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Neoclassicismo


La storia europea della seconda metà del settecento risente profondamente del movimento culturale che prende il nome di Illuminismo, il quale, pur affondando le radici nell’Inghilterra della prima metà del secolo, trova in Francia il terreno più fertile per il suo sviluppo.
Capisaldo comune degli intellettuali illuministi era l’importanza data al ruolo della ragione umana, che era ritenuta capace di illuminare le tenebre dell’ignoranza e della superstizione sottoponendo la realtà all’esercizio critico della ragione, il loro motto era: “sapere aude” (abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza).
Le idee degli illuministi francesi (philosophes) influenzarono i sovrani di molti stati europei nella stagione definita assolutismo illuminato. Gli Stati coinvolti oltre a Francia e Inghilterra furono: Austria, Prussia, Russia, e Italia soprattutto a Milano sotto il dominio austriaco, dove operano Pietro e Alessandro Verri e Cesare Beccaria.
La spinta riformatrice dell’assolutismo illuminato però si esaurisce verso la fine del secolo: la relativa stabilità politica del continente venne difatti sconvolta da un evento capitale per la storia europea: la Rivoluzione francese, figlia della cultura illuminista e degli ideali di libertà politica e di riforma economica e sociale.
Possiamo dire che tutti i sistemi democratici moderni sono in qualche modo eredi della rivoluzione francese, difatti essa portò all’affermazione di nuovi diritti, alla razionalizzazione delle norme che regolano i rapporti tra individui.
L’eredità dei Philosophes però è molto più vasta.
Nel corso del secolo dei lumi, il settecento, l’Illuminismo influenza tutti campi della cultura. La fiducia nelle capacità della ragione umana stimola un rinnovato interesse per la matematica, le scienze fisiche e biologiche, le scienze applicate e le tecniche. Questo aspetto è evidente dall’attenzione riservata alle arti e ai mestieri nelle pagine dell’opera più rappresentativa del pensiero illuminista: l’Encyclopedie, edita sotto la direzione di Diderot e d’Alembert.
Dunque anche in ambito artistico le teorie estetiche, le tecniche e le stesse modalità di formazione dell’arte sono profondamente influenzate dal clima culturale del tempo. L’interesse per il razionalismo conduce a una rivalutazione dei valori dell’equilibrio e della misura, e dunque, in modo analogo a quanto già avvenuto nel 400, alla riscoperta dei classici. Si apre così la stagione artistica del Neoclassicismo.
Il neo classicismo dunque è lo stile che segna il gusto in Europa tra la seconda metà del settecento e la caduta di Napoleone, indicando come periodo quello che va dal 1760 al 1815. Le forme neoclassiche, declinate nella pittura e nella scultura, fanno riferimento al modello formale degli antichi greci dei romani. L’artista neoclassico riconosce nell’antico sia un canone estetico, basato sui principi dell’armonia, dell’equilibrio e della proporzione, sia un esempio di rettitudine etica e morale. Quando lo studioso tedesco Winckelmann scrisse che l’unica via per noi può diventare grandi è l’imitazione degli antichi, non intende solo esaltare la semplice copia della statuaria dell’architettura classica, ma incoraggia a seguire l’esemplarità degli antichi. Egli afferma che attraverso il recupero della forma antica è possibile trasmettere nelle opere moderne anche con gli aspetti estetici ed etici che essa conteneva, egli non è solo il teorico del neoclassicismo ma anche la figura che ha gettato le basi per la moderna storia dell’arte, cercando di individuare una successione temporale basata sull’attento studio dei manufatti. 
Egli, con una valida formazione scientifica e teologica alle spalle, sviluppa appunto le prime riflessioni sul valore esemplare dell’arte antica. In “Pensieri dell’arte greca” raccomanda l’osservazione diretta del modello antico poiché questo è un esempio di nobile semplicità e quieta grandezza, i due elementi indispensabili per il raggiungimento del bello, che sono nobili ma semplici, grandi ma incapaci di turbare i nostri sentimenti. A Roma lo studioso tedesco trova una situazione ideale per intraprendere la stesura di numerosi saggi sull’arte, tra cui il suo libro più noto: “la storia dell’arte nell’antichità”. Questa è la prima opera di storia dell’arte concepita con un metodo moderno: mostra lo sviluppo evolutivo degli stili secondo un percorso cronologico. In base a elementi formali, egli individua quattro fasi dell’arte antica:
-lo stile primitivo
-lo stile grandioso
-lo stile bello, di cui Prassitele e Lisippo erano i maggiori esponenti
-lo stile d’imitazione, caratterizzò tutto il periodo romano
In “Imitazione dell’arte greca” spiega quindi che alla base di una buona opera vi è sempre l’arte greca, così come l’arte romana non è altro che una sua imitazione.
Il termine neoclassico, cognato con connotazione negativa alla fine dell’ottocento per indicare un’arte non originale, fredda e accademica, nascondeva un giudizio di valore che rimasto tale fino a tempi relativamente recenti, difatti in Italia il neoclassicismo godrà di una rivalutazione senza pregiudizi solo verso gli anni 60 del novecento.
