La crisi del 1929 e il "New Deal"

Il mondo devastato dalla Prima Guerra mondiale sembrava ormai incapace di avere una stabilità economica e non erano molte le persone in grado di acquistare l’enorme quantità di merci prodotte. Durante il conflitto gli Stati Uniti, il Giappone e alcuni stati sudamericani si erano enormemente arricchiti, mentre l’Europa si era impoverita. I flussi commerciali e finanziari erano stati stravolti, in modo tale che tutti i Paesi europei, anche quelli vincitori, avevano perso risorse a vantaggio delle Americhe e dell’Estremo Oriente. Inoltre, la frantumazione dei grandi Imperi multinazionali aveva moltiplicato nell'Europa orientale le frontiere che dividevano Stati piccoli e spesso contrapposti da aspre rivalità nazionali. Il commercio internazionale che era stato uno dei motori dello sviluppo economico, non poté più svolgere questo ruolo nel dopoguerra, anche perché molte strade, ponti e ferrovie andarono distrutti. Nel dopoguerra, gli Stati Uniti si videro costretti ad aiutare la Germania perché, se i vincitori si aspettavano un compenso dai vinti, dovevano fare in modo di risollevarli. In Europa gli anni del dopoguerra furono contrassegnati da un frenetico alternarsi di crisi e di riprese e nel continente europeo regnava un caos monetario generalizzato, che favoriva accentuati processi inflazionistici. La disoccupazione restava ovunque elevata. Improvvisi rialzi di Borsa creavano arricchimenti fittizi e una forte propensione al consumo dei ceti medi; altrettanto improvvisi ribassi portavano poi ondate di panico. Significativo fu il caso degli Stati Uniti, che negli anni Venti vissero un periodo di grande prosperità segnata da un aumento della produzione industriale. Per gli americani questi furono anni di consumi di massa, stimolati dalle pubblicità e dalla vendita a rate, e si diffuse uno stile di vita ottimistico. Vi furono importanti cambiamenti anche nella mentalità che divenne più aperta e meno legata alle convenzioni tradizionali, soprattutto per quanto riguarda il ruolo delle donne. Giovedì 24 ottobre 1929 il “giovedì nero”, dopo una giornata di grande nervosismo dei mercati e di ribasso di tutti i titoli, la Borsa di New York crollò improvvisamente. La crisi borsistica si trasmise immediatamente all'intero sistema economico. I risparmiatori che avevano investito in Borsa persero di colpo i loro averi. Non potevano più sostenere le spese che avevano preventivato, e per le quali si erano in molti casi indebitati. Nemmeno potevano più restituire i soldi presi in prestito, mettendo così in difficoltà il sistema bancario. Le aziende quotate in Borsa improvvisamente valevano la metà. Senza credito le aziende sono costrette a chiudere o a ridimensionare la produzione, di conseguenza licenziano la forza-lavoro in eccesso o riducono le giornate lavorative. Il contraccolpo sui salari è inevitabile: disoccupati e lavoratori perdono il loro potere d’acquisto facendo ridurre i consumi di massa e riempire i magazzini di merci invendute. Nonostante i prezzi diminuiscono, non è abbastanza per stimolare una ripresa della domanda facendo crollare anche i prezzi delle materie prime e dei prodotti agricoli. Crollano i prezzi, ma non tanto quanto il potere d’acquisto dei consumatori, e quindi la depressione si autoalimenta. La Grande crisi rivelò che tutto il sistema capitalistico produceva in quantità superiore rispetto all'effettivo potere d’acquisto. A partire dall'epicentro di Wall Street, la crisi si propagò all'intera economia americana. Nessuno sembrava in grado di arrestare il crollo, e le conseguenze sociali furono drammatiche. I disoccupati raggiunsero i quindici milioni e, naturalmente, a essere maggiormente colpite furono le fasce sociali più deboli: le donne, i neri e i lavoratori recentemente immigrati. L’importanza economica degli Stati Uniti era enormemente cresciuta negli anni della guerra ed era quindi inevitabile che la crisi che li aveva travolti determinasse ripercussioni molto gravi sul resto del mondo. La diminuzione della domanda americana colpì le esportazioni degli altri Paesi, che vennero ulteriormente danneggiati dall'adozione da parte degli Stati Uniti di misure protezionistiche. L’ondata di fallimenti si propagò immediatamente alla banche e alle aziende tedesche. Le piccole aziende agricole indebitate passarono in proprietà delle banche creditrici e i contadini diventarono affittuari delle terre che erano loro appartenute. In molti casi le piccole proprietà furono accorpate e i contadini espulsi dalla terra andarono a