattolica; il Belgio, costretto a convivere con la sua rivale tradizionale, l’Olanda; la Grecia, sottomessa all’impero turco. In tutte queste nazioni il sentimento patriottico e nazionale si diffuse e conquistò strati sempre più ampi di popolazione. L’unità nazionale fu il tema centrale del più importante movimento culturale europeo della prima metà dell’Ottocento: il Romanticismo. Esso fu un movimento essenzialmente letterario, ma ebbe una notevole rilevanza anche sul piano filosofico e politico. Il Romanticismo nacque in contrapposizione al razionalismo illuminato, cioè all’idea illuminista che la ragione fosse il fondamento principale dell’agire umano. Contrariamente agli illuministi, per i quali la ragione rende tutti gli uomini uguali i romantici sostenevano che il sentimento contraddistingue ogni uomo e caratterizza la sua libertà individuale. Ciò che accomuna gli uomini, per i romantici, è se mai l’appartenenza a una stessa nazione. In nome di questi ideali di libertà e di nazione, la maggior parte degli intellettuali romantici si schierò contro l’ordine imposto dal congresso di Vienna e contro l’assolutismo, assumendo posizioni liberali e democratiche. Alle aspirazioni nazionali e patriottiche si unirono quelle politiche sostenute dal liberalismo. I liberali auspicavano uno stato che riconoscesse ai cittadini le fondamentali libertà politiche ed economiche. Tali libertà dovevano essere affermate e garantite da una costituzione , il limite del potere del sovrano e dal parlamento eletto a suffragio ristretto. Oltre alla libertà di stampa e di associazione, i liberali rivendicavano la piena libertà economica. Queste idee erano proprie dei liberali moderati: esisteva però anche un’altra corrente politica, i democratici che al principio della libertà univa quello dell’uguaglianza politica: i democratici propugnavano un parlamento eletto a suffragio universale. La maggior parte dei democratici era a favore della repubblica, ispirandosi al concetto di sovranità popolare. Incominciava infine a diffondersi in Europa il movimento socialista, che alle rivendicazioni di tipo democratico univa alla lotta l’uguaglianza economica e sociale.

Successi e sconfitte dei primi moti rivoluzionari
Essendo preclusa ogni libertà politica, gli oppositori della Restaurazione si organizzarono in società segrete, come la Carboneria in Italia. L’obiettivo di queste società era quello di promuovere cospirazioni e insurrezioni che costringessero i sovrani a cedere la costituzione. Le società segrete ebbero un ruolo molto importante, sia perché tennero viva l’opposizione alla Restaurazione, sia perché al loro interno si formarono politicamente moltissimi patrioti. Tuttavia esse presentavano gravi elementi di debolezza: la segretezza di programmi, la rigida gerarchia, la chiusura verso l’esterno. In Italia, la mappa dell’opposizione organizzata alla Restaurazione rifletteva le differenti situazioni locali e i diversi livelli di sviluppo del paese. In Lombardia essa era animata da proprietari terrieri, industriali, esponenti del ceto borghese cui Napoleone aveva affidato incarichi di governo, intellettuali. Queste forze si raccoglievano intorno al periodico “Il Conciliatore”, fondato nel 1818. Questa rivista, cui collaboravano intellettuali romantici, liberali quali Federico Confalonieri, Giovanni Berchet, Gian Domenico Romagnosi e il piemontese Silvio Pellico, operava per creare un’opinione pubblica liberale. Al Fianco del “Conciliatore” esisteva poi una rete cospirativa di affiliati alla Carboneria, in collegamento con i patrioti piemontesi. In Piemonte, la politica reazionaria di Vittorio Emanuele I trovava molti oppositori tra i ceti cresciuti di importanza durante il dominio napoleonico. Un terzo polo di opposizione si trovava nell’Italia Meridionale. Nel napoletano, il regime borbonico era contestato dai ceti sociali che erano stati favoriti dal governo di Gioacchino Murat. Diversa la situazione della Sicilia, dove la contestazione al regime borbonico aveva carattere separatista. Fu in Spagna che ebbe luogo la prima rivolta dopo il congresso di Vienna. Il primo gennaio 1820 reparti dell’esercito guidati da ufficiali ribellarono a Cadice. La rivolta si estese ad altre città e in marzo il re Ferdinando VII dovette concedere la costituzione. L’esempio spagnolo