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Giorgione


Giorgio da Castelfranco, detto Giorgione è una delle personalità più enigmatiche del ‘500. Si sa davvero poco su di lui. Nessuna fonte indica la data di nascita né la famiglia di appartenenza, e non si conoscono i passaggi della sua formazione a Venezia. Egli operò per una committenza privata e colta e frequentò probabilmente i circoli letterari, che a Venezia assumevano una particolare connotazione laica. Egli affrontò prevalentemente soggetti profani: ritratti, raffigurazioni allegoriche e mitologiche. Probabilmente, la dispersione delle sue opere deriva proprio dal carattere non celebrativo della sua produzione, in un periodo in cui gli artisti non potevano sottrarsi ai soggetti sacri né alla celebrazione della committenza. Egli, poi, prediligeva i formati di piccola dimensione, adatti al collezionismo privato. Elemento costante nelle opere di Giorgione è la sensibilità per la natura, che nella tradizione veneziana, a partire da Giovanni Bellini che fu probabilmente suo maestro, è resa attraverso una particolare sensibilità per il colore, la cura per il paesaggio, le atmosfere soffuse e intimiste. Egli rifiuta le convenzioni iconografiche che distinguevano la pittura sacra, mitologica, celebrativa. Con Giorgione nasce la pittura tonale, in cui il colore diviene il vero 'soggetto' dell'opera, consentita dalla tecnica a olio: sfruttando le caratteristiche di trasparenza della tecnica ad olio, con il colore steso per velature successive e sovrapposte, essa determina delicati effetti di chiaroscuro e di profondità. Così Giorgione fonde figure e ambientazione, produce la sensazione del movimento. Giorgione non ha però rinunciato del tutto al disegno: il disegno, non visibile ad opera ultimata, serviva a precisare la composizione d'insieme e le singole figure anche in corso d'opera, nel caso di variazioni del progetto iniziale. L'artista, in questo modo, segna il passaggio dal Rinascimento della sperimentazione astratta a quello della 'Terza Maniera'. Egli supera la concezione prospettica del Quattrocento toscano. Appaiono evidenti le affinità con Leonardo, che Giorgione ha probabilmente potuto incontrare a Venezia intorno al 1500, durante il breve soggiorno dell'artista fiorentino.

La Tempesta di Giorgione


Data di realizzazione: 1502-1503 circa Tecnica: olio su tela Dimensioni: 82 x 73 cm
Dove si trova: Gallerie dell’Accademia, Venezia
Quest’opera è stata sempre oggetto di diverse interpretazioni, tanto da essere considerata una degli ‘enigmi’ della storia dell’arte occidentale. È un’opera di difficile interpretazione. Vi sono due personaggi: un uomo e una donna che sta allattando un bambino sulla destra, che guarda l’osservatore. Alle spalle di tutto questo si erge un cielo scuro in procinto di tramutarsi in un temporale. Il lampo è il primo elemento che viene notato nell’opera. L'opera potrebbe simboleggiare l’unione tra il cielo e la terra da cui nasce un bambino. Una delle ipotesi più diffuse è quella che ha visto nell'opera la rappresentazione dei progenitori dopo la cacciata dall'Eden: a destra Eva mentre allatta il piccolo Caino, a sinistra Adamo, abbigliato con costumi veneziani; sullo sfondo il Paradiso Terrestre, sotto forma di città rinascimentale, ormai separato da simboliche rovine, espressione di morte. Il fulmine rappresenterebbe lo scatenarsi dell'ira divina. La Tempesta è stata letta anche come allusione al mito sulle origini della città di Padova, con cui il paesaggio urbano sullo sfondo sarebbe stato precisamente identificato. Secondo questa ipotesi, dunque, il soldato a sinistra richiamerebbe Antenore, il guerriero troiano mitico fondatore della città, mentre le rovine alle sue spalle alluderebbero alla distruzione di Troia. La madre con il bambino rappresenterebbe Padova, da cui la stessa Venezia ha avuto storicamente origine. La leggenda medievale narra di un tradimento di Antenore, segretamente accordatosi con i Greci durante la guerra di Troia, dal quale sarebbero derivate le frequenti sciagure subite da Padova: carestie, alluvioni, epidemie e tassazioni ingenti da parte di Venezia.
Forse il vero soggetto del dipinto è proprio la totale armonia tra uomo e natura, che nell'opera prende il sopravvento sugli elementi narrativi. Colpisce l'opposizione tra il moto improvviso del lampo e la calma contemplativa dell'uomo e della donna: questi sono in attesa di un evento naturale di fronte al quale non provano timore. La tempesta, dunque, annunciata dal fulmine, rappresenta il rinnovamento della natura secondo i suoi cicli originari, e la pioggia l'elemento benefico che unisce cielo e terra.
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