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Esiti e caratteristiche delle lotte risorgimentali in Italia


Nel 1831 scoppiarono delle rivolte nei ducati padani e nello stato pontificio e ancora la carboneria ebbe un ruolo fondamentale. Infatti i ribelli, guidati da Ciro Menotti, a inizio febbraio si impadronirono di Modena e Parma e la rivolta venne poi estesa alle legazioni civili confinati, ovvero sia l’Emilia Romagna e l’Umbria, dove venne abolito il potere dei papi e fu istaurato un governo provvisorio. Tuttavia a fine marzo, dopo l’intervento delle truppe austriache venne ristabilito il vecchio ordine e Ciro Menotti fu giustiziato.

Nei primi anni 30, il genovese Giuseppe Mazzini fondò la Giovine Italia, una nuova organizzazione clandestina con un programma democratico e repubblicano, che aveva come obiettivo quello di costruire un’Italia unita. Nella visione di Mazzini era fondamentale cercare il consenso popolare, infatti il programma della Giovine Italia era aperto al tema dell’emancipazione sociale dei ceti più umili e vedeva protagoniste le masse popolari. Negli anni 30 i militanti della Giovine Italia cercarono più volte di organizzare sommosse in varie città con la speranza di dare vita ad insurrezioni, ma la maggior parte di esse vennero stroncate sul nascere. A causa della pressione della polizia, nel 1834 la Giovine Italia fu costretta a sciogliersi, così Mazzini andò in esilio all’estero, prima in Francia e poi in Svizzera, dove fondò la Giovine Europa. Infine si recò a Londra, dove fondò nuovamente la Giovine Italia, che amministrava da lontano.

Nel 1844, malgrado il parere contrario di Mazzini, i fratelli Attilio ed Elio Bandiera cercarono di dare vita ad un’insurrezione e organizzarono una spedizione in Calabria, nella quale i Mazziniani vennero catturati e uccisi.

Il punto debole del programma di Mazzini consisteva nella scarsa conoscenza delle campagne italiane. Il ripetuto fallimento dei tentativi Mazziniani dimostrava così lo scarso radicamento di idee che solo con il tempo avrebbero incontrato l’adesione della popolazione italiana e che invece lasciavano del tutto indifferente la popolazione contadina (che costituiva l’80% della popolazione totale). Ciò non significava che non vi fosse insofferenza nei confronti degli stati assoluti, ma quest’insoddisfazione tendeva a trovare sbocco nell’aspirazione alla liberalizzazione della vita politica in ciascuno degli stati esistenti e nel contenimento dell’egemonia austriaca in Italia.

Erano questi i punti fondamentali del programma liberale, la cui parola d’ordine era indipendenza, che fu formulato da figure come Gioberti, Balbo e Dazellio. Gioberti, militante Mazziniano, aspirava ad un’alleanza tra il movimento liberale e la Chiesa e la formazione di una confederazione degli stati italiani. Balbo, così come Gioberti, sosteneva che la prima esigenza per gli italiani non fosse l’unità, ma l’indipendenza, da raggiungere mediante l’allontanamento degli Austriaci dalla penisola, però, a differenza di Gioberti, concepiva una confederazione italiana fondata sull’esercito dei Savoia e non guidata dal Papa. Infine, Dazellio invitò l’opinione pubblica di tutti gli Stati della penisola a mobilitarsi per chiedere ai sovrani moderate riforme in senso liberale.
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