spinse all’azione i patrioti napoletani e siciliani. Nel luglio reparti di cavalleria guidati da due ufficiali appartenenti alla Carboneria, Morelli e Silvati, si ammutinarono. Il re delle due Sicilie Ferdinando I fu costretto a concedere una costituzione. In Agosto anche Lisbona si ribellò. Nel marzo del 1821 fu la volta del Piemonte: un gruppo di liberali guidato dal conte Santorre di Santarosa, organizzò la ribellione, fidando nell’appoggio di un principe di casa Savoia, Carlo Alberto. Vittorio Emanuele I abdicò in favore del fratello Carlo Felice. Approfittando dell’assenza di quest’ultimo, il nipote Carlo Alberto il 14 marzo 1821 concesse la costituzione. I nuovi regimi costituzionali ebbero vita breve. Carlo Felice sconfessò l’operato del nipote e chiese aiuto all’Austria. Le truppe asburgiche restaurarono l’ordine in Piemonte e successivamente occuparono Napoli. Un anno dopo, nel 1822, l’esercito francese sconfisse i liberali in Spagna e riportò al potere il vecchio regime. Nel 1824 anche in Portogallo fu restaurato l’assolutismo. L’unico paese che riuscì a portare a compimento la sua lotta per l’indipendenza della Grecia. Una prima insurrezione nel 1821 venne repressa, ma successivamente, grazie anche all’appoggio di patrioti provenienti da ogni parte d’Europa, i greci sconfissero i turchi a Missolungi e a Sfacteria. Malgrado la forte opposizione di Metternich, ostile a ogni ribellione popolare, Russia, Francia e Inghilterra si schierarono con gli insorti greci. Nel 1829 nacque il nuovo regno di Grecia, sotto il protettorato della Russia. Anche in Russia ebbe luogo un tentativo di riformare il regime dispotico degli zar e di imporre una svolta costituzionale. Protagonisti ne furono un gruppo di ufficiali. Il loro tentativo di rivolta ebbe luogo nel dicembre 1825, e per questo i congiurati vennero chiamati decabristi. Il moto fu represso e si concluse con la condanna a morte di alcuni partecipanti e la deportazione in Siberia degli altri.

I moti del 1830 e la crisi della Restaurazione
I primi moti rivoluzionari erano falliti per la debolezza politica dei cospiratori e per il loro isolamento rispetto alla popolazione. Ma all’inizio del decennio successivo una nuova fase di insurrezioni dimostrò che l’ordine della Restaurazione ormai vacillava. La scintilla scoccò a Parigi, nel luglio del 1830. Inoltre il re Carlo X, salito al trono nel 1824, aveva attuato una politica reazionaria, favorendo i privilegi dell’aristocrazia e del clero e opponendosi a qualsiasi riforma. Per cercare di frenare le opposizioni, Carlo X il 25 luglio 1830 emanò alcune ordinanze, con le quali aboliva la libertà di stampa, scioglieva le Camere e modificava il sistema elettorale in senso sfavorevole alla borghesia. Contro queste ordinanze il popolo di Parigi insorse in armi e con tre giorni di combattimento, costrinse il re ad abdicare e a fuggire. La rivolta parigina era stata condotta dalla borghesia liberale e dal proletariato urbano; tuttavia la direzione politica del movimento rivoluzionario rimase saldamente nelle mani della borghesia che scelse un nuovo sovrano, Luigi Filippo d’Orleans, conosciuto per i suoi ordinamenti liberali. Luigi Filippo concesse una costituzione più liberale. Da Parigi, la rivolta dilagò in altre parti d’Europa. Il Belgio si sollevò e riuscì a ottenere l’indipendenza dell’Olanda. Mentre l’indipendenza della Polonia ebbe vita breve. La ribellione parigina del 1830 spinse anche i liberali italiani a tentare di nuovo la carta dell’insurrezione. La rivolta scoppiò nel febbraio 1831 in Emilia Romagna, sotto la guida del commerciante modenese Ciro Menotti, per ottenere l’indipendenza dell’Italia centrale, soggetta al dominio pontificio. Dopo un iniziale successo, l’esercito austriaco sconfisse facilmente i rivoltosi. Ciro Menotti fu giustiziato e molti patrioti emiliani vennero incarcerati. Per sintetizzare, possiamo dire che negli anni trenta e quaranta dell’Ottocento si intrecciarono tre livelli del conflitto: la lotta tra vecchi ceti aristocratici e la borghesia industriale, dominante sul piano economico e intenzionata ad affermarsi anche sul piano politico; il nuovo conflitto tra borghesia e movimento operaio; le lotte per l’indipendenza nazionale. Il biennio rivoluzionario 1848-49 vedrà l’esplodere di queste contraddizioni.

