Mongo95 di Mongo95
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Nell’Italia preunitaria il Granducato di Toscana, sotto la dinastia degli Asburgo, vive un periodo di autonomia politica e culturale. Firenze ne diviene la capitale non solo politica, ma anche culturale. Una diffusa schiera di intellettuali ama riunirsi nel Caffè Michelangelo, insieme a giovani artisti, anche stranieri (ad esempio si fa vedere Corot. Ogni tanto fa un salto Delacroix). L’anima intellettuale del gruppo è il critico d’arte e scrittore Diego Martelli. Egli fu forse il primo a teorizzare le idee dei Macchiaioli. Tale corrente artistica basa il suo lavoro sull’idea della “macchia”, con l’intenzione di ripristinare il senso del vero. Tutte le nostre percezioni visive avvengono grazie alla luce, quindi la pittura che mira al realismo deve riprodurre la sensazione stessa della luce. Essa viene percepita non di per sé, ma attraverso le modulazioni di colori ed ombre. Il nostro occhio è colpito solo dai colori, che, data l’assenza nella realtà di contorni, riorganizza in masse contrapposte. Sono le differenze di colore a determinare i contorni delle figure. La pittura deve ricostruire la realtà tramite masse di colore, quindi impiegando semplicemente delle macchie (campiture di colore omogenee e accordate tra loro in base alla diversa tonalità). Nel complesso le loro opere danno una sensazione di grande solidità. La macchia si sostituisce alla forma e, in qualità delle ombre, ha volume (come da tradizione pittorica toscana). La tendenza è a dipingere per fasce di colore, quindi i quadri si sviluppano in modo orizzontale. Non si segue una teoria precisa per quanto riguarda i colori: toni caldi e freddi si mescolano nelle stesse opere.

I temi scelti sono quelli della realtà e della quotidianità, cioè i soggetti diventato i semplici paesaggi di campagna e il duro lavoro nei campi, ma anche la vita cittadina e quella militare.
• Giovanni Fattori
Uno dei maggiori esponenti del movimento. Di formazione accademica, si unì presto alla pittura di macchia, dopo aver frequentato il Caffè Michelangelo, con la volontà di abbandonare la pittura storico-celebrativa e abbracciare il “puro verismo”. Il suoi temi preferiti sono la vita militare e il lavoro, nella loro componente più quotidiana e meno appariscente. Non c’è nulla di eroico nei suoi soldati, ma soltanto poveri cittadini costretti a morire.
-)Campo italiano alla battaglia di Magenta: Non è presente il momento eroico della battaglia (poco visibile sullo sfondo), ma il ritorno dei feriti alle retrovie, rappresentato il modo molto umano. Predominano le loro sensazioni, le emozioni degli uomini che da lontano osservano la battaglia. Ma non c’è sentimentalismo romantico, soltanto asciutta ricerca del vero. L’opera non può ancora essere classificata come macchiaiola: è presente il disegno preparatorio, il chiaroscuro segue le regole accademiche. C’è ancora composizione: la strada taglia diagonalmente l’opera, dividendo i due gruppi di persone (uno che va ed uno che va via dal fronte), per poi incontrare la linea dell’orizzonte che divide il quadro in due fascie. Il colore però inizia già ad essere steso secondo campiture orizzontali.
-)In vedetta: Tecnica definitivamente macchiaiola. Il senso prospettico è dato dalla parete a destra, la cui geometria interrompe nettamente la linea dell’orizzonte. Su tale linea i colori si confondono tra loro. Il soldato in primo piano si staglia sullo sfondo bianco. Gli altri due uomini a cavallo sullo sfondo equilibrano la composizione, proseguendo idealmente la prospettiva della parete. C’è un continuo gioco di luce e colori. La forte luce del mezzogiorno crea forti contrasti di macchie. Ne deriva la vera e propria sensazione di una afosa giornata.

Le opere tendono ad avere uno sviluppo orizzontale per mostrare l’infinitezza del paesaggio, la sua vastità. Ma allo stesso tempo sono composizioni realiste, perché tale illimitatezza è accostata al lavoro, alla fatica. Il paesaggio quindi è soggetto insieme all’uomo.

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