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LA CRISI DELLE DEMOCRAZIE

L’EREDITA’ DELLA GRANDE GUERRA

La guerra era stata la più grande esperienza di massa mai vissuta sino ad allora nella storia dell’umanità e aveva agito come potentissimo acceleratore dei fenomeni sociali, stravolgendo così le tradizioni e le consuetudini.
Circa 65 milioni di uomini erano stati strappati alle loro occupazioni abituali e coinvolti nella guerra; il problema era ora reinserirsi nella società: una società mutata profondamente.
Le donne avevano preso il posto di parenti e mariti nel lavoro, diventando così più indipendenti, c’era un minore rispetto per le tradizioni, la famiglia di tipo patriarcale era ormai in crisi, l’abbigliamento era più libero ed informale.
I lavoratori erano maggiormente consapevoli dei loro diritti, i reduci si sentivano in credito con la società ed “aspettavano” le agevolazioni promesse dallo Stato; tuttavia tali promesse non furono mantenute in quanto gli Stati europei si trovavano in gravi condizioni finanziarie. Dilagò così un acuto risentimento che fu tra le cause dei fermenti sociali postbellici.

La guerra aveva dimostrato l’importanza del principio di organizzazione applicate alle masse; tale principio fu esteso alle battaglie politiche e sociali. Si accentuò così la tendenza alla massificazione della politica, con una conseguente intensificazione di manifestazioni pubbliche con larga partecipazione dei cittadini.
Inoltre l’aspirazione ad un ordine nuovo era comune alla maggioranza degli europei, infatti, anche una società “più giusta” era tra le promesse dello Stato. La concezione di ordine nuovo era però diversa tra gli schieramenti: per un buon numero di lavoratori ed intellettuali era quella che si stava attuando in Russia dopo la rivoluzione d’ottobre; molti erano anche quelli che aspiravano ad una generica pace e giustizia sociale, in linea di massima l’idea di nuovo ordine si ispirava a quella prospettata da Wilson: autodeterminazione dei popoli e pacifici rapporti tra le nazioni.

LE CONSEGUENZE ECONOMICHE DELLA GRANDE GUERRA

Non erano solo sociali e politici i problemi che avevano gravato sull’Europa postbellica, ma soprattutto economici: tutti i Paesi belligeranti uscirono in gravi condizioni di dissesto economico; le spese sostenute per il conflitto furono, infatti, pari al doppio o al triplo del prodotto nazionale durante gli anni di pace.
Per migliorare la situazione i governi furono costretti ad aumentare le tasse, di conseguenza elargendo un maggior numero di prestiti nazionali contribuendo così all’allargamento del debito pubblico. Anche i debiti con i Paesi amici erano alti (soprattutto con gli Stati Uniti).

Tuttavia né le tasse ne i debiti coprirono le spese di guerra: i governi decisero di stampare maggiormente carta moneta mettendo in moto per la prima volta nell’Europa occidentale un processo inflazionistico¹.
Tra il 1915 ed il 1918 i prezzi crebbero di tre volte in Francia, due e mezzo in Italia, due in Germania e Francia, tale tendenza si accrebbe negli anni post bellici.
L’inflazione distrusse posizioni economiche solidissime, soprattutto quelle dei ceti medi; per gli operai invece le retribuzioni vennero misurate in termini di potere d’acquisto, riuscirono così a difendere le loro retribuzioni reali.
Di fronte ai problemi posti dalla conversione, i governi furono quindi costretti a riprendere il nazionalismo economico e il protezionismo doganale, questo poiché molti si persero molti partner commerciali.
Inoltre i governi mantennero le strutture statali di intervento nella vita economica; fu proprio grazie ad esse che in un primo momento l’economia di guerra riuscì ad incrementare i livelli produttivi. Tale fase durò però solo due anni e fu seguita da una fase depressiva. Per le economie europee una vera stabilizzazione si ebbe a partire dalla metà degli anni Venti.