Le diverse Italie economiche nella prima metà dell’Ottocento
L’Italia nella prima metà dell’Ottocento era un paese economicamente arretrato e scarsamente industrializzato. La maggioranza della popolazione, schiacciata da una povertà diffusa, risultava indifferente ad ogni partecipazione politica. Il Lombardo-Veneto e il Piemonte erano le regioni più sviluppate del paese. Nella pianura-padana, l’agricoltura aveva conosciuto trasformazioni paragonabili a quelle delle campagne inglesi e olandesi, in parte francesi: bonifiche, estensione delle coltivazioni, nuovi sistemi di rotazione delle colture. Si erano diffuse medie e grandi aziende agricole capitalistiche: le gestivano i proprietari più moderni, disposti a gestire capitali o i fittavoli. Era nata una nuova figura del lavoratore agricolo, il bracciante. Accanto al frumento, si erano diffuse nuove coltivazioni, come il mais, il riso e piante destinate all’industria tessile, come il lino e la canapa. Nell’Italia centro-meridionale prevalevano invece forme di conduzione della terra arretrate, con scarsi investimenti. Nel Lazio dominava il grande latifondo, proprietà di famiglie nobili. Il latifondo caratterizzava anche le zone del meridione, accanto alla piccolissima proprietà contadina. Tuttavia vi erano zone in cui erano sviluppate le colture arboree del vino, dell’olivo, degli agrumi. Nel settentrione del paese conosceva un certo sviluppo l’industria tessile, in particolare quella della seta , di cui l’Italia era il maggiore produttore mondiale dopo la Cina e il Giappone. Nel meridione esistevano manifatture tessili e alimentari, oltre gli importanti cantieri navali di Napoli. Vi erano però diversi fattori negativi: la mancanza di un ceto di imprenditori locali; la ristrettezza del mercato, data la povertà delle popolazioni; la lontananza dei grandi mercati europei; la mancanza di strade e ferrovie. Queste carenze, non avendo efficacemente combattute dalla classe politica, ostacolarono gravemente il successivo sviluppo delle regioni meridionali.

Moderati e democratici per un’Italia unita
Il fallimento dei moti del 1820-21 e del 1830 in Italia aveva rivelato che i metodi e gli obiettivi delle società segrete erano inadeguati: occorreva puntare all’unità nazionale; inoltre bisognava superare il modello delle cospirazioni e delineare dei programmi politici che riscuotessero il consenso dell’opinione pubblica. I patrioti italiani elaborarono così diverse proposte su come raggiungere l’unità e l’indipendenza dell’Italia, dividendosi in due schieramenti: quello liberale moderato e quello democratico. I moderati ritenevano che il processo di unificazione dovesse essere graduale e soprattutto che dovesse essere guidato dall’alto. Inoltre essi pensavano all’Italia del futuro come ad una monarchia parlamentare di carattere liberale. Fra i moderati si distinse Vincenzo Gioberti, che nel suo libro Del primato morale e civile degli italiani, pubblicato nel 1843, proponeva come soluzione al problema dell’unità italiana la costituzione di una federazione di stati sotto la guida del papa. L’orientamento di Gioberti fu definito neoguelfismo, per il ruolo di primo piano assegnato al papa nella vita politica italiana. Un’altra voce autorevole, nell’area moderata, fu quella di Cesare Balbo, autore de Le speranze d’Italia (1844) in cui accettava l’ida giobertiana di una confederazione di stati italiani, ma proponeva alla guida la dinastia piemontese dei Savoia. I democratici pensavano invece che il “risorgimento” nazionale italiano dovesse realizzarsi attraverso un’azione rivoluzionaria popolare. Per i democratici, l’Italia del futuro sarebbe stata una repubblica democratica, basata sul principio della sovranità popolare. Tra i pensatori democratici, un ruolo di assoluta preminenza spetta a Giuseppe Mazzini, che dedicò tutta la sua vita