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Dottrina sociale della Chiesa
Espressione designante, in senso lato o più spesso con riferimento particolare all'insegnamento pontificio dell'ultimo secolo, la posizione della chiesa in materia politico-sociale. È chiaro che, nella sua enunciazione primitiva e nella sua storia, il vangelo implica non solo una perfezione personale nella comunione con Dio e nell'amore del prossimo, ma anche, in questo amore, un'incidenza sulla vita collettiva di tutti i raggruppamenti umani, compresi quelli politici, al di là dei rapporti interpersonali. Il « regno di Dio » ha una dimensione sociale. Ma accade pure che questa legge universale si concretizzi in enunciazioni e comportamenti legati a circostanze in cui essa deve soddisfare esigenze e regole particolari. L espressione « dottrina sociale » assume allora un significato specifico, condizionato dai tempi e dai luoghi, con un preciso riferimento alla stona. Certo, l' insegnamento generale del vangelo è sempre valido, ma. in questi casi è vincolato a - e si esprime in un complesso di proposizioni e principi relativizzato dai contesti e dalle circostanze in cui s'incarna. È quel che avviene nell'ultimo terzo del sec. XIX, quando la chiesa prende coscienza delle istanze della civiltà industriale che andava trasformando radicalmente non solo le strutture della società, ma la natura dei rapporti tra gli uomini e, quindi, gli uomini stessi tanto nella loro moralità quanto nel loro essere cristiani. Questa trasformazione, queste « realtà nuove » trovano espressione nella solenne enciclica di Leone XIII - Rerum novarum (1891). Il fatto che tale presa di coscienza abbia luogo cinquant'anni dopo l'appassionata e dura presa di coscienza di Karl Marx nel Manifesto del partito comunista del 1848, è indubbiamente molto significativo. Ma occorre anche riconoscere oggettivamente e non per illegittimo spirito apologetico, che l'intervento di di Leone XIII costituisce nella storia del l'occidente un avvenimento della massima importanza: rappresenta la suprema garanzia spirituale delle aspirazioni e delle rivolte degli oppressi. Lo dimostra il fatto che esso turbò l'opinione pubblica in generale e fu accettato molto lentamente, non senza opposizione sia da parte della chiesa stessa sia da parte del mondo. In questa occasione prese corpo, anche se l'espressione non era usata esplicitamente, la cosiddetta « dottrina sociale » della chiesa. E tale è ormai il suo significato specifico. L'enciclica non vuole essere un'esposizione generale della situazione e dei problemi posti dal progresso né tanto meno delle proposte di soluzioni. Come lo stesso titolo suggerisce, è una protesta contro l'indigenza degli. uomini soggetti alle nuove condizioni di lavoro; questi nuovi poveri non solo si trovano in una situazione economica miserabile, ma sono disumanizzati dalle strutture stesse della produzione e della distribuzione dei beni. Le soluzioni e i rimedi proposti, per quanto suggestivi, rimangono tuttavia effimeri, vaghi, ambigui, segnati da presupposti che occultano la luce evangelica: paternalismo, confessionalismo, confusione tra spirituale e temporale, larvata

teocrazia - lacune e oscurità che l'evoluzione successiva porrà in luce. Di tali lacune e oscurità si analizzeranno qui le cause, che contribuiranno a contaminare la « dottrina sociale », più ancora nel metodo che nel contenuto.

La grande opera dottrinale e apostolica di Leone XIII prosegue nel corso di tutto il sec. XX con importanti documenti papali, la cui continuità è intenzionalmente sottolineata dai vari testi via via pubblicati. Quarant'anni dopo Leone XIII, Pio XI pubblica l'enciclica intitolata Quadragesimo anno (1931). Questa volta i problemi sono enunciati nel loro insieme; si riconoscono i progressi della civiltà industriale senza rancore; si propongono i rimedi senza nostalgia di un passato irripetibile; si dichiara fine specifico del bene comune la « giustizia sociale » (secondo (espressione dell'epoca), che va ben al di là della beneficenza. Ma in questo modo si elabora un corpo dottrinale sulla proprietà, sul sindacalismo, sul ruolo dello stato, di cui non si percepiscono né si enunciano il carattere congiunturale e l'ideologia implicita; si arriva a un «codice sociale » come modello di società. Categorica, per una inadeguata valutazione dell'importante fenomeno della socializzazione, è opposizione al socialismo, non solo nelle sue tesi economico-politiche, ma nelle sue aspirazioni: un'opposizione sommaria e paralizzante che pone la chiesa dalla parte dell'ordine costituito e, grazie a questa collusione, favorisce un clericalismo larvato in un clima dottrinale e culturale che non rispetta l'autonomia delle realtà terrestri. Non senza alcune incoerenze che rendono difficili le iniziative locali, Pio XI intuisce tuttavia il ruolo dei laici nella gestione apostolica e comunitaria della chiesa, e sostiene i nuovi movimenti della cosiddetta Azione cattolica, che saranno i soggetti portanti della dottrina sociale, suscitando l'opposizione delle masse cristiane conservatrici. Pio XII segue la stessa linea, anche se blocca le nuove istanze, in un regime autoritario poco propizio alle innovazioni economiche e sociali: si ricordi per es. il suo inopportuno intervento nella controversia sull'organizzazione delle aziende in Germania (1951), contro la partecipazione operaia alla gestione. L'ossessione del socialismo marxista rende ambigui i rapporti con i regimi autoritari, fascismo e nazismo.