IL BIENNIO ROSSO IN EUROPA

Tra la fine del 1918 e l’estate del 1920, il biennio rosso, il movimento operaio fu protagonista di una grande avanzata politica: i partiti socialisti registrarono ovunque notevoli incrementi elettorali.
I lavoratori diedero via a una serie di agitazioni che consentìrono innanzitutto un miglioramento del livello reale di retribuzione e inoltre una riduzione delle’orario lavorativo a otto ore giornaliere a parità di salario.

Ovunque si formarono spontaneamente consigli operai, che sull’esempio dei soviet russi si proponevano come rappresentanze dirette del proletariato e come organi di governo della futura società socialista. Questa “ondata rossa” si manifestò nei vari Paesi con forme ed intensità diverse.
In Francia e Gran Bretagna le pressioni del movimento operaio furono contenute, in Germania, Austria ed Ungheria assunsero la forma di tentativi rivoluzionari che furono però presto stroncati. Ciò che era stato possibile in Russia, non lo era stato in Europa e vi era ormai una frattura tra le avanguardie ed il movimento europeo legato ai sindacati.

GERMANIA:LE CRISI E I TENTATIVI DI RINASCITA

La Repubblica nata dall’Assemblea costituente di Weimar rappresentò un modello di democrazia parlamentare aperta e avanzata, tuttavia però vi erano molti fattori che minavano il sistema repubblicano e la vita democratica, tra questi:
1.La frammentazione dei gruppi politici che rendeva instabili maggioranze e governi e l’assenza di una forza egemone;
la maggiore forza nella Germania del tempo era la socialdemocrazia che raggruppava gran parte della classe operaia.
I ceti medi si riconoscevano in parte nel Centro cattolico ed in parte nelle formazioni della destra conservatrice e moderata: Partito tedesco nazionale e popolare. Numerosi intellettuali aderirono invece al Partito democratico tedesco.
2.La diffusa diffidenza nei confronti del sistema democratico; la maggioranza della popolazione associava la Repubblica alla sconfitta. Vi era inoltre il problema delle riparazioni (secondo il trattato di Versailles la Germania doveva impegnarsi a risarcire i vincitori per i danni subiti a causa del conflitto) che consistevano in una cifra spaventosa, 132 miliardi di marchi-oro da pagare in rate annuali.

Tale cifra suscitò in tutta la Germania un'ondata di proteste e rivolte (soprattutto nell'estrema destra nazionalista).
I governi che si succedettero tra il 1921 ed il 1923 si impegnarono a pagare le prime rate delle riparazioni, ma per farlo senza aumentare le tasse dovettero aumentare la stampa di carta-moneta. Fu così che il valore del marco precipitò mettendo in moto un rapido processo inflazionistico.
Nel gennaio 1923, in seguito alla mancata corresponsione di alcune riparazioni in natura, il Belgio e la Francia inviarono truppe sul bacino della Ruhr. Il governo tedesco incoraggiò la resistenza passiva della popolazione (con conseguenti ingenti spese per finanziare tale resistenza e una precipitazione del marco). Lo Stato stampava banconote in quantità sempre maggiore, ma si trattava di denaro svalutato del quale la gente si voleva liberare.
Chi possedeva risparmi in denaro o titoli di Stato perse tutto, mentre chi aveva contratto debiti ed i possessori di beni reali furono ovviamente avvantaggiati.
Nell’agosto del 1923 si formò un governo di grande coalizione preseduto da Stresemann, leader del partito tedesco-popolare, fermamente convinto che la rinascita della Germania sarebbe stata possibile solo attraverso accordi con le potenze vincitrici ordinò la fine della resistenza passiva nella Ruhr e riallacciò i contatti con la Francia.
A Monaco, nella notte tra l’8 ed il 9 novembre 1923 alcune migliaia di aderenti al partito nazionalsocialista cercarono di organizzare un’insurrezione contro il governo centrale. Il complotto non ottenne però appoggio dai militari e fu rapidamente represso; Hitler, che era stato l'organizzatore del complotto, fu condannato a cinque anni di carcere.

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