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La pittura a olio


Viene detta “pittura a olio” la tecnica pittorica che utilizza pigmenti in polvere sciolti in un olio vegetale (di lino, di papavero o di noce). La pasta ottenuta è diluita con essenze ricavate dalla lavanda, dal rosmarino e soprattutto dalle gemme del pino marittimo o di altre conifere (trementina).
I colori a olio hanno una migliore stabilità nel tempo rispetto alla tempera e, seccandosi più lentamente, consentono all’artista una maggiore precisione nell’esecuzione dell'opera; inoltre sono più efficaci per la resa degli effetti di luce. Un ulteriore vantaggio è poi la possibilità di correggere gli errori, asportando la pittura con una piccola spatola, pulendo la zona con uno straccio imbevuto di trementina e ridipingendola.
Già nota agli antichi romani, nel Medioevo la pittura a olio non era stata più praticata in Italia, o quanto meno era poco diffusa. Nelle sue Vite, Giorgio Vasari ne attribuisce l'invenzione a Hubert e Jan van Eyck: al di là della paternità presunta, è vero che nella prima metà del Quattrocento a perfezionare questa tecnica furono proprio pittori fiamminghi poi chiamati alla corte di Urbino. Nell’arte italiana, il passaggio dalla tempera alla pittura a olio si verificò verso il 1470, per assecondare le esigenze di uno stile più naturalistico, che richiedeva sfumature e tinte più brillanti. I primi ad adottarla furono Piero della Francesca e Antonello da Messina.
La preparazione del supporto
Fino alla seconda metà del XV secolo il supporto principale per la pittura continuò a essere il legno di pioppo (il più usato in Italia) o di quercia (diffuso nelle Fiandre). In seguito si passò progressivamente all'uso di tele di canapa o di lino, sostenute da telai in legno e facilmente trasportabili per la loro leggerezza.
Prima di essere dipinti, entrambi i tipi di supporto - legno e tela - venivano preparati attraverso l’imprimitura, che consisteva nella stesura di uno strato di caseina (colla di formaggio) e gesso o creta, in modo simile a quanto accadeva per l'esecuzione di una tempera su tavola. Si passava poi a una seconda imprimitura di grafite e di nero ottenuto dalle foglie di vite, sciolti in una leggera quantità di olio, per ridurre l’effetto di assorbimento del gesso e accentuare la brillantezza e la luminosità dei colori.
Il modo di procedere nella pittura a olio era dipingere “grasso su magro”, ovvero stendere le prime pennellate di abbozzo con pigmenti più corposi, per poi passare a velature finali più diluite con l'olio, cioè pennellate più bevi e trasparenti. Le velature sortiscono l'effetto di mettere in relazione tutti gli strati di pittura: due colori sovrapposti creano un nuovo colore. La bravura dei grandi maestri consisteva nel saper padroneggiare questi esiti, anche perché i pigmenti in uso all'epoca erano più difficilmente miscelabili di quelli attuali. In tal modo era possibile rendere palpabili la luce e i suoi riflessi sugli oggetti o sui corpi e più evidenti i volumi.
I colori venivano spesso usati puri, uniti solo con il bianco, e le tonalità si ottenevano per sovrapposizione, essendo la tavolozza molto limitata.
Nel Quattrocento il segno del pennello era quasi assente e la superficie liscia. In seguito i colori furono stesi in modo più materico, cioè più corposo, lasciando visibili le pennellate: alcuni pittori, come Leonardo da Vinci e Tiziano, usarono anche le dita.
Talvolta si utilizzava una tecnica mista: tempera all'uovo per le parti più unitarie e uniformi, come i cieli e gli incarnati, insieme a colori a olio per i punti più vivaci, le ombre e le velature. Ne è un esempio il Battesimo di Cristo realizzato da Ver-rocchio con la collaborazione di Leonardo.
I tempi di essiccazione della pittura a olio sono lunghi, ma alla fine il pigmento si trasforma in una solida resina. A protezione finale dell’opera veniva stesa una vernice trasparente che conferiva brillantezza e profondità al dipinto, ma anche resistenza alla luce e agli agenti esterni.
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