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La Tempesta

Il dipinto noto col titolo La Tempesta, realizzato entro il 1505, è uno dei quadri più celebri del Rinascimento. Appartiene al genere dei cosiddetti “paesetti con figure”, opere di destinazione privata molto apprezzate dalla committenza veneziana, caratterizzate da ampie raffigurazioni paesaggistiche, interpretate in modo lirico e malinconico grazie alle pennellate vibranti della pittura tonale. A destra, ai margini di un boschetto, presso una fonte, siede una donna seminuda che allatta un bambino e guarda verso lo spettatore; a sinistra un giovane in abiti del Cinquecento la osserva, appoggiato ad un bastone. Alle loro spalle, al di là di rovine con colonne e finte logge, si apre la veduta di una città su un fiume attraversato da un semplice ponte di legno, con case medievali, torri, chiese, edifici classici e cupole. Il cielo, plumbeo e gonfio di nubi, è squarciato da un fulmine. Figure e paesaggio si fondono in virtù della tecnica della pittura tonale, che armonizza i colori, in questo caso basati tutti su cromie verdi e dorate, e sfuma i contorni per creare effetti di compenetrazione atmosferica. Giorgione è riuscito a cogliere quel particolare istante di luce che precede i temporali di sera, quando l’aria è satura di umidità ma vi sono ancora gli ultimi raggi del crepuscolo. I tocchi di giallo e di verde chiaro muovono le fronde e le rendono vibranti e vive, mentre il rosso dell’abito dell’uomo bilancia con la sua vivacità l’omogeneità cromatica del resto della composizione. La tempesta non è un semplice quadro di paesaggio, ma nasconde dei significati allegorici. Si è pensato che si trattasse di un’allegoria della fortezza (uomo) e della carità (donna), in virtù comunque soggette alla fortuna (fulmine), o dell’episodio biblico del ritrovamento del piccolo Mosè. Accanto a queste vi è un’altra interpretazione, che appare la più convincente. La composizione potrebbe raffigurare Adamo ed Eva con il piccolo Caino dopo la cacciata dal Paradiso terrestre. La tempesta alluderebbe quindi alla condizione umana dopo il peccato, le colonne alla fugacità della vita umana e le rovine alla morte del paganesimo con l’avvento dell’era cristiana. Ma la rappresentazione del fulmine potrebbe essere anche un raffinato modo da parte di Giorgione di paragonarsi al grande pittore greco Apelle, che le fonti antiche tramandano come abilissimo nel dipingere il bagliore dei lampi.

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