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GIOLITTI

Dopo un governo presieduto dal liberale Zanardelli passò al governo Giolitti che governò l’Italia quasi ininterrottamente per oltre un decennio [1900-1914 (la belle epoque)]. I ministeri giolittiani furono caratterizzati da una serie di riforme:
- interventi giuridici specifici per ogni Nazione, come la legislazione per il sud a causa degli sgravi fiscali dei ceti rurali, provvedimenti per l’industrializzazione di Napoli, con la costruzione del centro siderurgico di Bagnoli, legge per la costituzione dell’acquedotto pugliese, provvedimenti per la Basilicata;
- Nazionalizzazione delle principali linee ferroviarie di grande rilevanza economico-sociale;
- Legislazione del lavoro: obbligo del riposo festivo, proibizione del lavoro notturno per donne e fanciulli;
- Monopolio statale delle assicurazioni sulla vita, per salvaguardare i risparmiatori dalle condizioni di usura praticate dalle compagnie stesse. Gli utili del monopolio furono devoluti alla cassa pensionistica per gli anziani e gli invalidi;

- Legge elettorale: suffragio universale maschile. Il diritto al voto, già allargato nel 1882 venne esteso a tutti i maggiorenni che sapessero leggere e scrivere e gli analfabeti che avessero prestato il servizio militare o che avessero compiuto i 30 anni di età. Il numero degli elettori da 3 milioni e mezzo passava di colpo a 9 milioni: con le elezioni del novembre del 1913 per la prima volta le masse entravano nella vita politica.
Nell’età giolittiana l’Italia attraversò un periodo di rifioritura economica. Giolitti mirò in tutti i modi a stimolare la produzione industriale, proseguendo la politica protezionistica. Anche nel settore dei lavori pubblici ci furono novità, in quanto nelle gare d’appalto furono ammesse le cooperative dei lavoratori; queste cooperative erano quasi tutte di matrice socialista e cattolica con l’obiettivo di ricevere consensi anche da queste aree sociali. Nel campo finanziario Giolitti mirò a salvaguardare il bilancio dello Stato che fu mantenuto sempre in pareggio. Il potere di Giolitti fu consentito da un sistema parlamentare che prometteva, come già ai tempi di De Pretis, manovre trasformistiche capaci di organizzare attorno alla figura del leader una vasta maggioranza grazie a delle promesse. Giolitti riuscì ad isolare l’ala rivoluzionaria socialista (i massimalisti che sostenevano come il partito socialista dovesse impegnarsi solo ed esclusivamente per il raggiungimento del suo programma massimo, ossia la rivoluzione socialista). Giolitti offrì a Filippo Turati, leader del socialismo riformista di far parte del suo secondo ministero. Turati rifiutò per non compromettere il partito con un governo borghese, ma appoggiò costantemente l’azione giolittiana. Giolitti inoltre stabilì un’alleanza con i cattolici per arginare il potere dei socialisti questo patto fu chiamato “Patto Gentiloni”.
Benché non personalmente fautore di una politica colonialista Giolitti promosse l’impresa di Libia, sollecitato sia da gruppi politici e finanziari, sia dall’opinione pubblica, sia da congiunture internazionali. Tuttavia la guerra si rilevò difficile e dispendiosa e la conquista della Libia non arrecò nessun vantaggio all’economia italiana, la regione infatti era considerata uno “scatolone di sabbia”. In seguito al patto Gentiloni Giolitti era notevolmente condizionato dagli esponenti del cattolicesimo conservatore e così decise di allontanarsi dalla guida del governo. A Giolitti successe il liberal-conservatore Antonio Salandra, mentre la tensione sociale si aggravava. Nel 1914 a causa dell’uccisione di tre operai durante un comizio antimilitarista, violenti moti sociali scoppiarono in Romagna e nelle Marche. Fu la settimana rossa diretta da Benito Mussolini, dal repubblicano Pietro Nemi e dall’anarchico Enrico Malatesta. Per la repressione furono impiegati 100000 uomini.

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