kispy di kispy
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La guerra scatenata da Hitler fu una guerra contro il tempo. La guerra-lampo fu lo strumento delle vittorie naziste, con l’impiego anche di carri armati ed aerei da picchiata. L’esercito tedesco agì in maniera inesorabile: nel giro di un mese la Polonia fu liquidata. Il 17 settembre i Sovietici, secondo l’accordo Ribbentrop-Molotov, occupavano le regioni orientali della Polonia e assorbirono la Lituania. Nell’inverno del 1939 l’esercito francese, raccolto dietro la linea Maginot (linea fortificata lungo la frontiera orientale), attendeva che Hitler assumesse l’iniziativa ed in Francia affluivano soldati inglesi. Nello stesso periodo i Sovietici attaccarono la Finlandia, ma l’esercito finnico resistette e fu la prova che qualcosa non funzionava nell’Armata rossa. Il 9 aprile 1940 Hitler occupò improvvisamente la Danimarca e poi anche la Norvegia. In quest’ultima, però, i nazisti ebbero a che fare con una grande resistenza patriottica, supportata dagli Inglesi. Le fulminee vittorie tedesche misero sotto accusa la politica di Chamberlain. Fu chiamato così al governo Winston Churchill, che da tempo aveva denunciato il pericolo nazista. Fu poi la volta della Francia. Il 10 maggio le forze tedesche invasero l’Olanda e il Belgio, che presto capitolarono. La linea Maginot fu raggirata: tagliate fuori, le armate anglo-francesi ripiegarono su Dunkerque, ma quest’operazione fu solo simbolo della resistenza degli alleati. Il 14 giugno le forze tedesche entrarono a Parigi. Il presidente del consiglio, Paul Reynaud, fu battuto dalle idee del generale Maxime Weigand e del maresciallo Petain, che formò il nuovo governo. Intanto, anche l’Italia il 10 giungo dichiarò guerra alla Francia. Petain chiese l’armistizio che, per volontà del fuhrer, fu firmato il 22 giugno 1940. L’armistizio si firmò anche con l’Italia. Secondo i termini la Germania occupava la Francia settentrionale, compresa Parigi ed il governo Petain, trasferitosi a Vichy, avrebbe controllato la Francia meridionale. Il 18 giugno, intanto, si era rifugiato a Londra il generale Charles De Gaulle. Da Radio Londra egli lanciò un appello ai Francesi per la continuazione della guerra. Da De Gaulle parte il progetto della “Francia libera”. In meno di venti giorni, la Francia, fu però schiacciata e umiliata dalle forze tedesche, sebbene non ci fosse così grande sproporzione tra i due eserciti combattenti. La verità è che i Tedeschi avevano una concezione strategica superiore, quella della guerra-lampo, carri armati e aviazione. L’atteggiamento di cedimento tenuto dal governo francese nei confronti delle mire espansionistiche tedesche (appeasement), finì per snervare l’opinione pubblica. Non a caso l’estrema destra, trasse motivo dalla disfatta per impostare un processo di accusa alla Francia del Fronte popolare. La crisi dei valori patriottici negò alla Francia quella “rivoluzione nazionale” che l’avrebbe avvicinata al comunismo. L’ormai vecchio Petain dimostrò appunto lo spirito di questa Francia retriva, disposta a collaborare con il nemico.

I governi inglese, francese e statunitense cercarono di tener fuori l’Italia dal nuovo conflitto, assicurando che alla fine della guerra avrebbero tenuto conto delle aspirazioni del duce, se egli avrebbe fatto da mediatore fra i belligeranti. Ma così non fu: né il Papa, né l’opinione pubblica e né il maresciallo Badoglio, che lo avvertì riguardo l’impreparazione del nostro esercito, scalfirono Mussolini, sempre più esaltato dai successi del suo alleato. Il duce temeva che la guerra si concludesse in tempi brevi e che l’Italia rimanesse a bocca asciutta. Fu così che spinse gli eserciti e l’opinione pubblica ad un minimo di sacrificio per partecipare ad un banchetto assai ricco. Come promesso, Mussolini il 10 giugno 1940 dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.