In risposta all’abbondanza decorativa del Rococò, gli artisti neoclassici recuperano le forme semplici e pulite degli antichi: qui il carattere monumentale non è più dato dallo sforzo decorativo quanto dalla ripetizione seriale degli elementi. La tendenza neoclassica di ripresa dell’antico nasce anche dalle scoperte archeologiche che permisero di approfondire gli studi in senso filologico, basandosi cioè sul confronto dei prezzi e dei documenti antichi in modo da costruire una storia dell’archeologia su basi scientifiche.
Dunque, la ripresa dell’antico non è come accaduto nei secoli precedenti, una semplice questione di forma, ma coincide con un costume sociale che viene presto codificato: studiosi, letterati e artisti si adeguano così a norme stabilite. L’artista neoclassico segue una formazione accademica rigorosa che in seguito mette a frutto nella sua produzione con varianti minime. 
La regola neoclassica gli garantisce un risultato di equilibrio e dunque di bellezza, il canone accademico imbriglia la fantasia, la quale era stata invece un punto di forza nell’elaborazione del linguaggio spumeggiante e sontuoso del barocco e del rococò.
Il settecento è anche il secolo in cui nasce l’estetica moderna, una disciplina filosofica che mira alla definizione di ciò che è bello, dal momento che il bello risponde a canoni. Tenendo conto che il bello è già in natura, il compito dell’artista neoclassico è quello di riconoscerlo e portarlo in evidenza, depurandolo da eventuali imperfezioni. Questo concetto è ben chiaro nel pensiero del pittore boemo Mengs, il quale scrive che “un ideale di pittura si fonda sulla selezione delle cose più belle di natura purificate da ogni imperfezione”.
Tra il 1760 e il 1761 l’artista tedesco realizza un grande Parnaso in cui Apollo domina il centro della scena nudo e attorniato dalle muse, in particolare vi è la figura della dea della memoria, Mnemosina, che è la madre di tutte le altre. Il soggetto mitologico, i contorni ben definiti, l’assenza di pathos, ne fanno non solo un puro esempio di un paesaggio idilliaco, ma anche una delle opere più rappresentative del rinnovamento pittorico in senso neoclassico.
Oltre a Mengs e Winckelmann, i protagonisti nel neoclassicismo furono gli scultori Antonio Canova, Bertel Thorvaldsen e il pittore francese Jacques Louis David, i quali avevano un comune denominatore: Roma.
Roma diviene infatti il crocevia dell’elaborazione del pensiero neoclassico, dove il rapporto con l’antico è diretto e quotidiano, e dove si concentrano le maggiori collezioni di statuaria classica. Roma divenne il teatro di grandi committenze per le quali gli artisti neoclassici mostrano una predilezione rivolta soprattutto ai soggetti mitologici che permettono la raffigurazione dell’idealità, della pulizia formale e dei contenuti esemplari.
Oltre al carattere scientifico e alla qualità estetica, il neo classicismo presenta anche elementi morali per cui i monumenti antichi affascinano: il viaggiatore settecentesco ammira l’equilibrio di una statua classica percependo anche il volto etico e civile della società che gli aveva creati.
L’architettura neoclassica è uno stile architettonico impiantato su un equilibrio di elementi basilari: colonna, frontone e pianta regolare, accorpati nel rispetto delle proporzioni della pulizia formale a discapito degli elementi decorativi ridotti al minimo.
Gli anni di sviluppo dell’architettura neoclassica coincidono in linea di massima con quelli della evoluzione industriale, 1780 e 1830. Questo comporta una diretta ricaduta sulle modalità costruttive. L’edificio neoclassico dunque non è più una macchina per stupire, ma è un modello di rigore formale, specchio di una società guidata da saldi principi etici e morali. La monumentalità è data dai volumi imponenti e dalla ripetitività di moduli classici: dal repertorio dell’architettura antica, in particolare quella ionica, vengono recuperati elementi come arco, frontone e colonna. Giuseppe Piermarini fu uno dei protagonisti della stagione architettonica neoclassica italiana: a lui si devono il Teatro alla Scala di Milano e la Villa Reale di Monza.
Il Teatro fu iniziato nel 1776 e inaugurato nel 1778. La facciata è organizzata su tre corpi aggettanti; tra questi l’avancorpo centrale è costituito da un portico bugnato terrazzato a cinque ampie arcate. La porzione di facciata del secondo corpo invece è scandita da semicolonne binate (cioè che si assottigliano agli angoli sono a diventare lesene) e si finestre sormontate da un frontone. La base del frontone E lungo esattamente quanto il porticato. Pier marini abbina al recupero degli ordini classici puri alcuni elementi dell’architettura rinascimentale, come ad esempio la corona di balaustre che chiude la sommità dell’edificio, mantenendo tuttavia intatta la simmetria della costituzione.
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