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La questione sociale intorno al 1898

La questione sociale rimase il grave problema degli Stati europei. Secondo la concezione liberale, allora seguita dalla maggior parte dei governi, lo Stato doveva mantenersi indifferente e neutrale nelle contese tra lavoratori e datori di lavoro, limitandosi a reprimere le rivolte, le sommosse, e a soffocare gli scioperi quando questi recavano danno alla produzione, e turbavano l’ordine interno. Questo atteggiamento però non risolveva il problema; e lo Stato liberale trovò numerose opposizioni. Il socialismo si divise in socialismo rivoluzionario, o comunismo, che voleva combattere lo Stato liberale rovesciandolo con la rivoluzione, e in socialismo riformatore, che doveva ottenere per mezzo di riforme la libertà di associazione, le assicurazioni contro gli infortuni, il suffragio universale, l’istruzione gratuita, ecc. anche la Chiesa si interessò del problema sociale con la enciclica “Rerum Novarum” (1891) del papa Leone XIII. In questa enciclica il papa condannava tanto il materialismo marxista e la lotta di classe, quando l’individualismo egoistico del capitalismo, e proclamava, insieme al diritto di proprietà, la funzione sociale della ricchezza e la necessità della collaborazione tra lavoratori e datori di lavoro. L’enciclica attribuiva altresì allo Stato il dovere di intervenire per migliorare le condizioni degli operai, raccomandava a questi ultimi di unirsi per la difesa dei loro interessi, e ricordava l’azione secolare della Chiesa per la difesa e l’assistenza delle classi più povere. Tutte queste dottrine favorirono le riforme sociali da parte degli Stati ed il diffondersi del sindacalismo, cioè delle associazioni di operai che si univano per difendere gli interessi delle loro categorie.
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