ingrossare la schiera dei disoccupati. Nel 1929 gli Stati Uniti detenevano il 45% della produzione mondiale e un altro 35% era diviso tra Inghilterra, Francia, Belgio, Germania, Canada, Svezia, Austria, Svizzera e Olanda. Furono quindi questi i Paesi più danneggiati, mentre l’Italia, che dipendeva ancora poco dal mercato mondiale, fu colpita in ritardo e in modo marginale. Il problema più drammatico fu quello dei disoccupati. Chi perdeva il lavoro non aveva nessuna ragionevole speranza di trovarne un altro. La disoccupazione di abbatteva su un terzo, e a volte più, della forza-lavoro dei paesi industrializzati. Anche quando la produzione industriale cominciò a riprendersi, l’occupazione non raggiunse i livelli perduti: le aziende che erano riuscite a sopravvivere avevano infatti registrato dei progressi tecnologici che consentivano loro di risparmiare sulla manodopera. ROOSEVELT E IL “NEW DEAL” il pensiero economico liberale aveva sempre ritenuto che lo stato non dovesse intromettersi nel funzionamento del mercato ma furono proprio le nazioni che avevano adottato un controllo statale dell’economia, con misure più o meno drastiche, a reagire meglio alle difficoltà. La Russia conobbe un periodo di intenso sviluppo industriale basato su una rigida pianificazione. Nei Paesi retti da regimi di tipo fascista la politica di riarmo e la grande crescita della spesa militare stimolarono la ripresa dell’economia. Anche nei Paesi rimasti fedeli alla democrazia e al mercato si fece comunque strada la convinzione che lo Stato dovesse assumere un ruolo più attivo nella vita economica, pur senza arrivare ad un’integrale pianificazione. Ad aprire la strada a un maggiore intervento pubblico nell'economia furono proprio gli stati Uniti, il Paese più colpito dalla crisi, ma anche quello che aveva fatto della libera iniziativa la propria bandiera. Nel 1932, all'apice del tracollo economico, venne eletto alla presidenza il democratico Franklin Roosevelt che, come primo passo, mise al lavoro un “gruppo di cervelli” (brain trust) che gli suggerì la strada di quello che fu chiamato “New Deal” il governo varò un grande programma di investimenti federali finanziati con la spesa pubblica. Era necessario creare una nuova occupazione, quindi distribuire salari e mettere i cittadini nella condizione di acquistare i beni sul mercato, cioè di creare una nuova domanda. Ciò avrebbe stimolato la produzione di beni e rimesso in funzione il sistema dei consumi. Per rilanciare gli investimenti il governo aveva davanti a sé due strade: finanziare opere pubbliche, oppure promuove gli investimenti provati con agevolazioni al credito. L’indebitamento sarebbe stato momentaneo, poiché l’auspicata futura ripresa dell’attività produttiva avrebbe portato a sua volta a un aumento del gettito fiscale. Sul fronte delle opere pubbliche, mise in cantiere una gigantesca risistemazione delle risorse idriche per gli stati del Sud. L’amministrazione di Roosevelt intervenne su salari e prezzi con la “Legge per la ripresa nazionale dell’industria”. Questa legge assicurava agli operai un salario minimo e un orario di lavoro massimo; inoltre imponeva alle industrie il rispetto della liberà sindacale, in aggiunta ad una serie di vincoli che frenavano la concorrenza e facevano quindi salire i prezzi. Il New Deal fu quindi anche l’occasione per ripristinare, in chiave moderna, quelle forme di difesa dei poveri che il capitalismo aveva travolto durante il secolo precedente. Con il New Deal le istituzioni pubbliche tornavano a regolamentare il mercato, soprattutto quello del lavoro, a difendere gli operai e a limitare la concorrenza. Tale programma di intervento statale massiccio nella libera concorrenza costava caro dal punto di vista finanziario e il debito pubblico americano crebbe e suscitò una violenta opposizione. La stessa Corte suprema fu indotta a schierarsi contro il governo e il presidente Roosevelt dovette promuovere una mobilitazione politica e ideale di grande spessore. Si trattava ancora una volta di difendere i ceti più deboli e insieme la ricchezza nazionale, limitando i diritti e le iniziative dei grandi industriali. L’equilibrio istituzionale americano risultò alterato, con un sostanziale rafforzamento del potere del presidente. Il programma rooseveltiano, analogamente a quello dei fascismi europei, poteva essere inteso come la ricerca di una “terza via” fra capitalismo e comunismo mediante l’ingerenza statale nella vita economica.

Hai bisogno di aiuto in Storia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email