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Il giudizio universale

Oltre vent’anni dopo aver ultimato la decorazione della volta, Michelangelo tornò a lavorare nella Cappella Sistina. Tra il 1536 e il 1541, infatti, dipinse sulla parete di fondo il Giudizio universale, una delle più potenti e grandiose rappresentazioni della fine del mondo mai eseguite.
I motivi della scelta di questo tema sono da ricercare nella drammatica situazione dell’epoca: Roma aveva subito, quasi come un flagello divino, l’oltraggio del sacco del 1527 e la chiesa era chiamata a difendere la dottrina cattolica dagli attacchi della Riforma protestante. La tormentata composizione dell’affresco è il manifesto più eclatante di come i tempi dell’Umanesimo e della fiducia nella ragione umana fossero ormai tramontati, per lasciare spazio alle ansie generate dalla precaria situazione italiana e, soprattutto, dalla crisi della chiesa.
L’immensa scena è composta da ben quattrocento figure che si stagliano su un cielo azzurro astratto. Fulcro della composizione, al centro in alto, è Cristo giudice, giovane e sbarbato, rivolto verso i dannati con un braccio alzato nell’atto di condannarli per sempre alle pene dell’inferno; stretta al suo fianco è la Madonna. Intorno a loro è sospesa la schiera dei santi, ciascuno con i propri simboli: a fianco di Maria, sant’Andrea con la croce e san Giovanni Battista con la pelle dell’eremita; ai piedi di Cristo, a sinistra, si trova san Lorenzo con la graticola, mentre a destra san Bartolomeo regge un coltello e la pelle che gli fu tolta dal corpo (che presenta i tratti deformati del volto di Michelangelo); poco sopra, san Pietro si protende con le chiavi e san Paolo, avvolto in un manto rosso, si ritrae con espressione allarmata; al di sotto si riconoscono santa Caterina d’Alessandria con la ruota dentata e san Sebastiano con le frecce.
La zona inferiore è divisa verticalmente in due settori dagli angeli che suonano le trombe del Giudizio: sulla sinistra, in basso, i morti escono dalla terra e risorgono passando dallo stato di scheletri a quello di giovani uomini nudi, mentre subito sopra gli eletti ascendono al paradiso, aiutati da angeli senza ali; sulla destra è la folla dei dannati, scacciati da altri angeli e tormentati dai demoni, finché Caronte (traghettatore dei defunti sul fiume Acheronte) li scarica a colpi di remo dalla sua barca nelle profondità dell’inferno. Questa figura è ispirata alla Commedia dantesca, così come Minosse (re cretese divenuto giudice nell’oltretomba) nell’angolo in basso a destra, avvolto dalle spire di un serpente, al quale Michelangelo diede le sembianze di Biagio da Cesena, maestro di cerimonia del papa e suo acerrimo critico.
Nelle due lunette in alto, infine, gruppi di angeli recano in volo gli strumenti legati al supplizio e alla morte di Gesù: a sinistra la croce e la corona di spine, a destra la colonna della flagellazione, l’asta con la spugna imbevuta di aceto e, defilata sullo sfondo, la scala usata nella deposizione del corpo di Cristo.
L’iconografia e lo stile suscitarono profonda ammirazione, ma anche violente critiche già in corso d’opera. Le polemiche continuarono per tutta la seconda metà del secolo: oltre al numero di figure nude, costituivano oggetto di accese discussioni l’esasperata anatomia muscolare, il vitalismo e le torsioni dei personaggi, poco adatte a corpi di santi (peraltro privi di aureole), l’assenza di ali negli angeli e l’immagine di un Cristo giovane e senza barba. Nel 1564, a un anno dalla chiusura del concilio di Trento e pochi giorni prima della morte dell'artista, si decretò di far coprire con veli e panneggi alcune delle figure ritenute oscene, operazione compiuta innanzitutto dall'allievo di Michelangelo Daniele da Volterra (perciò soprannominato Braghettone), ma anche da altri artisti nei secoli successivi.
In realtà, lungi dall’essere motivata dal desiderio di mostrare il proprio virtuosismo artistico, la raffigurazione del nudo aveva per il maestro toscano un profondo significato filosofico, rappresentando l’uomo nella sua essenza, che è insieme fragile ed eroica, e richiamando al contempo il suo sottoporsi inerme al giudizio di Dio. Quest’opera emozionante conclude la decorazione della cappella con l’ultimo atto della storia dell’umanità. I dannati scoprono solo ora i loro errori, ma è troppo tardi: piangono, si disperano, si ribellano ma è tutto inutile, i demoni non conoscono pietà e spingono o trascinano come bestie le figure verso l’inferno. La scena è intrisa di brutale durezza, che ancora oggi coinvolge e impressiona vivamente chi guarda.
Lo stile appare diverso da quello di trent’anni prima: le figure sono proporzionalmente più piccole e più indistinte, non ve più la brillante gamma cromatica, né l’imponenza classica ed eroica di alcuni corpi. Prevalgono il colore grigio bruno, dato dalla pelle dei personaggi, e quello azzurro intenso e uniforme del cielo di fondo. La scena è pervasa da un palpabile senso di angoscia e disperazione, come se l’intera umanità andasse incontro indistintamente a un tragico destino. Anche i beati appaiono tormentati e senza gioia, quasi specchio dell’anima dell’artista, ormai anziano e privo di speranza.
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