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Antecedenti e caratteristiche dei moti risorgimentali


Tra il 1859 e il 1861 l’Italia divenne uno stato nazionale unitario, ma il processo di unificazione nazionale fu lungo e tortuoso a causa dell’influenza che l’impero austriaco esercitò dal 1815 in poi sulla penisola. Dopo il congresso di Vienna il territorio italiano era meno frammentato e gli stati italiani furono restituiti ai sovrani che li dominavano durante l’età pre-napoleonica. Dopo i moti del 1830-1831 cominciò a sorgere negli italiani l’ideale di nazione, che si sviluppò parallelamente a quello di libertà. Nella storia europea questi due concetti non hanno sempre coinciso, ma nel caso dell’Italia essi costituirono un binomio compatto.
Con il termine risorgimento si indica quel periodo che va dal 1815 al 1870 che portò all’unificazione nazionale dell’Italia. Il termine fa riferimento al risveglio civile e politico degli italiani.
Nella penisola il sentimento nazionale aveva cominciato ad affiorare alla fine del settecento, per questo motivo vi furono molte opposizioni ai regimi restaurati e diverse cospirazioni. Tra il 1808 e il 1815 nacque la carboneria, una società segreta fondata a Napoli durante il regno di Gioacchino Murat, i cui membri, legati da un patto giurato, si promettevano la reciproca assistenza e ne facevano parte commercianti, professionisti, sacerdoti, artigiani, possidenti e persino contadini. Il nome di questa società segreta intendeva richiamare l’atmosfera delle botteghe dei commercianti di carbone,, tanto che le sue sezioni erano chiamate vendite.
I carbonari aspiravano ad una liberalizzazione politica dei vari stati italiani pur mantenendo la monarchia. Essi ebbero un ruolo importante nei moti rivoluzionari del 1820-1821. Nel mezzogiorno i moti vennero guidati dai carbonari i quali, organizzati con gli ufficiali dell’esercito, fecero scoppiare un’insurrezione. Ferdinando I si rassegnò senza quasi reagire e concesse una costituzione, che venne elaborata sulla base di quella emanata a Cadice in Spagna nel 1812. Il 1 ottobre dopo le elezioni a Napoli si istaurò un parlamento costituito da filomurattiani e carbonari. I filomurattiani erano i sostenitori di Gioacchino Mura, che aveva cercato di guidare una sollevazione generale della popolazione italiana dopo la sconfitta di Napoleone, proclamando come obiettivi l’emanazione di una costituzione e l’indipendenza italiana. Il suo tentativo fallì, tuttavia rimase vivo negli italiani il desiderio di indipendenza.
Pochi giorni dopo l’esercito napoletano riuscì a domare una rivoluzione separatista scoppiata in Sicilia. Approfittando della debolezza dei poteri costituiti, l’intera popolazione di Palermo si ribellò ai Borbone e riuscì a cacciarli dalla città. Essa era riuscita a far formalizzare la separazione della Sicilia dalla penisola.
Ferdinando I sollecitò l’intervento dell’Austria nel regno. Dopo non più tardi di un mese le truppe austriache ebbero la meglio su quelle ribelli e la costituzione venne revocata.

Nel frattempo scoppiò una rivolta nel regno di Sardegna. Gli obiettivi di questa insurrezione erano l’emanazione di una costituzione, la liberazione dal dominio austriaco e l’istituzione di un regno liberale dell’Alta Italia sotto la corona sabauda.
Il leader della rivolta fu il conte Santor di Santarosa. A marzo ad Alessandria scoppiò una sollevazione di militari ed il loro esempio venne poi imitato in tutto il Piemonte e a Genova.
Sorpreso dagli eventi, re Vittorio Emanuele I abdicò a favore del fratello Carlo Felice, che però era fuori dal regno e così venne insediato in qualità di recente Carlo Alberto. Nel frattempo Carlo Felice chiese l’intervento della Santa Alleanza per soffocare le rivolte. I giovani rivoltosi furono sconfitti poco dopo a Novara e molti ribelli vennero giustiziati.

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