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La Repubblica veneta durante il rinascimento


A differenza di quanto accadeva nelle signorie insediate nel resto d’Italia, la fioritura culturale e artistica di Venezia non fu espressione di una vera e propria corte: in uno stato retto da un doge e da un senato oligarchico, i principali committenti restavano i singoli esponenti delle famiglie nobili e le istituzioni pubbliche, prime fra tutte il governo della repubblica e le cosiddette Scuole. Fondazioni tipicamente veneziane, queste erano sedi di confraternite laiche che riunivano gruppi sociali omogenei (per esempio commercianti, artigiani impegnati nello stesso settore, lavoratori stranieri), offrendo loro spazi di incontro, ma promuovendo anche iniziative di mutuo so, corso. Gli edifici che le ospitavano erano spesso riccamente decorati al loro interno da importanti cicli pittorici.
Per quasi tutta la prima metà del Quattrocento, Venezia e le città della terraferma erano rimaste tenacemente ancorate a una raffinata tradizione tardogotica. Il primo centro veneto ad aprirsi alle novità rinascimentali provenienti da Firenze fu Padova, che tra il 1443 e il 1454 ospitò Donatello. La cultura padovana, grazie alla prestigiosa università, ma anche agli stimoli suscitati dai ripetuti soggiorni trecenteschi di Petrarca, aveva già sperimentato la nascita di un Umanesimo locale e in quei decenni era vivamente interessata allo studio dell’antico: una figura come quella di Donatello divenne dunque fondamentale per accelerarne la metamorfosi in campo artistico. Erede e divulgatore principale di questo grande fermento fu il padovano Andrea Mantegna, che giocò un ruolo decisivo anche per Venezia e per il suo maggiore pittore quattrocentesco, Giovanni Bellini.
A Padova e a Venezia negli ultimi tre decenni del secolo si affermò un’innovazione che avrebbe cambiato per sempre la storia della civiltà moderna: l’arte della stampa a caratteri mobili, inventata pochi anni prima a Magonza dal tedesco Johann Gutenberg. Tra il 1470 e il 1500 a Venezia furono attive oltre 150 stamperie, tra cui la celebre tipografia di Aldo Manuzio, e si pubblicarono ben due milioni di copie di libri, un risultato eccezionale per quei tempi, indice del notevole livello culturale di una parte della società.
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