Niente sembrava ormai contrastare il fuhrer, dopo aver piegato Francia e Polonia, ed invaso Danimarca, Norvegia, Olanda e Belgio: non rimaneva che l’attacco all’Inghilterra. Il progetto tedesco fu quello di attaccare dall’alto (operazione Leone) con l’armata aerea comandata da Hermann Goring. Incominciarono così i bombardamenti su Londra, a cui partecipò simbolicamente anche l’Italia. Però gli inglesi, con l’utilizzo di radar, riuscirono a rendere il compito difficile all’armata di Goring, che fu costretto ad abbandonare l’impresa. La battaglia d’Inghilterra fu un disastro per la Germania. Il 17 settembre 1940 l’operazione Leone fu accantonata. Tuttavia il 1940 si chiuse con un sentimento di angoscia nei paesi occupato dal fuhrer; l’Europa giaceva ai suoi piedi, anche se non tutto era perduto: si contava molto sull’Inghilterra e sulla possibile scesa in campo degli USA. Ora Hitler voleva isolare la Gran Bretagna dalle sue colonie (dominions). Due furono le strade scelte: la guerra sottomarina, che era sì efficace ma il prezzo da pagare in perdita di sommergili era troppo alto; la guerra in Africa del Nord, dove Hitler chiese aiuto a Francisco Franco di Spagna per aiutarlo ad escludere la Gran Bretagna dal Mediterraneo, ma Franco rifiutò. In Libia, nel frattempo, combattevano gli Italiani guidati da Rodolfo Graziani, ma la controffensiva inglese fu vittoriosa in Africa orientale: le truppe italiane guidate poi da Amedeo d’Aosta, dovettero cedere e gli Inglesi, nel 1941, occuparono Adis Abeba. Mussolini, intanto, si cacciò in un mare di guai dichiarando guerra alla Grecia. Le truppe italiane furono respinte e contrattaccate, ma resistettero fino all’intervento della Germania, che rovesciò subito la situazione. La guerra si estendeva a macchia d’olio e quasi nessun paese europeo fu risparmiato. Un mese prima della guerra in Grecia, il 27 settembre 1940 Germania, Italia e Giappone firmarono a Berlino il Patto tripartito, in cui si stabiliva che: la Germania controllava l’Europa continentale; l’Italia il Mediterraneo e il Giappone l’Asia. Inoltre tutte e tre si impegnavano ad intervenire in caso di attacco nemico. Nel marco 1941 al Bulgaria fu occupata dai Tedeschi, e nell’aprile dello stesso anno anche la Jugoslavia. Anche in Libia Hitler mando un esercito, comandato da uno dei più geniali generali della Seconda guerra mondiale, Erwin Rommel, che subito occupò Bengasi e costrinse in pochi giorni gli Inglesi a ritirarsi. Il 1941 fu un anno tragico per l’Inghilterra, che però poteva contare ancora sulla sua grande flotta navale, quella aerea più moderna della Luftwaffe tedesca e l’aiuto statunitense. Nel 1940 fu eletto per la terza volta alla presidenza degli USA Roosvelt. Gli Stati Uniti avevano dichiarato la loro neutralità nel conflitto, però: la corrente isolazionistica sosteneva che l’America era troppo lontana dall’Europa per temere un attacco del fuhrer e che bisognava lasciare che l’URSS e la Germania continuassero a farsi guerra fino ad indebolirsi, così poi da intervenire; la corrente interventistica, invece, sosteneva che l’America avrebbe dovuto subito intervenire per correre in aiuto agli alleati prima che soccombessero, per non correre il rischio di rimanere soli davanti ad Hitler. Roosevelt si mosse con cautela, però appoggiò lo stesso la resistenza inglese: annunciò che la metà della produzione bellica statunitense sarebbe stata ceduta all’Inghilterra. Occorreva, però, pagare e i soldi a Londra mancavano. Fu così che allora fu emanata una legge che si rivelò fondamentale agli effetti della resistenza inglese: il Lend-lease (affitti-prestiti), che autorizzava il presidente a disporre materiali a qualsiasi paese, la cui difesa era vitale per la difesa degli USA. Usufruirono di questa Gran Bretagna, Cina e Russia senza l’assillo dei pagamenti e il peso delle “riparazioni” che avevano avvelenato i rapporti internazionali nel primo dopoguerra.
Il 22 giugno 1941 le truppe tedesche misero in atto il “piano Barbarossa”, piano di invasione dell’Unione Sovietica. Però, che cosa spinse Hitler a gettarsi in questa nuova avventura, dalla quale la Germania ne uscì in una terribile disfatta? Hitler fino a questo momento era passato di successo in successo, attraverso i suoi piani politici-tattici. Dopo il patto Ribbentrop-Molotov egli non cessò mai di pensare all’URSS e non abbandonò mai il desiderio di invaderla. La risposta a ciò è nel Mein Kampf, suo libro, dove egli dice che era essenziale la marcia conquistatrice verso Est. Hitler scaraventò le sue formidabili divisioni corazzate (Panzerdivision) e la sua aviazione contro i sovietici, che furono logicamente travolti. Stalin si appellò all’amor di patria dei sovietici il 3 luglio 1941 ed indicò nei Tedeschi il nemico, denunciando il piano di Hitler teso a schiavizzare l’URSS. L’esercito tedesco fu tormentato dai partigiani e solo dopo riuscì ad occupare la parte della Polonia sotto il controllo sovietico, l’Ucraina, entrò a Kiev e si fermò a Smolensk. Giunse poi a Mosca, Leningrado e Stalingrado, però l’8 dicembre 1941 giunse l’inverno che costrinse Hitler a sospendere le operazioni militari, senza pensare che, rinunciando subito alla conquista sovietica, di lì a poco avrebbe dovuto affrontare una lunga guerra di logoramento in un inverno particolarmente gelido.
