I mercati europei e americani nel dopoguerra


Dopo la Grande Guerra i mercati sudamericani e asiatici passano quasi completamente sotto il controllo dell'economia statunitense e giapponese. D'altro canto gli stessi paesi più prosperi di queste aree (ovvero l'Argentina, il Brasile, l'Austria) sfruttano l'occasione per sviluppare i propri sistemi produttivi, capaci di produrre beni che dall'Europa non arrivano più. Alla fine della guerra gli Stati europei oltre che sommersi dall'inflazione si trovano anche a dover fronteggiare una concorrenza sui mercati internazionali che è molto più forte e organizzata di prima del 1914.
Gli stessi mercati europei, almeno nell'immediato dopoguerra, sono del tutto squassati. Vi erano aree che a causa delle vicende della guerra e del dopoguerra sono praticamente fuori dai circuiti di mercato, è il caso della Russia rivoluzionaria, ma in una certa misura è anche il caso della Germania, che era totalmente piegata sotto il peso dell'inflazione.

A peggiorare ulteriormente il quadro sta il fatto che i numerosi nuovi Stati nati nel dopoguerra, per la dissoluzione dell'Austria- Ungheria o per la crisi attraversata dalla Russia, tendono ad adottare subito "politiche economiche protezionistiche", nella speranza di potersi dotare di propri autonomi sistemi produttivi e ciò rende difficile una ripresa degli scambi commerciali.
Da tutto questo contesto, gli Stati Uniti cominciano a emergere come la potenza che ha ottenuto il massimo di benefici economici della guerra. Tra il 1913 e il 1920 la produzione industriale nord-americana e aumentata del 22% mentre quella europea è diminuita del 23%. La bilancia commerciale è diventata talmente favorevole che tra guerra e dopoguerra gli Stati Uniti sono in grado di immagazzinare la metà delle riserve auree mondiali. Questa situazione ha fatto sì che i principali paesi dell'intesa abbiano contratto pesanti debiti di guerra con le banche, con le imprese e con il governo statunitense, che hanno accumulato le risorse per concederli. Oltre a questo gli Stati Uniti sono diventati anche i principali esportatori di capitali nel mondo, infatti alla fine della guerra il 30% degli investimenti delle banche o delle imprese statunitensi risultano collocati in banche, imprese e società per azioni europee.

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