Video appunto: Michelangelo - Tomba di Giulio II - Analisi

Michelangelo - Tomba di Giulio II - Analisi



La tomba del Papa Giulio II è un progetto scultoreo ed architettonico elaborato da Michelangelo, ma mai compiuto come previsto perché modificato più volte.
Alla morte di Giulio II, gli eredi per volontà esplicita del papa stipulano un contratto con Michelangelo affinché riprenda i lavori.
La storia del progetto è però molto lunga e complessa. Nel progetto originario, che conosciamo tramite il Vasari, si trattava di un colossale mausoleo, a forma di piramide architettonica e scultorea da collocare all’interno della basilica di S. Pietro. Il sarcofago del papa avrebbe dovuto essere dotato di una quarantina di statue alcune libere e altre inserite in apposite nicchie. Michelangelo accettò il lavoro e preso da entusiasmo si recò immediatamente nelle cave di Carrara per scegliere i blocchi marmo necessari. Durante la sua assenza, a Roma fu messo in piedi un complotto contro di lui, mossi dalla gelosia che muoveva gli artisti della cerchia papale e fra questi, primo fra tutti il Bramante. Fu così che al ritorno da Carrara, Michelangelo si rese conto che il papa non era più interessato al progetto della sua tomba a favore della Basilica di Sam Pietro con la scusa che la costruzione di un sarcofago prima della morte non era di buon auspicio. Chiese dei chiarimenti al papa, ma inutilmente e alla fine decise di lasciare Roma per Firenze. Grazie all’intervento del gonfaloniere di Firenze Pier Soderini e alle numerose sollecitazioni papali alla fine ritornò sulla sua decisione e, nel frattempo, gli fu affidata la decorazione della Cappella Sistina.

L’anno successivo, nel 1513, Giulio II morì e gli eredi per volontà esplicita del papa stipulano un contratto con Michelangelo affinché riprendesse i lavori. Il progetto fu rivisto notevolmente, prevedendo un monumento addossato alla parete. A questo periodo risalgono le prime statue: lo Schiavo ribelle, lo Schiavo morente e il Mosè. Probabilmente le due state rappresentano le provincie conquistate da Giulio II o forse le Arti Liberali incatenate e morenti a causa della morte del Papa. oppure la perenne lotta dell’uomo contro il destino e la sua sconfitta. Nello Sciavo morente esiste un chiaro riferimento al Lacoonte. Il senso del dolore nasce dal fatto che lo schiavo cerca di liberarsi dai lacci volgendo la testa da un lato e il torace dall’altro mentre le gambe, che non appoggiano sullo stesso piano, sono in posizione frontale. La stessa sofferenza è presente nello schiavo morente. Il corpo proporzionato, levigato, il volto è perfetto e questo rende ancora più drammatica la coscienza di essere alla fine della vita. Lo schiavo mantenendo una mano dietro la testa e cercando di alzare la maglia che gli copre il petto, sembra che voglia liberarsi il petto per approfittare dell’ultimo respiro. Le due statue che erano previste nel secondo progetto, non erano invece previste nel progetto definito della tomba per la chiesa di San Pietro in Vincoli. Per questo motivo, Michelangelo le regalò a Roberto Strozzi che lo aveva ospitato in casa sua durante il soggiorno romano. Nel 1550, Roberto Strozzi le portò con sé in esilio a Lione ed in seguito, ne fece dono al re di Francia. Attualmente entrambe sono esposte al Museo del Louvre.
Nel Mosé, l’unica che ha trovato una collocazione definitiva in S. Pietro e Vincoli, molti hanno visto il ritratto di Giulio II. Tutti i particolari ci fanno capire le qualità del personaggio e la sua energia morale: egli volge la testa corrucciata, fissa lo sguardo con un aspetto imperioso verso l’interlocutore, manifesta una volontà egemonica, indomabile e coraggiosa. Un’evidente continuità con la tradizione ci è data dal San Giovanni Evangelista di Donatello.
Per la Tomba, Michelangelo scolpì anche quattro Schiavi e il Genio della Vittoria. Gli schiavi sono spesso noti con il nome di Prigioni. In essi è presente una forte drammaticità della loro condizione di oppressi e di inutilità della lotta, resa ancora più evidente dal “non-finito” che esaspera il contrasto fra ciò che è forma e ciò che resta allo stato informe.
I Prigioni sono conservati alla Galleria dell’Accademia, eccetto il Genio della Vittoria che si trova nel Salone dei Cinquecento, nel Palazzo Vecchio, a Firenze.