all’opera di organizzazione di movimenti rivoluzionari non solo in Italia ma in tutta Europa. Influenzato dalla cultura romantica, Mazzini aveva della nazione una concezione religiosa, sintetizzata nel suo motto “Dio e popolo”: la rivoluzione nazionale era per una missione che richiedeva una profonda fede. Occorreva dunque un’organizzazione capace di esercitare un’opera di educazione morale e civile del popolo, per preparare l’insurrezione. Nacque a questo scopo la Giovine Italia, un’organizzazione che aveva un programma manifesto. Tragico fu il tentativo rivoluzionario operato nel 1844 in Calabria dai fratelli Bandiera che, dopo aver tentato inutilmente di far insorgere le masse contadine, vennero fucilati. Il fallimento dei moti mazziniani diede impulso alle forze moderate , contrarie ai moti rivoluzionari e convinte della necessità di interessare i sovrani regnanti in Italia alla causa indipendentistica. Nell’area repubblicana si collocava anche il federalismo del milanese Carlo Cattaneo. Erede della grande tradizione dell’illuminismo lombardo, Cattaneo fondò e diresse dal 1839 al 1844 la rivista il “Politecnico”, che ebbe grande importanza nel modernizzare la cultura lombarda . Cattaneo diffidava dei romani, che giudicava ostili ai principi fondamentali della libertà e dell’autonomia; pensava perciò che l’indipendenza dovesse essere conquistata “dal Basso”, per poi fare dell’Italia una federazione di stati, sul modello degli Stati Uniti o della Svizzera.


Il 1848, una rivoluzione europea
la data del 1848 è divenuta proverbiale per indicare una situazione di grande sconvolgimento sociale e politico. Infatti nel giro di pochi mesi in quasi tutti i paesi europei scoppiarono rivoluzioni. Anche se queste rivoluzioni alla fine risultarono tutte sconfitte, esse segnarono comunque uno spartiacque fondamentale nella storia dell’Ottocento. Dopo il 1848 nulla poté più essere come prima: l’età della Restaurazione si era definitivamente conclusa. Prima di tutto vi fu una grande crisi agricola, che colpì gran parte dell’Europa. Nel 1845 e in forma ancora più grave nel 1846, in Irlanda una malattia condusse alla perdita quasi totale del raccolto; la carestia provocò la morte di un milione di irlandesi. Anche negli altri paesi europei, dove nel 1845 e 1846 i raccolti furono mediocri, fu avvertita la crisi agricola. I prezzi del grano e dei generi alimentari aumentarono. Alla carestia si aggiunse allora una crisi industriale. Per la prima volta la giovane industria europea si trovava di fronte al fenomeno della sovrapproduzione, cioè un’offerta che superava la domanda. A rendere ancora più drammatico il momento, si aggiunse 1848-49 il ritorno del colera, una grave malattia infettiva di origine asiatica che aveva già fatto la sua prima comparsa in Europa nel decennio precedente. La crisi economica non fu la causa diretta e unica delle rivoluzioni del 1848, ma venne a cadere in un’Europa nella quale già esistevano molti motivi di tensione sociali e politiche. Come rivoluzione politica il Quarantotto convolse sia la Francia che già possedeva un sistema politico costituzionale e liberale e parlamentare, sia gli stati italiani che tedeschi e l’Austria che erano soggetti a regimi assolutistici, come rivoluzione nazionale. A Parigi infine, i programmi democratici e repubblicani furono largamente accolti da una classe operaia numerosa ed evoluta, capace di innestarli su un più radicale programma di rivoluzione sociale. Solo in Russia e in Gran Bretagna la rivoluzione non ebbe alcun seguito: il grande impero zarista era infatti saldamente tenuto sotto controllo dal governo Autocratico di Nicola I, mentre nel maggior paese industriale d’Europa la via delle riforme cominciava lentamente ad allargare ai ceti borghesi la partecipazione politica e a migliorare le condizioni di vita della classe operaia.

