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Etnocentrismo e razzismo

Come molte parole di uso comune il termine “ razzismo ”ha assunto con il tempo differenti sfumature di significato. Come definizione generale si può dire che con questo termine intendiamo una forma di pregiudizio secondo il quale un gruppo umano è ritenuto superiore ad un altro , o ad altri, sulla base di caratteristiche acquisite alla nascita. Analizzando più nel dettaglio dobbiamo distinguere un’ accezione ampia del termine, in cui rientrano tutti quei sistemi di valori che fondano su ragioni biologiche la superiorità di un gruppo umano sugli altri, e un’ accezione più ristretta con la quale facciamo riferimento a preciso teorie filosofiche e antropologiche che si sono affermate intorno alla metà del XIX secolo come sostegno ideologico alle spinte nazionaliste e imperialiste prodottesi nella società occidentale. La diffidenza o l’ aperta ostilità nei confronti degli individui appartenenti a gruppi diversi dal proprio sono sentimenti che si incontrano spesso nella storia delle società umane: sono forme di xenofobia ( paura dello straniero ) e di eterofobia (paura del diverso ) che non assumono autonomamente l’ aspetto del razzismo se non quando i caratteri psicologici, intellettuali, culturali, comportamentali giudicati inferiori sono considerati di natura genetica e pertanto acquisiti per via ereditaria. Non di rado in questo modo sono stati giustificati il dominio e lo sfruttamento di certi gruppi umani su altri. Così, per esempio, nella Grecia antica certi individui venivano considerati “per natura ” schiavi e quindi costretti a lavorare per quelli che erano invece “per natura ” liberi. Nello stesso modo, ai tempi della conquista dell’ America, illustri teologi cattolici spiegavano che gli abitanti del nuovo continente non potevano essere considerati uomini a pieno titolo e pertanto era lecito ridurli in schiavitù. Nei primi tempi, infatti, gli avventurieri spagnoli che all’ inizio del XVI secolo avevano dato avvio alla conquista dell’ America, cercavano solo ricchezze da depredare e, salvo rare eccezioni, non avevano alcun interesse per gli indigeni se non per i tesori che potevano nascondere. Quando però la presenza europea sul nuovo continente assunse il carattere di una colonizzazione stabile si mostrò subito vantaggioso avviare la popolazione indigena al lavoro forzato nelle miniere e nelle piantagioni. Proprio su questo punto, tuttavia, sorse una discussione che coinvolse filosofi e uomini di chiesa intorno alla natura più o meno umana dei “ selvaggi ”. infatti in un paese cattolico come la Spagna non si potevano accettare, almeno ufficialmente, deroghe al principio della fratellanza fra i figli di Dio e per poter ridurre qualcuno in schiavitù trattandolo come un animale bisognava poter dimostrare in qualche modo che la sua natura era più vicina a quella delle bestie che a quella degli uomini. In pieno accordo con il pensiero del filosofo greco Aristotele, il dotto umanista Sepulveda pensava, con assoluta convinzione, che gli schiavi fossero tali “ per natura” ed era certo che questa fosse la condizione delle popolazioni indigene dell’ America. Stabilito che gli abitanti del Nuovo Mondo erano “ servi per natura ”, Sepulveda tranquillizzava la propria coscienza e quella dei propri contemporanei di fronte alle stragi, alle razzie, alle deportazioni di schiavi che si stavano compiendo al di là dell’ Atlantico. Ma vi furono anche voci contrarie. Fra di esse risuonò più alta di tutte quella del frate Bartolomé de Las Casas che visse a lungo nel Nuovo Continente e prese pubblicamente le difese degli indigeni ai quali rivendicava le qualità umane. Las Casas no aveva dubbi sul fatto che vi fossero una sola civiltà e una sola cultura e gli spagnoli, in quanto europei e cristiani, la rappresentassero, sia pure con qualche sintomo di corruzione nei loro comportamenti. Non lo sfiorava nemmeno il dubbio che quella dei popoli americani non fosse barbarie ma un’ altra civiltà, un’ altra cultura. E questa la riflessione che compì invece il filosofo francese Michel de Montaigne il quale scriveva: “ Ho avuto a