Giovanni XXIII sblocca una situazione che, dottrinalmente e apostolicamente, chiude la chiesa in un vicolo cieco. Ravvisando nella «socializzazione » il grande fenomeno che trasforma gli individui e i gruppi (introduzione all'enciclica Mater et magistra, 1961), Giovanni XXIII vi scorge, secondo l'espressione evangelica da lui rimessa in circolazione, un « segno dei tempi », vale a dire, nel movimento stesso della storia, un'apertura, un appello alla parola di Dio in Cristo Uomo-Dio. La sua famosa enciclica Pacem in terris (1963) analizza lucidamente questi « segni dei tempi » e, in un testo memorabile, distingue tra ideologie e movimenti storici (n. 159), liberando il vangelo dalle ideologie che ne velavano le enunciazioni. Come è noto, il concilio Vaticano II segue la stessa linea, soprattutto con la costituzione Gaudium et spes. Lo prova il fatto che i redattori del testo ne i eliminarono intenzionalmente, per la sua ambiguità, l'espressione « dottrina sociale »; e anche se essa venne surrettiziamente reintrodotta dopo la votazione, ciò non modifica la decisione iniziale. Discernere i « segni dei tempi » ricorrendo al necessario metodo induttivo, nelle situazioni concrete e nell'attività effettiva: è questo e non già un'ubbidiente applicazione ai principi astratti di una dottrina prestabilita, il modo con cui i cristiani dovrebbero attuare le loro decisioni. Paolo VI insisterà spesso su questa espressione « segni dei tempi » e su questo nuovo atteggiamento. E ne allargherà i confini prendendo coscienza dell'emancipazione del Terzo Mondo; (enciclica Populorum progressio (1967), anche se conserva qualche residuo dell'antica concezione, si apre alla universalizzazione dei problemi e contribuisce con ciò a superare l'occidentalismo della dottrina sociale. Octogesimo anno è il titolo della lettera diretta da Paolo VI al cardinal Roy (ottant'anni dopo la Rerum novarum): ancora una volta un appello alla continuità, ma qui la rottura con il metodo dottrinale e pastorale inaugurato da Leone XIII è evidente. « Di fronte a situazioni tanto diverse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale. Del resto, non è questa la nostra ambizione e neppure la nostra missione. Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili del vangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell'insegnamento [non si dice più <dottrina>] sociale della chiesa, qual è stato elaborato nel corso della stona. e particolarmente in questa era industriale, a partire dalla data storica del messaggio di Leone XIII sulla condizione degli operai, di cui abbiamo l'onore e la gioia di celebrare oggi l'anniversario. Spetta alle comunità cristiane individuare (con (assistenza dello Spirito Santo, in comunione con i vescovi responsabili, e in dialogo con gli altri fratelli cristiani e con tutti gli uomini di buona volontà) le scelte e gli impegni che conviene prendere per operare le trasformazioni sociali, politiche ed economiche che si palesano urgenti e necessarie in molti casi » (n. 44). Il monolitismo della « dottrina sociale » risulta ormai incrinato. In parecchi paragrafi della Octogesimo anno si definisce la strategia degli impegni del cristiano nel mondo, dove egli è autonomo nelle sue opzioni sociali e politiche, compreso il giudizio, favorevole e insieme critico, sulle correnti socialiste (n. 31). Tra le ideologie e le utopie, il discernimento è l'operazione della libertà della fede. Questo documento rappresenta il frutto maturo della dinamica e del profetismo del concilio. La « dottrina sociale », nel senso storico e specifico della parola, era un residuo della, potestas indirecta, per cui la chiesa lasciava che la propria testimonianza evangelica fosse strumentalizzata da un potere, se non politico, per lo meno culturale, in competizione con le aspirazioni e le opzioni della società civile. In realtà, ciò equivaleva a dare un carattere ideologico all'impatto della chiesa. Si è parlato di rivoluzione copernicana: il polo regolatore della chiesa ritrova la dimensione concreta e storica del Popolo di Dio, senza incrinarne la gerarchia societaria. Questo rinnovamento della chiesa nella sua natura evangelica ha spostato il campo della sua incarnazione nell'umanità, più ancora nel metodo che nel contenuto: si tratta, nel significato globale definito all'inizio, dell'esplicarsi dell'amore fraterno a dimensione politica.

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