Età giolittiana e principali riforme


Dal 1901 al 1914, l’Italia venne maggiormente dominata dal politico liberale Giovanni Giolitti, provieniente da una famiglia borghese di burocrati. Egli fu un abile politico, che riuscì a mantenere il potere per molti anni. Egli non si occupò di questione risorgimentali (come, per esempio, la questione romana) al fine di dare più importanza alle questioni giuridico/amministrative: infatti, non a caso, l’età giolittiana coincide con il boom economico, tipico della seconda rivoluzione industriale (compreso nel triangolo industriale fra le città di Torino, Milano e Genova) che vide la nascita e lo sviluppo di industrie automobilistiche, come la Fiat, agricole e del cotone. Si ebbe un forte intervento economico dello Stato, imponendo una politica protezionistica per favorire la produzione interna, inoltre Giolitti nazionalizzò tutte le ferrovie e le compagnie assicurative (nonostante quest’ultimo intento non andò a buon fine). Questa forte economia, venne anche garantita dalle banche, sia italiane che estere (soprattutto quelle tedesche) poichè investirono i loro capitali nella costruzione di fabbriche. Le fabbriche del sud, tuttavia, rispetto a quelle del nord non erano così sviluppate (infatti riguardarono realtà molto limitate), e si potè parlare del “doppio volto” di Giolitti: la sua strategia al nord consente gli scioperi, restando neutrale fra imprenditore e operai (secondo lui, in Italia, le condizioni per una rivolta socialista era insufficienti, a meno che i lavoratori i lavoratori non fossero esasperati nell’animo). Gli operai ottennero alcune concessioni, come l’aumento dei salari, li portarono ad acquistare anche beni “superflui” (prodotti industriali, come l’automobile) e non solo necessari (come il cibo). Vennero attuate alcune riforme, messe in pratica solo al Nord:
• Riduzione dell’orario a 10 ore,
• Provvedimenti volti alla tutela della maternità per le lavoratrici,
• Età minima lavorativa stabilita a 12 anni.
Lo Stato non investì al sud, per via dell’esportazione del modello piemontese. Per motivi storici, l’esportazione non andò a buon fine, quindi per Giolitti il sud era solamente un “serbatoio di voti”, che andava trattato come sostenitore del governo di turno. L’unica opera pubblica al sud, fu la costruzione dell’acquedotto pugliese e Giolitti represse duramente, causando numerose vittime, gli scioperi. Per queste cause, molti abitanti del sud Italia emigrano all’estero in stati come l’America o la Francia.
Fra il 1911 e 1912, si realizza una ripresa del colonialismo, soprattutto verso la conquista della Libia (a discapito dell’impero ottomano), sicuramente per rendere l’Italia una nazione potente e per assecondare alcune mire delle industrie belliche e delle banche. Inoltre, Giolitti pensò che avrebbe assecondato l’opinione pubblica per via dell’emigrazione: un nuovo stato, ovviamente italiano, dove emigrare era un aspetto positivo. L’occupazione fu molto difficile, poichè le popolazioni locali opposero tanta resistenza, ma nonostante la Libia fosse un possedimento ottomano l’Italia riesce a sconfiggerlo nel 1912, dopo una battaglia avvenuta nel mar Egeo. Tuttavia, fino al 1927 la parte interna della Libia non venne conquistata. Questa conquista portò a spese notevoli e a pochi benefici, poichè per esempio, a differenza della proganda statale, le masse contadine non potevano emigrare in Libia per via della non presenza di campi coltivabili e risorse minerarie (il petrolio verrà scoperto più tardi).
Nello stesso anno, Giolitti consentì il suffragio universale maschile a partire dai 21 anni, ammesso che sappiano leggere e scrivere, altrimenti avrebbero dovuto aspettare ai 31 anni. Alcuni poterono votare prima dei 21 anni, poichè svolgevano il servizio di leva. Nel 1913, stipulò il “Patto Gentiloni” al fine di indirizzare i cattolici verso il partito socialista (invece che liberalista): i cattolici avrebbero votato i parlamentari liberali che avrebbero sostenuto la Chiesa.
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