lungo presso di me un omo che aveva vissuto dieci o dodici anni nell’ altro mondo che è stato scoperto nell’ altro secolo. Ora mi sembra, per tornare al mio discorso, che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio, a quanto me ne hanno riferito, se non che ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’ esempio e l’ idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo ”. Nelle posizioni di Sepulveda, Las Casas e Montaigne si riconoscono i tre diversi approcci fondamentali che vengono solitamente messi in atto quando gruppi umani di differenti civiltà entrano in contatto tra loro: quello razzista ( Sepulveda ), quello etnocentrico ( Las Casas ) e quello relativista ( Montaigne ). I primi due giudicano la diversità immediatamente come inferiorità, ma il razzista la attribuisce e un limite oggettivo, di tipo biologico e quindi insuperabile, mentre chi si pone da un punto di vista etnocentrico ritiene che le culture diverse dalla propria, e pertanto a essa inferiori, possano progredire attraverso un’ opera di educazione e di incivilimento. La posizione di Montaigne è invece l’ unica che ammetta la diversità come una variabile dei comportamenti umani, senza che a essa debba necessariamente annettersi un giudizio di valore. Venendo ora ad esaminare le teorie razziste che sono comparse nella seconda metà del XIX secolo, osserviamo che il concetto di “ razza ” era già stato applicato alla specie umana dai biologi del 700 i quali avevano pensato di classificare gli essere umani partendo da certi caratteri fisici come il colore della pelle e la forma e la grandezza di alcune parti del corpo. Sono questi i caratteri su cui si soffermarono altri studiosi che arrivarono a classificare le razze umane sulla base delle dimensioni del cranio e del volto. Sviluppando queste affermazioni, del tutto false sul piano scientifico e ampiamente superate dagli sviluppi successivi della ricerca, si pretese di stabilire una gerarchia fra le cosiddette “ razze umane ” ponendovi al vertice, ovviamente, la “ razza bianca ” o “ ariana ”. Con la salita al potere del Partito nazionalsocialista in Germania nel 1933, il razzismo divenne, per la prima volta, la base programmatica dell’ azione politica di uno stato moderno, potentemente armato. I progetti eugenetici, cioè di purificazione della razza, non furono più soltanto fantasie di qualche pseudo – scienziato o di qualche scrittore fanatico, ma divennero precise azioni di governo, come il “ progetto eutanasia ” con cui era pianificata l’ eliminazione di malati di mente e di portatori di handicap. Quando la Germania nazista scatenò la seconda guerra mondiale, l’ eliminazione e la sottomissione delle “ razze inferiori ” ne furono un obiettivo dichiarato insieme a quello del dominio tedesco sul mondo. Come è noto il destino più atroce toccò agli ebrei e ad altre minoranze come gli zingari. L’ alleanza che l’ Italia fascista strinse con la Germania trascinò anche il nostro paese nella vergognosa esperienza della discriminazione razziale stabilita per legge.

Il governo fascista italiano, che adeguava la sua legislazione a quella in vigore in Germania, metteva in luce la natura razzista del proprio regime che si stava contemporaneamente manifestando in Africa attraverso l’ imposizione di un sistema fondato sulla segregazione ( apartheid ). Nel nome della “ purezza della razza italiana ” ( concetto assurdo fino al ridicolo, se si pensa alla quantità di incroci di differenti tipi umani avvenuta nella storia del nostro paese ) il governo di Benito Mussolini, nell’ indifferenza della maggior parte degli italiani, mise così in atto la discriminazione dei cittadini di religione ebraica cacciandoli dalle scuole e dagli impieghi pubblici, vietando loro i matrimoni “ misti ”, privandoli di gran parte dei diritti civili e politici. Contemporaneamente, senza incontrare alcuna opposizione se non nella popolazione locale, cercava di costruire in Africa un impero coloniale fondato sul principio della superiorità biologica degli uomini bianchi sui neri e sull’ accettazione delle più radicali teorie razziste.

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