Il Quarantotto francese: dalla rivoluzione alla reazione
Luigi Filippo d’Orleans era stato portato sul trono di Francia dall’azione comune della borghesia e del popolo di Parigi . i ceti proletari si sentirono rapidamente delusi dal nuovo regime. Ma anche una larga parte della borghesia imprenditoriale e intellettuale aveva buone ragioni per sentirsi insoddisfatta dei risultati della rivoluzione del 1830. Dall’alleanza che di fatto si venne a creare fra questi gruppi sociali nacque un programma politico democratico, che si proponeva di completare con il suffragio universale le conquiste del sistema parlamentare e delle libertà personali. La grave crisi economica del 1847 rese più acuto il malessere delle forze di opposizione. Luigi Filippo fu costretto a fuggire e il potere fu assunto da un governo provvisorio che subito proclamò la repubblica (ricollegandola con l’esperienza del 1792, essa fu detta “la seconda repubblica”). La composizione del governo fu costituita da intellettuali e borghesi democratici ed esponenti del movimento socialista . furono questi ultimi ad avere la maggiore influenza sui provvedimenti presi dal governo: la giornata di lavoro venne ridotta a dieci ore e vennero create le fabbriche cooperative statali. Ma Parigi e le altre maggiori città non costituivano tutta la Francia. Quando alla fine di aprile furono indette le elezioni per la costituente, il suffragio universale finì per giocare a favore delle forze più conservatrici presenti nella Francia rurale, dominata dalla paura per l’anarchia e degli attentati alla proprietà privata . l’assemblea ebbe alla fine una maggioranza repubblicana, ma assai più moderata del previsto. Le forze popolari reagirono con un tentativo insurrezionale, ma furono facilmente sconfitte. Il governo si sentì allora abbastanza forte da procedere alla chiusura delle cooperative statali, accusate di essere fonte di una enorme spesa improduttiva. Alla nuova sollevazione dei quartieri operai di Parigi, cominciata il 22 giugno, si rispose ricorrendo all’esercito che intervenne con eccezionale durezza. Da questo momento le stesse forze repubblicane moderate si trovarono a essere per sempre indebolite nei confronti dell’ondata conservatrice che montava in tutta la Francia. Ciò si vide bene nel successivo dicembre, alle prime elezioni che si tennero in base alla costituzione, che aveva affidato il potere esecutivo a un presidente della repubblica destinato a restare in carica per quattro anni. Fu invece eletto Luigi Bonaparte, figlio di un fratello del grande Napoleone; per lui votarono compattamente tutti coloro che volevano un ritorno all’ordine, ma anche molti che si lasciarono conquistare dal prestigio del suo nome: i francesi ancora una volta avevano scelto un militare, un “uomo forte” capace di porre fine alle divisioni e agli scontri. Sotto la presidenza di Luigi Bonaparte, infatti, la Francia si avviò verso un regime di tipo autoritario che ridusse fortemente il diritto di voto dei ceti popolari urbani e ridiede vita alla scuola confessionale cattolica.

Costituzione e nazionalismo nell’Europa centrale.
la notizia della rivolta di Parigi si propagò nel giro di pochi giorni e contagiò tutta l’Europa. A Vienna, il 13 marzo, una sollevazione di borghesi, operai e studenti costrinse Metternich a dare le dimissioni e a fuggire dal paese; l’imperatore Ferdinando dovette allora compiere i primi passi verso un ordinamento costituzionale. Uno dopo l’altro tutti i popoli dell’impero insorsero contro la dinastia asburgica: il 15 marzo si sollevarono a Budapest e Praga; il 17 si sollevò a Venezia che proclamò la repubblica veneta; il 18 iniziarono le “cinque giornate” di Milano che cacciarono gli austriaci dalla città. Negli stessi giorni anche il regno di Prussia venne coinvolto dalla spinta rivoluzionaria. A metà marzo i rivoltosi e soldati si scontrarono a Berlino per diversi giorni; il re Federico Guglielmo IV dovette affidare il governo a un liberale e promettere la convocazione di un’assemblea costituente. Le iniziali concessioni dei sovrani erano però tutt’altro che sincere e furono presto seguite da atti che le contraddicevano apertamente. La rivoluzione restava tuttavia ancora in atto. A Vienna si era riunita l’assemblea costituente austriaca che aveva fra l’altro abolito tutto ciò che nell’impero ancora restava della servitù contadina. L’Ungheria aveva proclamato la propria piena indipendenza, pur continuando a riconoscere la dinastia asburgica. In Germania al ripiegamento della rivoluzione prussiana aveva corrisposto un forte movimento liberale e nazionale in tutti gli altri stati. Nel mese di maggio si riunì a Francoforte una grande assemblea costituente che iniziò a discutere sul modo con cui procedere all’unificazione della Germania. La rivoluzione ungherese cominciò a naufragare dal momento in cui scoppiò una spietata guerra etnica tra i magiari e i croati. D’altra parte l’assemblea di Francoforte non riusciva a mettersi d’accordo su un punto essenziale: per una parte dei deputati l’unificazione della Germania doveva avvenire mantenendo l’autorità