Mentre la Germania era impegnata in Russia, il Giappone preparava la guerra contro gli Stati Uniti. Dal 1937 il Giappone pensava alla sottomissione della Cina. Questa, con a capo Chiang Kai-shek, espressione delle forze del Kuomintang, collaborò solo per poco tempo con i comunisti. Infatti questo, nel 1934, condusse una campagna contro i comunisti, che furono battuti, ma l’esercito di Chiang, attraverso una leggendaria ritirata, passata alla storia come la Lunga marcia, si ritirarono sugli altipiani di Loss. Fu l’intervento giapponese a riavvicinare i comunisti di Mao Tse-tung a Chiang Kai-shek. Quando il Giappone invase la Cina nel 1937, il Partito comunista cinese organizzò efficaci azioni militari contro le retrovie giapponesi. Chiang si rifugiò sulle montagne e fu allora che il governo giapponese convinse la Cina ad intraprendere una conquista in tutta l’Asia sudorientale. Per osare ciò, però, bisognava andare contro la Gran Bretagna e gli USA. Il progetto del primo ministro Tojo era quello di sorprendere la flotta americana e di affondarla. Nella notte fra il 6 e il 7 dicembre 1941 fu sferrato l’attacco aereo giapponese contro la flotta di Pearl Harbor, nelle Hawaii; la sorpresa riuscì a pieno. Il giorno dopo Roosevelt annunciò lo stato di guerra contro il Giappone. Conseguentemente Germania e Italia dichiararono guerra agli Stati Uniti. Stavolta l’America si trovava di fronte una situazione davvero ardua, poiché era rimasta da sola, senza l’aiuto dell’Inghilterra e URSS che erano già duramente provate e non in grado di dare aiuti.
Ancor prima dell’attacco di Pearl Harbor, Roosevelt e Churchill si erano incontrati per redigere un documento fondamentale, la Carta Atlantica (14 agosto 1941). In questo documento veniva stabilito che: USA e Gran Bretagna non miravano più ad alcun ingrandimento territoriale; si riconoscesse a tutti i popoli il diritto di darsi la forma di governo desiderata; si affermasse il libero accesso di tutti i popoli ai commerci; si instaurasse una pace che consenta a tutte le nazioni di vivere sicure entro i loro confini e che in tutti i paesi gli uomini siano liberi; si proclamasse la libertà dei mari e che, infine, si creasse un sistema di sicurezza internazionale. Nella Carta era omesso ogni riferimento alla libertà di religione, e a questa sottoscrisse anche l’Unione Sovietica. Ritornando di nuovo al fuhrer, egli organizzò un’economia di pace che garantisse al grande Reich il massimo della sicurezza economica e quindi vide, negli Stati europei, i serbatoi dell’economia tedesca. Senza disappunto, anche l’Italia fu uno di quest’ultimi. Continuando la guerra contro la Gran Bretagna, Hitler progettava una coalizione di Stati, compresa l’URSS, per liquidare definitivamente il ricco bottino britannico. Ma siccome ciò si rivelò più difficile del previsto, riprese le idee contenute nel Mein Kampf, scorporando l’URSS in tanti protettorati più o meno autonomi. I piani di Hitler ben presto, però, presero una via diversa, cioè quella dello sfruttamento brutale dei territori occupati. L’organizzazione Todt, fondata nel 1933 che si occupava della gestione dei lavoratori deportati, divenne uno degli strumenti più tristi della macchina repressiva nazista. Infine la pagina più nera: il genocidio. Milioni di Ebrei furono uccisi nei campi di sterminio come Auschwitz, Buchenwald, Mauthausen, Dachau; furono impiegate camere a gas e si fecero commerci dei denti d’oro, capelli e vestiti delle vittime, un errore che a memoria d’uomo non si conobbe.
L’Europa del 1942 era l’Europa di Hitler. Dove avevano potuto, i Tedeschi avevano creato governi collaborazionisti, soprattutto quando essi dovevano prelevare materie e masse lavoratrici a loro favore. In ogni paese occupato la libertà era un ricordo, mentre alle ss era affidato il compito della repressione di comunisti, renitenti al lavoro o al servizio militare ed Ebrei. Le popolazioni dei territori occupati erano costrette a un regime di forti restrizioni; non bastò più il razionamento dei viveri. Ben presto gli uomini si dimenticarono che il pane era fatto di farina e le carni da macello erano sempre più rare: la ricerca del cibo era all’ordine del giorno. Si sviluppò in ogni città il “mercato nero”. Anche i trasporti si fecero più rari, perché la benzina scarseggiava e i treni servivano agli eserciti. Dalla sottoalimentazione si passò alla fame, con il tragico corredo dei morti. Con l’aumento dei disagi, però, non ci fu un vero movimento di massa contro l’occupazione: mancava ogni possibilità di successo. Restava solo un’inclinazione all’adattamento, senza creare guai. L’evasione era costituita dall’ascolto clandestino di Radio Londra, dalla quale si apprendevano notizie sulla guerra, che i tedeschi mascheravano, o consigli per resistere ai nazisti.

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