degli Asburgo e includendo l’Austria e i cechi e i tedeschi della Boemia; per un’altra parte l’impero austriaco andava escluso dalla Germania e la corona doveva essere offerta al re di Prussia. Verso la fine dell’anno la “primavera dei popoli”, come venne chiamata l’ondata rivoluzionaria del 1848, stava ormai per concludersi. La vittoria elettorale di Luigi Bonaparte in Francia spinse i liberali conservatori austriaci e tedeschi ad allearsi con i gruppi più reazionari. Nell’impero si procedette a riportare l’ordine in Boemia e a Vienna e invadere l’Ungheria. Nel dicembre del 1848, in seguito all’abdicazione di Ferdinando, salì al trono imperiale Francesco Giuseppe, che sciolse l’assemblea costituente austriaca. Nell’aprile del 1849 il parlamento ungherese dichiarò decaduta la dinastia degli Asburgo. Le sorti della guerra furono decise dall’intervento dello zar Nicola I, il cui esercito entrò in Ungheria a maggio, facendo capitolare in agosto i ribelli, dopo una resistenza disperata ed eroica. Allo stesso tempo il re di Prussia rifiutava la corona di re di Germania che gli era stata offerta dall’assemblea democratica di Francoforte. I liberali tedeschi divisi al proprio interno tra filoaustriaci e filoprussiani e privi di consenso popolare, si trovarono in difficoltà. Nel maggio 1849 l’assemblea di Francoforte fu sciolta con la forza. L’anno successivo Federico Guglielmo IV annullò la costituzione a suo tempo concessa e la sostituì con un’altra che restaurava in gran parte i suoi poteri assoluti.

Le rivoluzioni italiane
Nel giugno 1846 salì al trono pontificio Pio IX. Subito i prigionieri politici vennero liberati, mentre l’allontanamento della maglia della censura consentiva la comparsa negli stati della Chiesa di numerosi giornali politici. Per la prima volta, in uno stato nel quale soltanto gli ecclesiastici erano ammessi al governo, venne annunciata la creazione di un organismo di laici nominati dal papa. Di fronte alle crescenti manifestazioni popolari, anche i sovrani di Toscana e del Piemonte si decisero nel 1847° concedere la libertà di stampa, ma una svolta più radicale si ebbe in seguito all’insurrezione di Palermo del 12 gennaio 1848. Ferdinando II andò allora assai più in là degli altri sovrani italiani, concedendo al regno delle Due Sicilie una vera e propria costituzione. Sotto la pressione dei liberali, concessero degli statuti anche Leopoldo II di Toscana (17 febbraio), Carlo Alberto (4 marzo), Pio IX (14 marzo). Quello di Carlo Alberto, il cosiddetto statuto albertino, garantiva il complesso dei diritti di libertà e, proclamando il cattolicesimo come religione di stato, dichiarava la tolleranza per gli altri culti. I poteri di governo erano affidati a un ministero nominato dal re e dipendente unicamente da lui. Le prime elezioni, che si tennero in aprile, avvennero in base ad una legge elettorale che concedeva il diritto di voto a una quota ristrettissima degli abitanti del regno. Il 17 marzo Venezia insorse contro il governo austriaco. Sotto un governo provvisorio guidato dal democratico Daniele Manin fu restaurata la Repubblica di San Marco, in simbolica continuità con l’antica tradizione repubblicana. Il 18 marzo, alla notizia della fuga di Metternich da Vienna, insorse anche Milano: in cinque giorni di durissimi combattimenti le truppe austriache del generale Radetzky furono sconfitte e costrette a rifugiarsi nelle fortezza del cosiddetto “quadrilatero” (Mantova, Peschiera, Verona, Legnano). A Venezia come a Milano, l’iniziativa era stata dei democratici. Subito all’interno delle forze politiche milanesi si aprì un conflitto tra democratici e i moderati. I primi avrebbero voluto creare uno stato repubblicano autonomo; i secondi temevano che l’insurrezione potesse uscire dal controllo borghese e scivolare verso forme democratiche più radicali. A questo punto esponenti dell’aristocrazia e della borghesia liberale si rivolsero a Carlo Alberto, perché intervenisse con il suo esercito in Lombardia, mettendosi alla testa del movimento antiaustriaco. Il 23 marzo Carlo Alberto dichiarò guerra all’Austria, spinto dal desiderio di realizzare l’antica ambizione di espansione territoriale dei Savoia. Il 26 marzo Carlo Alberto entrò a Milano e, nel maggio, venne organizzato un frettoloso plebiscito che decise l’unione della Lombardia e del Piemonte. La condotta della guerra (che fu poi chiamata prima guerra d’indipendenza) deluse però le speranze di chi vi scorgeva l’occasione di cacciare gli austriaci. Dopo alcune vittorie l’esercito piemontese, permise agli austriaci di organizzarsi. Contemporaneamente gli altri sovrani italiani ritirarono il proprio appoggio. Nel Regno Delle Due Sicilie, Ferdinando II, venendo meno alle promesse, attuò una svolta reazionaria, sciogliendo con la forza il parlamento. Radetzky , nel frattempo riconquistava una alla volta le città del Veneto e il 25 luglio sconfiggeva duramente i piemontesi a Custoza, presso Verona. Il 5 agosto Carlo Alberto abbandonò la capitale lombarda, firmando quattro giorni dopo un armistizio che lo impegnava a ritirarsi oltre il Ticino.

L’Italia fra guerra piemontese e movimenti democratici
Gli avvenimenti della primavera-estate del 1848avevano segnato il fallimento di due principali programmi di unificazione politica dell’Italia. Pio IX in pratica aveva dichiarato di non essere disponibile a realizzare l’ipotesi neoguelfa. Ma anche la “guerra regia”. Di fronte alla sconfitta e al ritiro di Carlo Alberto i democratici potevano ripetere l’iniziativa, mentre l’alternativa repubblicana cominciava a sembrare più attuabile di quella monarchica. A Roma fu allora eletta a suffragio universale un’assemblea costituente che il 9 febbraio 1849 dichiarò la fine del potere temporale del papa e proclamò la Repubblica romana. La nuova repubblica si diede un’avanzata costituzione democratica, proclamando il suffragio universale e l’indipendenza dei diritti civili e politici dalla fede religiosa; essa fu guidata da un triumvirato formato da Giuseppe Mazzini, dal suo seguace, Aurelio Saffi e dall’avvocato romano Carlo Armellini: il comando delle truppe venne affidato a Giuseppe Garibaldi. Anche in Toscana, fuggito Leopoldo II, nel febbraio 1849 si era costituito un governo provvisorio, che provvedeva a convocare un’assemblea costituente e a proclamare la repubblica. Con la Repubblica Veneta ancora libera e mentre Ferdinando II di Borbone non riusciva a sottomette con la forza la Sicilia, si profilava la possibilità di concretizzare il programma democratico-repubblicano. Di fronte alla nuova situazione che si era venuta a creare in Italia, anche in Piemonte i democratici cominciarono a fare sentire la loro voce. Carlo Alberto decise di togliere l’armistizio e di riprendere la guerra contro l’Austria. Ma le truppe austriache penetrarono in Piemonte e questa nuova guerra si risolse nel giro di pochi giorni con la definitiva sconfitta di Carlo Alberto a Novara (23 marzo del 1849). Il sovrano dovette abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II. La potenza austriaca poteva ora volgersi a sconfiggere le repubbliche che si erano formate nella penisola. A Brescia che si era ribellata nella speranza di una imminente liberazione della Lombardia, fu sottomessa dopo dieci giorni di sanguinosi conflitti. Firenze fu ripresa dagli austriaci e vi venne ricondotto il granduca Leopoldo Asburgo-Lorena. La Sicilia fu riconquistata dall’esercito borbonico e alla metà di maggio anche Palermo dovette arrendersi . restavano libere Roma e Venezia. In risposta all’appello di Pio IX, che invocava l’aiuto delle potenze cattoliche contro la repubblica romana, accorsero i francesi: il neoeletto presidente Leone III, per ottenere il consenso dei cattolici e del clero francese, inviò in Italia un corpo di spedizione. nonostante la strenua resistenza dei volontari repubblicani, guidati da Garibaldi, Roma fu conquistata all’inizio di luglio. Per ultima cadde Venezia, che già dal mese di aprile si trovava sotto l’assedio austriaco. L’esperienza delle repubbliche democratiche era finita.

Hai bisogno di aiuto in Storia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email